Boyne John

La casa dei fantasmi

Pubblicato il: 2 maggio 2015

“Londra, 1867 – Se mio padre è morto la colpa è di Charles Dickens” (pag. 9): così l’incipit risoluto di “La casa dei fantasmi”, romanzo di John Boyne pubblicato per i tipi di Rizzoli. Chi scrive, come in una sorta di diario, è la giovane Eliza Caine, ventuno anni, e secondo i canoni del tempo, già in età di marito. La ragazza, che si sente bruttina e sgraziata, vive col padre, un bizzarro entomologo, che oltretutto è appassionato dell’opera di Charles Dickens; e quando giunge la notizia che il celebre scrittore sarà in una sala di Knightsbridge per tenere una pubblica lettura, il signor Caine, pur malato e malgrado le rimostranze della figlia, non avrà remore nell’uscire di casa per assistere alla performance del suo idolo. Una serata dedicata alle storie di fantasmi, tenebrosa, che, grazie all’abilità teatrale di Dickens, promette molto bene: “Ed era allora che ci coglieva di sorpresa con una sola frase, facendoci urlare quando pensavamo di stare tranquilli, spaventandoci nel profondo e concedendoci un sorrisetto per la facilità con cui sapeva manipolare le nostre emozioni” (pag. 23). Ma il brutto tempo e la pioggia si riveleranno letali e, una volta tornato a casa febbricitante, il padre di Eliza morirà lasciandola orfana e senza sostentamento. Poi un annuncio sul giornale, peraltro molto conciso,  nel quale si legge che un certo H. Bennett cerca un’istitutrice per i suoi figli. Eliza, ormai priva della casa paterna, decide allora di recarsi in questa grande casa nel Norfolk, a Gaudlin Hall, ad occuparsi di due strani e sfuggenti bambini, Isabella ed Eustace, che vivono apparentemente da soli. La giovane subito introdotta in un ambiente inquietante, reso ancora più drammatico dall’omertà della gente del villaggio vicino, scoprirà presto che in realtà la dimora non è abitata soltanto da lei e dai due bambini; per non parlare del tranello in cui è caduta (H. Bennett non era altri che la precedente governante, ora in fuga), delle morti violente delle precedenti istitutrici, e di come le apparizioni di una pericolosa entità –  o forse di due entità –  siano causate da un recente passato di abusi, pazzia e omicidi. Il racconto in prima persona di Eliza, ormai consapevole di quanto sia labile il confine tra la realtà sensibile e il soprannaturale, prosegue fino ad un epilogo nel quale quasi tutti i nodi della vicenda, come si suol dire, vengono al pettine. Salvo quel “quasi” che è da intendere come il finale in realtà riporti tutto ad una prospettiva soprannaturale e, per la povera Eliza, magari a nuove vicende inquietanti e pericolose.

Leggendo “La casa dei fantasmi” – e, da questo punto di vista, la citazione iniziale di Charles Dickens risulta eloquente – diventa scontato pensare che Boyne abbia voluto rendere omaggio in parte al romanzo gotico vittoriano e nel contempo a classici come “Il giro di vite” di Henry James (l’istitutrice, i due bambini, i fantasmi), oppure “Jane Eyre” di Charlotte Bronte (il terribile segreto nascosto tra le mura della grande casa), non a caso ricordato da Eliza, appassionata di letteratura.

Omaggio che non contempla soltanto un richiamo a situazioni, ad una trama che vive di personaggi misteriosi ed altrettanto misteriosi incidenti, di ambienti cupi e nebbiosi, di misteri parzialmente svelati, di apparizioni forse sovrannaturali o forse frutto di una natura ostile, ma omaggio che si sostanzia anche in uno stile che potremmo definire classico, se per classico intendiamo accurato e depurato da tutto quello che potrebbe apparire troppo volgare. Anche lo stesso racconto in prima persona, Eliza che annota giorno per giorno le sue disavventure e gli avvenimenti sempre più inquietanti e pericolosi, ci fa dire di una prosa particolarmente fluida, seppur giocata su un’imitazione ottocentesca. Le descrizioni degli stati d’animo in quanto tali risultano efficaci e funzionali ad una storia densa di affanni ed interrogativi irrisolti, mentre la caratterizzazione dei personaggi, frutto in qualche modo di un omaggio alle più classiche ghost-stories, potrà forse risultare non molto approfondita e forse convenzionale (i bambini che sanno molto e non dicono, i vicini che temono la grande casa, e via dicendo); come del resto la trama, almeno per un lettore abituato ai colpi di scena cinematografici di un “Sesto senso”, non riserverà incredibili sorprese. Molto più interessanti – e in questo caso forse non troppo in linea con l’imitazione di un classico ottocentesco – i riferimenti ad una Eliza, autonoma suo malgrado, che vive, in parte rassegnata e in parte con disagio, le idee repressive della società vittoriana, e che sembra anticipare le istanze delle suffragette (il movimento vedrà la luce ufficialmente due anni dopo il 1867 del romanzo): “Eppure, anche se non mi consideravo affatto una persona moderna, sentii che il suo senso di oltraggio era in se stesso oltraggioso. Perché quella bambina non avrebbe dovuto mirare a cose più grandi, dopotutto? Perché tutti noi non dovremmo?” (pag. 200). Non soltanto fantasmi maligni per Eliza Caine ma anche viventi malvagi che ci riportano nuovamente al Dickens che abbiamo incontrato all’inizio della vicenda: soltanto che questa volta lo potremo ricordare per i suoi romanzi sociali e non per il suo “Canto di Natale”.

Edizione esaminata e brevi note

John Boyne, (Dublino, 1971) scrittore irlandese, ha studiato Letteratura inglese al Trinity College. È l’autore di “Il bambino con il pigiama a righe” (2006), divenuto poi un film di Mark Herman, oltre che dei romanzi”Il ragazzo del Bounty” (Rizzoli 2009), “La sfida” (BUR 2010), “Il bambino con il cuore di legno” (Rizzoli 2010), “Non all’amore né alla notte” (Rizzoli 2011), “Che cosa è successo a Barnaby Brocket?” (Rizzoli 2012), “Il palazzo degli incontri” (Rizzoli 2013) e “Resta dove sei e poi vai” (Rizzoli 2013). Vive e lavora a Dublino.

John Boyne, “La casa dei fantasmi”, Rizzoli (collana La scala), Milano 2015, pag. 304. Traduzione di Beatrice Masini.

Luca Menichetti. Lankelot, maggio 2015