Ricapito Francesco

Reportage Dal Senegal: L’Isola di Gorée

Pubblicato il: 17 maggio 2017

Dakar è sicuramente una città affascinante: in essa si fondono le peculiarità del Senegal giovane e moderno, appassionato di rap e pop, che si veste all’occidentale e che sfoggia grandi smartphones insieme ad un’anima più tradizionale fatta di grandi raduni di preghiera, carretti trainati da asini e donne dai vestiti coloratissimi. Il tutto condito dai tipici problemi delle grandi città dei paesi in via di sviluppo: traffico asfissiante e disordinato, quartieri degradati, dislivelli economici esasperati e visibili anche ad occhio nudo.

Molti se ne innamorano, altri la trovano semplicemente troppo caotica, comunque la si pensi, nessuno ne resta indifferente. In genere però, a mettere tutti d’accordo è l’Isola di Gorée: un piccolo isolotto lungo 900 metri e largo 300 situato a pochi chilometri al largo di Dakar che, grazie al suo patrimonio storico-culturale e al suo indiscusso fascino, è stato anche dichiarato patrimonio dell’Unesco ed è oggi una delle mete più celebri del Senegal.

Per raggiungerla l’unico mezzo disponibile sono i traghetti che partono dal porto di Dakar: due grandi imbarcazioni fanno la spola ogni mezz’ora e quando non sono in riparazione, sono anche ragionevolmente puntuali. Dall’imbarco si possono pure vedere alcune delle navi passeggeri che circa ogni due giorni lasciano il porto al tramonto per arrivare la mattina seguente a Ziguinchor, in Casamance, la regione più meridionale del Senegal.

A bordo del traghetto per Gorée si trovano soprattutto turisti occidentali: pantaloncini corti, sandali, cappellino, grandi macchine fotografiche e la pelle lucida di chi si è appena cosparso di crema solare. Il tragitto dura circa mezz’ora e ad accompagnare il rumore dei motori e del vento ci sono le piccole maracas dei venditori ambulanti che stanno andando sull’isola e che approfittano del viaggio per iniziare gli affari. Un cartello affisso alla parete recita “Divieto di tamburi” e raffigura un uomo che suona un tamburo tradizionale. Evidentemente una volta i venditori non si limitavano alle sole maracas.

Al momento di sbarcare bisogna fare attenzione a non inciampare nelle casse di bibite e altre varie vettovaglie che servono a rifornire i numerosi ristoranti ed hotel dell’isola e che vengono anch’esse trasportate con il traghetto. Si sbarca su uno spiazzo molto pittoresco, di fianco ad una piccola spiaggia. Sulla sinistra c’è una casupola dove i visitatori sono invitati a pagare l’ingresso all’isola, una tassa di 500 franchi che è piuttosto facile eludere, ma che rappresenta un prezioso contributo per la preservazione del luogo. Per chi lo volesse, c’è pure la possibilità di affittare una delle guide autorizzate dell’isola, si riconoscono per la maglietta blu e la tariffa è di 8.000 franchi più un’eventuale mancia, se ne trovano anche parlanti italiano e il biglietto lo si acquista sempre nella stessa casupola. Ovviamente ci sono anche numerose guide non autorizzate e alcune di queste bazzicano già nel porto di Dakar. Servirsi di quelle ufficiali vi darà la sicurezza di pagare un prezzo equo e servirà a sostenerne il lavoro.

I visitatori sono numerosi ma non si vedono le masse umane che caratterizzano alcune delle più famose città italiane e quindi l’atmosfera resta comunque pacifica e religiosamente silenziosa. Una piacevole aria marina soffia su tutta la sua superfice dell’isola rendendola quanto di più diverso ci possa essere dall’aria polverosa e pesante di Dakar.

Gorée venne scoperta dai portoghesi nel 1444, i quali ne capirono subito l’alto potenziale strategico e commerciale: facile da difendere, ottima posizione per i commerci, punto di passaggio quasi obbligato per le principali rotte verso sud, essa aveva tutte le caratteristiche necessarie per diventare un crocevia importante. Nel 1627 venne conquistata dagli olandesi, che la ribattezzarono Goede Reede “buona rada”, da cui il suo nome attuale. Gli olandesi a loro volta dovettero lasciare il posto ai francesi, i quali se ne impossessarono nel 1667. Nei decenni successivi l’isola conobbe l’apogeo del suo successo economico soprattutto grazie al commercio delle arachidi, delle pelli, della gomma e anche degli schiavi.

Gorée era allora un comune indipendente ma la creazione della città di Dakar, nel 1857, segnò l’inizio del cambiamento: tutte le attività vennero trasferite sulla terraferma e questo comportò ovviamente uno spostamento anche della popolazione e nel 1929 la municipalità di Gorée e quella di Dakar vennero fuse insieme. Negli anni successivi all’indipendenza del Senegal l’orientamento istituzionale cambiò e si cominciò a pensare di rilanciare l’isola: venne inserita nella lista dei patrimoni mondiali dell’umanità dall’Unesco, vennero compiuti numerosi lavori di restauro e di recupero dei suoi edifici e l’amministrazione venne riformata. Oggi l’isola è governata da un consiglio municipale autonomo ed è diventata una delle destinazioni turistiche più famose del paese grazie anche alla sua vibrante vita culturale ed artistica, ai suoi festival e ovviamente anche grazie alla valorizzazione della sua storia.

Parlando di storia, la più famosa attrazione dell’isola è sicuramente la Casa Degli Schiavi: grande edificio rosa, costruito intorno al 1780 e da anni al centro di un dibattito storico molto acceso. La versione raccontata dalle guide locali è quella di Boubacar Joseph Ndiaye, guardiano della Casa dal 1962 fino alla sua morte nel 2009. Secondo lui la casa aveva la funzione di deposito per gli schiavi prima che questi venissero imbarcati per il lungo viaggio in nave verso il nuovo mondo. Le varie stanze che danno sul cortile interno servivano a dividere gli uomini dalle donne e dai bambini, le condizioni igieniche erano chiaramente orribili e sembra ci fosse addirittura una stanza per coloro che erano sottopeso e che erano quindi ritenuti inadatti ad affrontare il viaggio. Secondo questa versione dei fatti, la casa poteva ospitare fino a duecento schiavi nello stesso momento. Sempre al piano terra, rivolta verso il mare, si trova la cosiddetta porta del viaggio senza ritorno, dove gli schiavi passavano prima di essere imbarcati.

Al piano di sopra è stato allestito un piccolo museo sul commercio triangolare e la tratta degli schiavi. Esposti si possono vedere alcuni oggetti d’epoca e dei cartelloni spiegano nel dettaglio la storia della tratta. Dalla terrazza attigua si può ammirare un bellissimo panorama sulle sponde rocciose dell’isola.

Questa versione ha funzionato molto bene negli anni e ancora oggi la casa è meta privilegiata di capi di stato e altre importanti personalità che visitano il Senegal in quanto simbolo di quel barbaro commercio.

Non sono però pochi gli storici che l’hanno messa in dubbio e, compiendo ricerche approfondite, sono arrivati alla conclusione che il ruolo di Gorée all’interno della tratta degli schiavi è stato forse un po’ gonfiato. Innanzitutto pare che la casa sia stata costruita dopo la fine di questo commercio, inoltre gli alloggi del piano terra erano occupati dai domestici della casa, che erano comunque schiavi e la famosa porta del viaggio senza ritorno sembra che servisse soltanto per le merci e non per gli esseri umani.

In generale sono quasi tutti d’accordo nel dire che degli schiavi siano passati per l’isola prima di partire per le Americhe, anche se probabilmente meno di quel che si pensi. Questo nulla toglie al fatto che la casa resti comunque un bel luogo da visitare per riflettere su quello che accadde in quel periodo storico e l’isola in generale gode di un’atmosfera incantevole, ideale per passeggiare lentamente godendosene la tranquillità: non ci sono auto e nemmeno strade asfaltate, al massimo qualche carretto, gli abitanti sembrano non aver particolare fretta di far qualsivoglia attività e il vento marino che passa tra le case rinfresca piacevolmente l’aria.

Nelle vicinanze della casa degli schiavi si trova un piccolo giardino pubblico dove s’incontra una statua dedicata al ricordo della fine della schiavitù: un uomo con delle manette spezzate ai polsi, alza le braccia al cielo mentre una donna lo abbraccia teneramente. Proseguendo oltre la casa invece si arriva ad una piccola piazzetta al cui centro si trova un grande baobab.

A poche decine di metri si trova poi l’istituto Mariama Bâ, una scuola superiore dove vengono ammesse le migliori sessanta studentesse che superano l’esame di terza media. La scuola è intitolata ad una delle più famose scrittrici senegalesi, il suo libro, Une Si Longue Lettre, è un’interessantissima analisi delle difficoltà delle donne nella società senegalese e delle problematiche create dalla poligamia. Il punto di vista è quello di una moglie che ha appena perso il marito e che deve condividere il lutto con la seconda moglie più giovane.

Proseguendo diritti si arriva alla salita che porta fino al punto più alto dell’isola, la cima di una collina alta trenta metri chiamata Le Castel. La strada che vi arriva passa attraverso il mercato artigianale ed è circondata dalle opere degli artisti dell’isola, famosi in tutto il Senegal per la loro bravura. Le opere sono esposte all’ombra dei numerosi baobab e gli artisti sono molto tranquilli, non hanno l’insistenza della maggior parte dei venditori di Dakar.

Sulla cima della collina si trova il Mémorial De l’Esclavage, inaugurato nel 1999 e costruito da un architetto italiano: una sorta di torre di cemento che un po’ stona con l’armonia del circondario. A poca distanza due grandi cannoni francesi da 240 mm e una portata di 14 km posti su dei supporti girevoli e che avevano lo scopo di difendere il porto di Dakar. La notte in cui il Senegal divenne indipendente, un pezzo delle canne venne distrutto per renderli inservibili e questi vennero poi girati con la bocca verso l’isola e non più verso il mare come simbolo di pace.

Anche qui si possono trovare delle piccole esposizioni di artisti locali, tra le opere più originali ci sono i quadri di sabbia: su una tavoletta di legno si disegna un soggetto con della colla, questo viene poi ricoperto con sabbie di differenti tonalità. Il risultato è molto bello. Un cartello di una di queste gallerie sembra racchiudere in sé l’intero spirito dell’isola, recita infatti “gallerie no stress”.

Scendendo dal sentiero secondario che passa vicino alla suddetta galleria si passa nelle vicinanze della piccola moschea e se guardate attentamente, noterete che la grande palma davanti a voi è finta e serve a nascondere delle antenne per le comunicazioni. Un bel modo per non rovinare la silhouette dell’isola.

Proprio là dietro s’incontra la chiesa dell’isola: una facciata da tempio greco sormontata da una torre quadrata che funge da campanile. Qui le strade tornano ad essere più larghe finchè non si arriva alla Place du Gouvernment, su cui si affacciano molti begli edifici ancora ben conservati, tra cui l’attuale municipio. Immancabile, un grande baobab al centro della piazza proietta la sua ombra su delle panchine di pietra. Essendo uno degli spazi aperti più grandi dell’isola qui è facile trovare bambini e ragazzi che giocano a calcio.

All’altro lato della piazza, dopo una breve scalinata si arriva alla piccola spiaggia di fianco al molo. Alcuni dei pescatori dell’isola la usano come approdo quando tornano dalle loro battute e non è raro trovarne che scaricano il pescato sulla spiaggia. Alle volte si trova “parcheggiata” anche una piroga con disegnato il simbolo della Juventus.

I numerosi ristoranti che si trovano vicino all’imbarcadero offrono ovviamente molti piatti di pesce: gamberetti, calamari, spiedini di lotte (un pesce locale dalla dentatura molto buffa) e thiof alla griglia (un altro pesce oceanico). A fare compagnia ai turisti c’è spesso un grande pellicano che ormai è una sorta di istituzione sull’isola.

Continuando sulla strada acciottolata che corre parallela al mare s’incontrano alcuni ristoranti e hotel molto caratteristici, per arrivare infine al Fort d’Estrées, un forte costruito nel 1856 dai francesi per proteggere il porto di Dakar. Negli anni Cinquanta venne utilizzato come prigione e oggi ospita un museo sulla storia del Senegal. Vicino all’entrata si possono vedere alcune piccole e coloratissime piroghe. Poco distante, una targa scolorita su un muro ricorda la visita del Presidente della Commissione Europea, Romano Prodi, il 12 novembre 2003.

Al momento di ripartire, mentre si aspetta l’arrivo del traghetto sul molo, alcuni ragazzi che fanno il bagno cercheranno di convincervi a tirargli una moneta per farvi vedere come sono bravi a recuperarla. In effetti hanno una certa abilità ma lo spettacolo che si crea assomiglia orribilmente ad un numero da circo.

Gorée è una piccola oasi di tranquillità e di bellezza che è riuscita a non cedere al turismo di massa e a conservare intatto il suo fascino e anzi a valorizzarlo con l’arte e la cultura. Vale sicuramente la pena passarci una giornata, se non anche una notte. Ricordatevi solo di pagare l’ingresso quando arrivate e magari pure di noleggiare una guida, vale sempre pena imparare qualcosa sui posti che si visitano.

Links:

https://it.wikipedia.org/wiki/Gor%C3%A9e

Francesco Ricapito       maggio 2017