Ansaldo Giovanni

Don Enrico

Pubblicato il: 30 marzo 2016

In quarta di copertina leggiamo del “ritratto smaliziato” riservato in “Don Enrico” a quello che fu il Presidente provvisorio della Repubblica italiana; ed è tutto vero. Dovremmo però aggiungere che le stesse pagine di Giovanni Ansaldo ci danno la misura soprattutto di quanto smaliziato fosse l’autore del “Ministro della Buona Vita” e di “ L’ultimo Junker”. Ansaldo e De Nicola, ovvero l’incontro di due conservatori che avevano qualcosa da farsi perdonare relativamente al ventennio fascista e che, come giustamente scrive Perfetti nella prefazione di “Don Enrico”, mostra una sorta di canto e controcanto tra le micidiali frecciate presenti nelle pagine di diario e le lodi presenti invece negli scritti giornalistici dell’allora direttore del Mattino. C’è da dire che le critiche più brucianti di Ansaldo a De Nicola sono quelle precedenti al loro incontro del 1950, favorito da Missiroli, e sono concentrate sia sul particolarissimo carattere dell’avvocato napoletano, sia su antiche e recenti vicende politiche. Qui si colgono forse anche le contraddizioni dello stesso Ansaldo, un conservatore che in questo caso criticava un conservatore, ma che soprattutto non ebbe remore a definirsi “antifascista riluttante” (questo proprio il titolo delle sue memorie dal carcere e confino in era fascista), con tutto quello che hanno voluto dire queste parole. Ricordiamo infatti che, vuoi per opportunismo, vuoi per convinzione, vuoi perché la sua unica e vera fede era la scrittura, la biografia politica di Ansaldo è del tutto peculiare: già simpatizzante socialriformista, amico di Gobetti, antifascista scettico e allergico ai “vizi cospiratitivi”, fu incarcerato ma poi aderirà al fascismo nel 1935, ottenne la fiducia di Galeazzo Ciano, e con la caduta del regime eviterà di intrupparsi con la Repubblica sociale e fu arrestato dai tedeschi; ed infine, proprio per il suo più recente passato di fascista, fu processato da un tribunale di Livorno e nuovamente incarcerato. Un percorso piuttosto singolare di antifascista, poi di uomo che “non credeva più in nulla”, poi ancora di fascista, almeno formalmente, quando molti più giovani supporter del regime della prima ora cominciavano la loro fronda, quella che spesso li porterà ad abbracciare la chiesa marxista.

Le probabili parole di Mussolini sul nostro (fonte wikipedia) ci dicono qualcosa del personaggio: “Giovanni Ansaldo è uno dei pochi giornalisti italiani con i quali sia possibile discutere di cultura del fascismo. I giornalisti italiani dicono sempre sì!. Giovanni Ansaldo, che deve fare sforzi eroici per sentirsi fascista, membro di quel nostro partito al quale Galeazzo lo ha iscritto per potergli affidare la direzione del livornese “Telegrafo”, dice anche, e lo dice spesso, no!” .

Nelle pagine di Ansaldo, e anche in quelle di “Don Enrico”, inevitabilmente torna un pezzo dell’antico antifascismo associato ad un solido conservatorismo, almeno inteso come nostalgia della sobrietà dell’età giolittiana e dei tempi passati, e ad un radicale e comprensibilissimo anticomunismo (non dimentichiamo che era un dopoguerra dove il Pci parlava la lingua di Stalin). In questo senso a farne le spese è proprio Enrico De Nicola, con la sua “natura pusilla”. Il diario di Ansaldo, niente di ufficiale e quindi privo di quelle remore e diplomazia che invece troviamo negli articoli giornalistici, è insieme impietoso e divertente: “ Si va verso la Repubblica social comunista, che sarà instaurata con un plebiscito positivo per circa il 90% dei voti; qualcosa di analogo alle elezioni plebiscitarie mussoliniane. E c’è da augurarsi soltanto che tutto vada bene, che la corrente inarrestabile non trovi ostacoli; perché se trova qualche diga al suo cammino, qualche diga che le sbarri il passo, avremo un arresto temporaneo, un ingorgo formidabile, e poi un trabocco disastroso – ma non d’acqua, sì di sangue. In tutto questo dramma, la parte più comica ce la fanno, a mio avviso, i vecchi uomini liberali o comunque costituzionali, tipo Orlando, Bonomi, De Nicola, ecc: i quali, dopo avere, con la loro debolezza e la loro inettitudine, resa possibile l’ascesa del Fascismo al potere nel ’22, si fanno pronubi e garanti, quasi, dell’ascesa del Socialcomunismo nel ’45; con tutto il loro liberalismo, cioè, non hanno contribuito nella loro vita altro che far da sgabello – e due volte! – ai regimi totalitari” (pag. 13). In soldoni Ansaldo rimproverava a De Nicola da un lato la citata “pusilla” (il fu Presidente provvisorio è anche ricordato per il “bacio” a Mussolini al termine del suo intervento alla Camera il 15 luglio e per essere stato candidato nel “listone”) e, come ancora scrive l’ottimo Perfetti, “quella tendenza da leguleio a cercare sempre artifizi giuridici, sottigliezze che, mettendo da parte la sostanza del problema, soddisfacessero anche la sua vanità di grande e sofisticato giurista” (pag. 15). E’ dopo aver conosciuto personalmente De Nicola che il direttore del Mattino cambierà in gran parte il suo atteggiamento. Lo cogliamo perfettamente nel leggere le pagine di “Don Enrico”, sia quelle giornalistiche, sia quelle private e più sincere: alle contestazioni politiche si è ormai sostituita, grazie al racconto di innumerevoli aneddoti, la critica divertita per le micidiali vanità dell’uomo, per il suo “carattere difficile”, ma anche il rimpianto per un tempo ormai perduto di sobrietà e probità; quella che spingeva il mai arricchito De Nicola a far rivoltare un vecchio cappotto e comunque a vivere modestamente. L’articolo tratto da “L’Illustrazione italiana” del 18 gennaio 1948, “Il guittismo può insidiare la Repubblica”, ci dice in fondo qualcosa di molto attuale. C’è da chiedersi davvero cosa potrebbe scrivere oggi il conservatore Ansaldo dell’Italia ammorbata dalla cultura berlusconiana e dal suo più recente aggiornamento renziano.

Ma, al di là di ragionamenti col senno di poi, appare di tutta evidenza come l’ex direttore del Mattino anche con questi suoi scritti su Enrico De Nicola si inserisca da “apota”, seppur con un passato non privo di ombre e opportunismi, sulla scia di grandi personaggi, come Prezzolini e Montanelli, che avevano ripetutamente stigmatizzato il carattere degli italiani. Se è vero che gran parte dei critici letterari e colleghi hanno giustamente definito “elegante” lo stile di Ansaldo, più evidente di quello di altri grandi nomi del giornalismo, possiamo aggiungere, anche grazie alle pagine di “Don Enrico”, come a questa eleganza si accompagni spesso una pervasiva e perfida ironia. Magari non quella capacità di sintesi e le battute fulminanti proprie di Montanelli, ma di sicuro dimostrazione di come debba essere un giornalista di razza, uno di quelli che non sbagliano un colpo. E di cui sentiamo profondamente la mancanza.

Edizione esaminata e brevi note

Giovanni Ansaldo (Genova, 1895 – Napoli, 1969), giornalista e scrittore, diresse «Il Telegrafo» di Livorno, di proprietà dei Ciano, dal 1937 al 1943. Dopo la guerra diresse «Il Mattino» di Napoli dal 1950 al 1965 e collaborò a numerose riviste fra le quali «L’Illustrazione Italiana», «Tempo Illustrato», «Il Borghese». Per i tipi de “Le Lettere” è uscita la ristampa della biografia di Giolitti dal titolo “Il ministro della Buona Vita. Giovanni Giolitti e i suoi tempi” e “L’ultimo Junker. L’uomo che consegnò la Germania a Hitler”.

Giovanni Ansaldo, “Don Enrico”, Le Lettere (collana Il salotto di Clio), Firenze 2013. Prefazione di Francesco Perfetti.

Luca Menichetti. Lankelot, giugno 2014