Allegranti David

The Boy

Pubblicato il: 30 marzo 2016

David Allegranti pubblicando nel 2011 “Il rottamatore del Pd” fotografava il tentativo di Matteo Renzi di imporsi a livello nazionale e lo sguardo si concentrava soprattutto su un periodo tra il 2009 e il 2010. Tre anni dopo esce giustamente “The boy”, quale completamento di un lavoro di cronista che ha tampinato giorno per giorno l’ex sindaco di Firenze nel suo dichiarato tentativo di “rottamare” la vecchia politica. Ora abbiamo una biografia più compiuta in un momento nel quale non si capisce chi sia stato rottamato visto che quasi tutti si sono riciclati, e soprattutto in un momento nel quale Renzi ha raggiunto uno dei suoi obiettivi, anche se in una maniera che ricorda molto del ventennio passato: leader non eletto, divenuto tale con una manovra di palazzo, che sta riscrivendo regole e istituzioni con un pregiudicato. Allegranti, nonostante queste premesse poco brillanti, anche se edulcorate dal premier con grande sapienza comunicativa, ha scelto di non infierire più di tanto e di concentrarsi semmai sui fatti e sulle autorevoli opinioni di esperti della comunicazione e di chi ha conosciuto Renzi da vicino. Così in premessa: “Ho la fortuna di aver assistito in diretta alla stragrande maggioranza delle cose di cui parlo, grazie al mio lavoro di cronista. Vedere le cose, o almeno provare a farlo, è ciò che si sente la mancanza oggi nel giornalismo, non solo in quello politico. Di tifosi, anche tra i giornalisti, ne abbiamo avuti molti. Io spero di spiacere a renziani e antirenziani, senza alcuna pretesa di verità” (pag. 13). Difatti, vuoi anche a causa del precedente “Il rottamatore del Pd”, non è un mistero che Allegranti non sia proprio il giornalista preferito del nostro neo-premier: è noto come i personaggi con un ego molto sviluppato preferiscano avere a che fare con i Fede della situazione piuttosto che con professionisti autentici. Ma questo è un capitolo che approfondiremo magari in altra sede.

Un libro di cui forse si può cogliere qualche limite proprio nella ricostruzione degli avvenimenti italiani che hanno portato al successo renziano. In questo senso la necessità di sintesi non sempre ha aiutato e ad esempio il brevissimo passaggio dove si imputa ai grillini il mancato accordo col Pd di Bersani e la nascita delle “grandi intese” qualcuno lo potrebbe pure contestare: quello era un dialogo tra sordi, con gli “otto punti” farlocchi, gli uni che volevano tutt’al più un appoggio esterno ad un governo Pd e semmai più interessati ad inciuciare col Pdl, gli altri parimenti indisposti a cedere alcunché,  disinteressati a far emergere le contraddizioni del centro sinistra e ben lieti di favorire e poi di denunciare la grande ammucchiata Pd-Pdl. Rimane il fatto che l’approccio di Allegranti al personaggio Renzi, pur non nascondendone le notevoli magagne e i giudizi impietosi di chi lo ha conosciuto bene, non è stato neanche un gioco al massacro. Nell’evidenziare la matrice berlusconiana della sua comunicazione più volte viene ricordata la grande capacità di Renzi di “parlare alla pancia della gente” e di sapersi adattare volta volta all’uditorio. Un giudizio che, almeno in “The boy” non viene caricato di significati troppo negativi ma che poteva davvero dare luogo a considerazioni pesanti: sappiamo tutti che nella pancia si digerisce e poi esce fuori quella roba là. Certo è che il capitolo iniziale “Renzi#cambiaverso” sulla sostituzione di Letta a Palazzo Chigi non poteva rappresentare il meglio delle qualità del nostro premier. Adesso siamo nella fase di luna di miele con l’elettorato ma di primo acchito molti tra i più fedeli e speranzosi renziani rimasero spiazzati quant’anche parecchio incazzati. Le parole di Luca Sofri, riportate puntualmente da Allegranti, lasciano pochi dubbi: “quello che è successo in questi giorni è di per sé un fallimento, a prescindere dalle illusioni sui suoi risultati futuri. Perché è stato un tradimento di tutto questo e l’adeguamento a tutti i peggiori meccanismi citati: lo smentire quel che si è appena detto, il fregare con trucchi e prepotenze il prossimo, lo scantonamento dei percorsi corretti, la pretesa di decidere per tutti senza averne mandato e consenso, e altre mille ne potremmo aggiungere che abbiamo visto in questi giorni” (pag. 21).

A proposito poi di quel decidere per tutti senza averne mandato e consenso, il lettore più antirenziano non potrà che ricordarsi di un successivo passaggio del libro, quando vengono citate le parole di un parlamentare in merito a Renzi e Verdini, a quanto pare in rapporti molto amichevoli: “Si annusano subito. Sono fatti della stessa pasta. Sanno a memoria il Principe del Machiavelli. A loro basta un aggettivo, non poema, per intendersi” (pag. 29). A beneficio degli smemorati ricordiamo che l’ex coordinatore del Pdl, malgrado le sue disavventure giudiziarie, o forse proprio per quelle, è uno degli artefici dell’accordo del Nazareno tra Berlusconi e Renzi: il segretario del Pd e un pregiudicato che si accordano sulle modifiche alla Costituzione Repubblicana. Non più una commissione del settantacinque, una costituente eletta, ma due non eletti che, lontani dalle telecamere, hanno concordato di cambiare l’impalcatura dello Stato. Anche su questo aspetto Allegranti ha preferito non infierire e semmai ha voluto evidenziare altri aspetti peculiari dell’agire politico renziano, interrogando ad esempio il prof. Marco Tarchi, uno che di populismo se ne intende, e citando altri studiosi della comunicazione politica. Così il professore della Cesare Alfieri nel confronto tra Grillo e Renzi: “Uno è, politicamente un insider, l’altro un outsider; uno vorrebbe rivitalizzare i partiti e l’altro annientarli (anche se in ambedue i casi l’obiettivo è servirsene per i propri scopi). Grillo vorrebbe davvero far tabula rasa dell’establishment; Renzi servirsene”. Populisti entrambi, seppure con approcci diversi; quello “di Renzi – sottolinea Tarchi – è spurio, puramente stilistico. Grillo invece incarna quasi allo stato puro le mentalità populista così come è stata descritta dagli studi più obiettivi” (pag. 75). Tarchi ancora sottolinea il frequente richiamo al popolo nei discorsi del premier, come uno scudo per difendersi dagli attacchi degli avversari: “In Francia la chiamano peoplesation, cioè voler apparire people […] è un gioco di specchi in realtà. Illusoriamente sembra che tutti partecipino a definire un programma e una linea, di fatto le cose non stanno così. In questo modo, si può dire tutto e il contrario di tutto. E naturalmente chi si arroga la capacità di trarre la sintesi, come tante volte si sente dire, mette i paletti dove vuole e imposta il discorso che vuole. Insomma: è una forma rovesciata di centralismo, non più sorretto da un’organizzazione di partito, ma favorito dalla liquefazione della base, alla quale corrisponde l’accentramento dell’immagine e delle capacità decisionali del partito nella leadership” (pag. 134). Nel prendere atto di come Renzi sia il prodotto, la conseguenza, non la causa del sistema politico attuale, l’ex sindaco di Firenze appare perfetto per i tempi che corrono: privo di una reale sovrastruttura ideologica la carriera politica del premier prende le mosse da una situazione nella quale, come ci ha spiegato Piero Ignazi nel suo “Forza senza legittimità”, viviamo il paradosso di partiti sempre più al centro del sistema statale ma con una legittimità inversamente proporzionale alla loro forza.

Ricordiamolo ancora: il libro di Allegranti, tra l’altro scritto con uno stile ricco di ironia, non si è limitato a riportare le pur condivisibili analisi dei politologi sulla partitocrazia italiana, ma proprio nel voler approfondire quanto già evocato nel “Rottamatore del Pd”, quale più compiuta biografia racconta anche il primo Renzi, leaderino ambizioso fin dai tempi degli scout, che negli anni ha avuto modo di affinare la sua spavalderia con un metodo quasi scientifico e con una struttura mediatica costruita ad hoc, a partire dal suo ingresso a Palazzo Medici Riccardi quale presidente della Provincia. Tutto questo ci fa ricordare come molti di noi, pur consapevoli dei chiari limiti caratteriali del personaggio e di qualche comportamento molto discutibile, nei primi anni della presunta ed auspicata rottamazione speravano che Renzi rappresentasse il meno peggio o comunque un grimaldello per mandare a casa vecchi arnesi ormai impresentabili. Gli anni, una maggiore attenzione ai fatti al di là delle belle parole, ci hanno smentito, non fosse altro che l’opera di riciclo di personaggi e di comportamenti, seppur con un packaging più accattivante, ha aperto gli occhi a qualcuno meno propenso a farsi incantare. Come giustamente scrive Allegranti gli antirenziani di un tempo, sia quelli convertiti al renzismo sia quelli che sono rimasti tali, hanno molto da rimproverarsi: invece di demonizzarlo a prescindere, e così farlo apparire come un novello David contro Golia, si sono ben guardati dall’opporgli una rinnovata e credibile dirigenza. Molti di noi fiorentini, culturalmente non di sinistra, inizialmente hanno solidarizzato con Renzi quasi d’istinto quando l’opposizione e la repulsione per il personaggio da parte degli ex Pci appariva di tipo identitario ed era motivata sostanzialmente dalla sua provenienza dal mondo cattolico e popolare (dimenticando così che molti cattolici erano più di sinistra di tanti nostri comunisti all’italiana). Il percorso che ne è seguito forse non è molto conosciuto e Allegranti ha il merito di raccontare le fasi più importanti della carriera di Renzi, senza edulcorare le lotte di potere e senza dimenticare gli “assassini politici” di coloro che erano stati suoi mentori. Ma, come dice Peter Mandelson, intervistato dal giornalista, “in politica a volte bisogna essere spietati”. Affermazione probabilmente vera anche se andrebbe integrata con un discorso sugli obiettivi e col fatto che spietatezza e menzogna non sono proprio la stessa cosa. Fatto sta che il Renzi di “The Boy” è anche quello dei tempi del liceo Dante (“primi germogli di manie di grandezza”), del ruolo di collaboratore di Lapo Pistelli, dalla presidenza della Provincia alla kermesse della Stazione Leopolda, dalla formazione del “Giglio magico”, fino ai giorni nostri, a Palazzo Chigi, premier non eletto e nel contempo spavaldo costituente in compagnia di Berlusconi, Denis Verdini e Maria Elena Boschi, in un tempo nel quale la velocità di fare, anche se non si sa cosa e come, è diventato il suo marchio di fabbrica. Il libro di Allegranti, come abbiamo già detto, racconta dei fatti e probabilmente deluderà davvero sia i renziani sfegatati sia gli antirenziani in cerca di uno spietato pamphlet, ma è anche una lettura che, almeno da come l’abbiamo interpretata, ci ha dato il senso di questo 2014: non l’autentica fine del ventennio berlusconiano ma l’inizio del suo ventunesimo anno. Qualcuno, citando Montanelli oppure Sylos Labini, potrebbe dire che un certo virus che da tempo ha colpito la società italiana non è stato affatto debellato. È soltanto mutato.

Edizione esaminata e brevi note

David Allegranti, (Firenze, 1984) giornalista e blogger, lavora al Corriere Fiorentino, edizione locale del Corriere della Sera. Scrive per Europa, Panorama, Huffington Post e Linkiesta. Ha scritto per il Foglio. Nel 2011 è uscito il suo primo libro: Matteo Renzi, il rottamatore delPd (Vallecchi). Nel 2012 ha vinto il premio giornalistico Roberto Ghinetti, sezione giovani. Su twitter è @davidallegranti.

David Allegranti, “The Boy. Matteo Renzi e il cambiamento dell’Italia”, Marsilio (collana “I Grilli”), Venezia 2014, pag. 192

Luca Menichetti. Lankelot, maggio 2014