Ossola Carlo

Ungaretti, poeta

Pubblicato il: 19 maggio 2017

Il professor Carlo Ossola, a cento anni dalla prima pubblicazione de “Il porto sepolto”, ha voluto rielaborare alcuni suoi precedenti scritti e così adesso possiamo leggere un libro che è innanzitutto un’approfondita ricerca su quella che viene definita una “voce autentica della poesia europea contemporanea”: “Ungaretti, poeta”, edito da Marsilio.

Il verso “sono un frutto/ d’innumerevoli contrasti d’innesti” rappresenta forse la più efficace introduzione al “poeta di tre continenti” e quindi ad un’analisi che si focalizza soprattutto sui tre volti dell’opera ungarettiana: la poetica e le traduzioni, Ungaretti e i classici. Completano il saggio –  terza parte – gli “Approfondimenti critici”: ovvero “Le poesie francesi” (“Ah, vivre libre ou mourir!”; “Perfection du noir”) e “Le prose d’invenzione” (“Il povero nella città”; “Un indice e un incubo”). Un lettore, magari con lo sguardo più da storico, che intenda meglio comprendere il rapporto tra Ungaretti, il fascismo e il potere politico, probabilmente non troverà risposte (le quasi venti pagine di biografia sono relegate nell’appendice). Ben altro discorso con l’Ungaretti poeta, appunto. Il testo di Carlo Ossola lo possiamo definire “denso” proprio perché il procedere, di anno in anno, dell’opera di Ungaretti e della sua composizione strutturale, è raccontato con un uso frequentissimo e calibrato di citazioni. Sono riferimenti testuali tratti sia da raccolte poetiche come  “Allegria di naufragi” e “Sentimento del Tempo”, sia dagli epistolari, sia da opere di quegli autori che hanno rappresentato modelli di riferimento e nutrimento intellettuale: una visuale amplissima che spazia dal Petrarca, passando per Racine, Shakespeare, fino ai più moderni e ai contemporanei Apollinaire, Cendrars, Breton, Soffici, De Chirico, Saint-John Perse, Henri Michaux, Murilo Mendes,  Francis Ponge. In particolare i due “maestri principali nella sua formazione: Baudelaire e Mallarmé, l’uno ‘un poeta maledetto, un segnato da Dio’, l’altro tutto preso dal mistero della formazione delle parole” (pp.57).

Uno studio che ripercorre l’intera creazione letteraria del poeta, a buon titolo “uomo del suo tempo”, formatosi grazie all’esempio e all’influenza di Bergson e delle avanguardie, per poi giungere a nuova consapevolezza con le traduzioni  di Poe (“al vertice degli esordi ungarettiani”), Blake e dei classici.

Da qui una poesia che, secondo Ossola, si sviluppa come crogiolo e specchio delle tradizioni europee, svelando, fin dalle pubblicazioni giovanili, delle affinità intellettuali ed artistiche forse ancora poco indagate. Ad esempio sulle prime opere (1915) apparse su “Lacerba” e su “La critica magistrale”: “L’irriverente ‘Marameo!’ di Cresima, o il replicato ‘E chi se ne frega’ del ‘Paesaggio l’Alessandria d’Egitto’, mentre segnalano la frettolosa adesione alla linea futurista di Lacerba, non elidono tuttavia – in una lingua venata di francesismi e di toscanismi (come ‘La verdura estenuata dal sole’ o i ‘pippoli d’ambra’)  – la lezione di Palazzeschi e di Pea, l’intento compositivo ancora oscillante tra verso e prosa, raccolto nella brevità aforistica di una sola immagine. Il modello dell’haiku giapponese si diffonde allora in Italia, a partire dalla Diana, negli stessi numeri in cui sono ospitate poesie di Ungaretti” (pp.24).

Parimenti le traduzioni del poeta sono state intese alla stregua di “innervare sulla patina d’uso di una lingua la libertà dell’altrui comporre, ‘restituire alla memoria la sua misura d’angoscia’, troppo alta nel registro delle civiltà – quando si ‘convochi rimembranza – la coscienza della perdita rispetto alla poca traccia che di esse rimane” (pp.53). Per dirla ancora con le parole di Ossola: “ritrovare quell’energia dei classici è un esercizio strenuo di concentrazione dei vocaboli (altrettanto impegnano le varianti del tradurre, in Ungaretti, che quelle del comporre), un esercizio nel quale il poeta richiama a sé tutta l’intelligenza e la spiritualità europea, fornendoci – alla fine del suo percorso – una delle più intense definizioni del tradurre” (pp.54).

Un “uomo del suo tempo”, secondo la lezione di Ossola, che va quindi inteso correttamente:  artista che, partendo dall’approfondita comprensione di un passato che vive tra noi (“rifiorirà in Ungaretti il pensiero dell’ideale perfezione e insieme della terrena caducità delle bellezza”), “rivendica la radicale novità della propria scrittura poetica” (pp.28) e che, nel contempo, “ha una voce universale che lo pone entro una storia della ‘coscienza del classici’ saldamente disegnata e assunta, da Petrarca e Leopardi a Shakespeare e Baudelaire” (pp.13).

Edizione esaminata e brevi note

Carlo Ossola, (Torino, 1946) è professore al Collège de France, cattedra di Letterature moderne dell’Europa neolatina. Per Marsilio ha curato “Il Porto Sepolto” (1916) di Giuseppe Ungaretti, e introdotto l’Edipo di Emanuele Tesauro e gli Oratori sacri di Pietro Metastasio. Sempre per Marsilio sono usciti: nel 2010 “Il continente interiore”, un itinerario di meditazioni lungo 52 stazioni di sosta e di lettura (Premio Pavese e Premio Pisa, 2010) e, nel 2012, “Introduzione alla Divina Commedia”.

Carlo Ossola, “Ungaretti, poeta”, Marsilio (collana Nodi), Venezia 2016, pp. 288.

Luca Menichetti. Lankenauta, maggio 2017