Biondani Paolo, Porcedda Carlo

Il cavaliere nero

Pubblicato il: 27 gennaio 2014

“Cavaliere nero”, visto l’argomento del libro, è forse un titolo un po’ fuorviante. Silvio Berlusconi, protagonista assoluto del saggio di Biondani e Porcedda, tra l’altro, è sempre stato un tale camaleonte che non potremo mai etichettarlo con facilità, tanto più se si parla di schieramenti politici ed ideologie sfruttate a proprio uso e consumo. Si poteva titolare tipo Cavaliere “al” nero, ma poi sappiamo che per molti italiani, quella stragrande maggioranza che ammira i furbi anche se poi la cosa va a loro danno, il “nero” così inteso non rappresenta affatto qualcosa di negativo. Quindi gli autori, probabilmente per mettere in risalto lo spirito delinquenziale del politico evasore e truffatore, hanno ripiegato sul “Cavaliere nero” senza altri distinguo. Biondani e Porcedda, a seguito della condanna definitiva per frode fiscale a carico del Cav. Silvio Berlusconi e finalmente in possesso di documenti fino ad ora inediti, col loro libro hanno potuto ricostruire alcuni passaggi cruciali delle inchieste penali che hanno segnato vent’anni di “discesa in campo” e perciò di vicende fino ad ora misteriose che, con la complicità delle offshore, hanno preso le mosse almeno a partire dagli anni ’80. Documenti che, per quanto riguarda la sentenza di agosto 2013, hanno convinto i giudici della colpevolezza di Berlusconi e che ancora una volta dimostrano come la passate prescrizioni non volevano dire assoluzioni.

Ricordiamo che, se la condanna a quattro anni di reclusione è stata mutilata di tre anni cancellati dall’indulto del 2006, il Cavaliere “al” nero è stato condannato a rimborsare allo Stato 10 milioni di euro, ovvero meno di un trentaseiesimo dei profitti nascosti all’estero grazie al reato per il quale è stato dichiarato colpevole: i giudici hanno commisurato il risarcimento in riferimento ai soli 7,3 milioni di euro sopravvissuti alla prescrizione. Con buona pace di chi ha volutamente dimenticato l’entità dell’evasione e della truffa allo Stato. Vent’anni che hanno voluto dire almeno un miliardo e 200 milioni di euro in fondi neri che il nostro, tra leggi ad personam, prescrizioni e sentenze benevole (alla faccia della tanto decantata persecuzione), si è potuto gestire mentre era intento a salvarci dalla crisi economica e dal comunismo. Un libro di poco più di centocinquanta pagine ma che, pur trattando vicende societarie e giudiziarie complicatissime, si fa leggere con grande facilità grazie alla chiarezza e capacità di sintesi con la quale gli autori hanno saputo affrontare gli argomenti. L’appendice, la vera novità rispetto ad esempio i tanti ed esaustivi libri di Travaglio, Barbacetto e Gomez, è dedicata a quei documenti che a distanza di tanti anni hanno permesso di ricostruire i passaggi di denaro che hanno o avrebbero inguaiato (ricordiamoci sempre delle tante prescrizioni) il Cavaliere.

La sentenza dell’agosto 2013 risulta quindi frutto di indagini e vicende antecedenti a Tangentopoli e alla “discesa in campo”: processo Mediaset nato da una costola di altre indagini che avevano già portato alla scoperta di 64 società offshore del gruppo Fininvest attive tra il 1989 e il 1995; con la All Iberian quale tesoreria centrale di un sistema di operazioni riservate (pari almeno a 775 milioni di euro) che, mediante una valanga di denaro in nero, ha finanziato tangenti e corruzione.

Il libro di Biondani e Porcedda prende le mosse con il caso Lentini e poi con l’inchiesta su fisco e Finivest, quella che vide coinvolti finanzieri corrotti, quale archetipi di due decenni di anomalie giuridiche (comprese le tangenti a Craxi, la corruzione dei giudici romani per la Imi-Sir e Mondandori) ed archetipi, secondo la vulgata berlusconiana, di presunte persecuzioni da parte di un gruppo feroce di magistrati bolscevichi. Andando a leggere le carte ovviamente di bolscevico non si vede nulla ma semmai molto di delinquenziale da parte di imprenditori – politici dediti a truffare lo Stato e i cittadini italiani. Per la prima volta nel libro sono pubblicate le lettere riservate, sequestrate in una banca svizzera, che i magistrati milanesi hanno potuto inserire tra gli atti del recente processo Mediaset: spicca un pacchetto di raccomandate, tutte identiche, spedite l’8 luglio 1994, il giorno delle retata fiscale presso le sedei Fininvest, dalla sede centrale di Lugano della Bsi agli sconosciuti titolari di tre offshore delle Isole Vergini.

Altri esempi che rappresentano quanto il Cavaliere sia stato generoso con i suoi manager in disgrazia e, come dice lui, distratto riguardo la gestione del fisco: Salvatore Sciascia, “il manager delle tangenti”, viene condannato in tutti i gradi di giudizio per la mazzetta di Telepiù, ma S.B. invece di infuriarsi per il guaio in cui lo ha cacciato quel suo manager, “riconferma la sua straordinaria generosità. Sciascia non viene punito, anzi fa un balzo di carriera: diventa presidente della holding di famiglia […] E poi ascende in parlamento sotto la bandiera di Forza Italia” (pag. 38). Diverso destino per Pietro Di Giovanni, il vicebrigadiere che ruppe l’omertà riguardo le mazzette alla Guardia di Finanza ed entrò nel cosiddetta squadra degli incorruttibili: dopo vent’anni di servizio è maresciallo a Caserta e guadagna non più di duemila euro al mese.

Gran parte dell’inchiesta di Biondani e Porcedda è poi inevitabilmente dedicata al mondo delle offshore Fininvest-Mediaset: “Le carte di Mills [ndr: l’avvocato David Mills] hanno uno straordinario valore giudiziario ed economico: sono la prova documentale che il gruppo fondato e controllato da Silvio Berlusconi possiede un’intera costellazione di società offshore, sparse in vari paradisi fiscali, che muovono segretamente enormi masse di denaro nero [..] Un tesoro immenso, totalmente nero. In pratica esiste una Fininvest segreta: accanto alle aziende ufficiali è cresciuto un sistema economico parallelo e riservato, che funziona come una banca occulta […] Un tesoro nero nascosto al fisco e all’economia ufficiale. E ora non è più solo un’ipotesi, è un dato di fatto, un’evidenza documentale: lo provano i bonifici bancari” (pag. 46). Un “nero”, ricordiamolo, che doveva servire, oltre a procurarsi da subito ancora più denaro, anche per rastrellare azioni, intraprendere scalate aziendali, comprare politici, aggiustare leggi. Ed inoltre un “nero” prodotto – si veda la vicenda dei diritti televisivi – anche grazie ad una serie di intermediari fasulli (tra i quali un grossista di carni di Montecarlo trasformato in venditore di film), ma in realtà dipendenti dall’utilizzatore finale, che di passaggio in passaggio contribuivano a gonfiare i prezzi e poi a riversare la differenza nei paradisi fiscali. Abbiamo capito quindi che mancano all’appello ancora centinaia di migliaia di euro sottratti al fisco italiano ed imboscati in conti esteri. Denaro che difficilmente potrà essere recuperato, non fosse altro che nella prossima legislatura governerà comunque Renzusconi. Nel frattempo il Cavaliere ha continuato a denunciare la persecuzione della magistratura, come suo costume ormai da vent’anni. In appendice Biondani e Porcedda hanno anche riportato un florilegio di note frasi del Cavaliere “in” nero sui magistrati. Tutta roba piuttosto forte che denota sia aggressività nei confronti una magistratura tacciata di essere una “malattia della democrazia”, sia un’idea del tutto peculiare delle indagini penali. Leggiamo: “I pm inseguono i colletti bianchi e non i banditi (17 gennaio 1999)”. Evidentemente però qualcuno si è posto l’interrogativo: “e se le due cose coincidono?” E si è dato una risposta.

Edizione esaminata e brevi note

Paolo Biondani, giornalista, assunto nel 1990 al «Corriere della Sera», ha seguito per anni come cronista giudiziario le inchieste e i processi milanesi: Tangentopoli, Toghe sporche, indagini su Berlusconi, scandali economici, bancarotte, caso Formigoni, omicidi, terrorismo internazionale, mafia al Nord. Dal 2007 lavora come giornalista d’inchiesta nel glorioso settimanale «l’Espresso». Con Mario Gerevini e Vittorio Malagutti ha pubblicato per Chiarelettere il libro “Capitalismo di rapina” sulle scalate bancarie del 2005.

Carlo Porcedda, giornalista freelance. Dopo dodici anni da cronista politico all’Ansa di Milano, dal 2001ha scelto la libera professione firmando articoli, reportage, videoinchieste e documentari per «D-la Repubblica delle Donne», «Quark», «El Mundo», «il venerdì di Repubblica», «l’Espresso», «il Fatto Quotidiano», Discovery Channel International. Trai i suoi recenti lavori il libro-inchiesta “Lo sa il vento. Il male invisibile della Sardegna” (con Maddalena Brunetti, Edizioni Ambiente 2011) dedicato alle emergenze ambientali dell’isola.

Paolo Biondani, Carlo Porcedda, “Il cavaliere nero. Il tesoro nascosto di Silvio Berlusconi”, Edizioni Chiarelettere, Milano 2013, pag. 192

Luca Menichetti. Lankelot, gennaio 2014