Donoghue John

La scacchiera di Auschwitz

Pubblicato il: 25 dicembre 2015

Difficile immaginare un contesto più infelice di Auschwitz per esibire al meglio le doti fondamentali del giocatore di scacchi: pazienza, lealtà, disinteresse, rispetto delle regole, entusiasmo e astensione da tutti i vizi che annebbiano il cervello. Eppure nel romanzo di John Donoghue uno dei protagonisti è l’orologiaio ebreo Emil Clément, un autentico genio della scacchiera, alla mercé della barbarie nazista e, pur “häftling” a tutti gli effetti, costretto a dare scacco matto agli avversari per salvare delle vite. Momenti spaventosi che rimangono scolpiti nella memoria di Clément e che risaltano grazie al tempo presente della narrazione. Questi, diversamente da sua madre, dai suoi figli e da sua moglie Rosa, è sopravvissuto all’olocausto e gli orrori dello sterminio gli hanno inculcato la ferma convinzione che non possano esistere tedeschi “buoni”. Certezze che verranno incrinate da un incontro inaspettato. La vicenda, infatti, si apre nel 1944 ad Auschwitz in presenza dell’ Obersturmführer Paul Meissner, un Waffen-SS che è stato ferito gravemente sul fronte russo ed è condannato a rimanere claudicante; e poi appunto di Emil Clément che è arrivato al campo da poco tempo e “non ha ancora l’aria spiritata e gli occhi infossati dei veterani” (pp.8). Ritroviamo subito i nostri protagonisti nel 1962 quando ad Amsterdam si svolge un torneo internazionale di scacchi. Qui Clément viene avvicinato da un prete che dopo qualche istante scoprirà essere proprio Meissner. Ai due nemici di un tempo si affiancherà Schweninger, un campione di scacchi ed ex nazista delle retrovie che anni prima, inconsapevolmente aveva avuto a che fare sia con Clément che con Meissner. Dopo poco meno di vent’anni le vite dell’ex deportato e dei due tedeschi sono cambiate radicalmente. E’ però rimasto intatto l’odio di Clément per coloro che gli hanno sterminato la famiglia; così come sono rimasti intatti i ricordi degli ex nazisti, che però hanno vissuto in maniera diversa la fine delle loro illusioni. Meissner, da tempo prete cattolico, è ormai condannato a morte da una malattia che non lascia scampo e intende dire molte cose al suo “Orologiaio”, intenzionato ad abbattere il muro di pregiudizio e di diffidenza che ancora lo divide da Clément. Meissner, già nel 1944, si era rivelato innanzitutto come nazionalista, un nazista disilluso e in qualche modo riluttante: l’incontro con Clément, pedina – nel vero senso della parola – di un singolare torneo di scacchi organizzato dentro Auschwitz, sarà motivo di un cambiamento profondo nell’animo del tedesco, tanto da fargli rischiare l’accusa di “essere amico degli ebrei”. Il seme del dubbio si insinua nei suoi diari: “Quanto a questo ebreo, non lo vorrei ammettere, c’è qualcosa in lui che mi inquieta. Era preoccupato per il suo amico, più che per se stesso. Me lo sarei aspettato da due camerati che hanno affrontato la morte insieme nel fuoco della battaglia, non da un ebreo che dovrebbe vivere nella più spregevole avidità. Comincio a chiedermi se tutto ciò che si dice di questa razza sia vero o se, come Lot nella città di Sodoma, l’Orologiaio sia l’unico uomo buono in una moltitudine di malvagi” (pp.212).

A metà strada tra la dignitosa opera di genere e la migliore letteratura concentrazionaria, “La scacchiera di Auschwitz” mette in scena una storia di inattesa redenzione che coinvolge sia gli aguzzini che le vittime; e in cui il tempo – le scene si alternano dal1944 al 1962 e poi ancora dal 1943 al 1945 – assume un carattere molto relativo: “le parole del professore sembrano fuori posto. Non capisce che per i prigionieri di Auschwitz, vivi o morti, il tempo non ha significato” (pp.415). Una redenzione, dicevamo, dai propri pregiudizi e dal proprio odio che però ha come premessa la sopravvivenza e, nel caso di Clément e di Meissner, questo vuol dire mettere sotto scacco le crudeltà dei nazisti di Auschwitz: il gioco degli scacchi diventa metafora di qualcosa di più profondo e fondamentale. Strategia di sopravvivenza, quindi, che deve fare i conti con la ferocia degli aguzzini – l’astuzia brutale che sembra prevalere sull’approccio intellettuale al gioco -, ma, come scopriremo, anche sorprendente filosofia di vita terrena e ultraterrena: “Per lui gli scacchi non sono un gioco, sono una specie di pratica religiosa. Non sono qualcosa da padroneggiare, ma qualcosa da vivere” (pp.251). E, difatti, come confiderà lo stesso Clément: “Ho creato un sistema basato sulla Cabala. Ciascun ordine angelico ha un attributo specifico. Io medito su quell’attributo e così trovo ispirazione per il mio stile di gioco” (pp.257). In un luogo in cui è facile pensare all’inferno in Terra, Clément è costretto a “meditare sulla volontà di Dio” e quindi a vincere la partita di scacchi per salvare se stesso e la vita di coloro che diventati oggetto di scommessa. Un romanzo caratterizzato innanzitutto dai dialoghi piuttosto che dalle scene d’azione, anche se la tensione, il mistero dell’animo dei protagonisti e della loro redenzione, così come il dilemma se sia opportuno o meno venire a patti col nemico, si manifestano grazie ai frequenti colpi scena introdotti proprio dai continui flashback. E il debito di ispirazione che Donoghue ha ammesso avere nei confronti di Primo Levi ci consente una citazione da “I sommersi e i salvati”, del tutto coerente anche con “La scacchiera di Auschwitz”: “Non era semplice la rete dei rapporti umani all’interno dei Lager: non era riconducibile ai due blocchi delle vittime e dei persecutori […] Il mondo in cui ci si sentiva precipitati era sì terribile, ma anche indecifrabile: non era conforme ad alcun modello, il nemico era intorno ma anche dentro, il ‘noi’ perdeva i suoi confini”.

Edizione esaminata e brevi note

John Donoghue, vive a Liverpool e prima di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura si è occupato per anni di salute mentale, pubblicando numerosi articoli su prestigiose riviste di settore. “La scacchiera di Auschwitz” è il suo primo romanzo.

John Donoghue, “La scacchiera di Auschwitz”, Giunti (collana “M”), Firenze 2015, pag. 432. Traduzione di Roberto Serrai.

Luca Menichetti. Lankelot, dicembre 2015

Recensione già pubblicata il 25 dicembre 2015 su ciao.it e qui parzialmente modificata.