Fonseca Rubem

E nel mezzo del mondo prostituto, solo amore pel mio sigaro ho tenuto

Pubblicato il: 2 dicembre 2012

Prima di avere tra le mani il libro di Rubem Fonseca “E nel mezzo del mondo prostituto, solo amore pel mio sigaro ho tenuto” ignoravo esistesse un genere letterario autonomo detto “brutalismo”, inaugurato proprio dallo scrittore brasiliano. Conoscevo semmai lo stile architettonico “brutalista”, ovvero qualcosa di volutamente grezzo, robusto, vigoroso. In attesa di capire meglio la genesi letteraria di questo termine, al momento il “brutalista” Rubem Fonseca, quanto meno leggendo il suo noir edito dalle Edizioni dell’urogallo, non mi è sembrato affatto voler riprodurre sulla carta stampata quel grezzo e quel “brutale” attributo a certe opere architettoniche. Altro discorso semmai è la rappresentazione realistica di un mondo misero, fatto di assassini e prostitute, dove la violenza e la sopraffazione è ordinaria amministrazione; forse retaggio dell’antico mestiere di Rubem Fonseca: commissario a Rio de Janeiro. Non è quindi un caso se lo scrittore brasiliano viene considerato uno specialista del noir. Anche il romanzo breve “E nel mezzo del mondo prostituto, solo amore pel mio sigaro ho tenuto” si può in parte incasellare in quel genere, salvo tutti i distinguo del caso. L’avvocato Mandrake, un criminalista carioca, uno dei personaggi più presenti nei romanzi di Fonseca, si trova alle prese con un caso particolarmente complesso. Ce lo dice lui stesso, all’inizio del romanzo, senza perdersi in inutili preliminari: “Il mio nome è Mandrake, sono avvocato criminalista. I casi di omicidio sono sempre una specie di sciarada. I clienti ti mentono sempre, i poliziotti ti mentono, i testimoni mentono a tutti. Ho iniziato a mettere insieme questo rompicapo senza disporre di tutte le sue parti, con pazienza, dopo aver sentito attori e coadiuvanti di questa trama. Ho registrato la maggior parte delle conversazioni che ho avuto con tutti loro”. Ma quale sarebbe la sciarada che adesso vedrà impegnato Mandrake?

Gustavo Flávio, noto scrittore e grande tombeur de femmes, si vede recapitare per posta delle foto di sue ex amanti, e dopo pochi giorni, la donna ritratta nella foto viene trovata uccisa a colpi d’arma da fuoco. Mandrake, nonostante la profonda antipatia per Gustavo Flávio si occuperà della faccenda, tentando di dipanare una matassa inestricabile e complicata dalle tante donne che, sedotte dal disinvolto scrittore, potevano avere buoni motivi per vendicarsi delle sue gesta libertine. Oltretutto Fonseca, con l’escamotage di un’inchiesta basata su registrazioni di interviste e interrogatori effettuati da Mandrake, e nemmeno ordinate cronologicamente, pare aver voluto incentivare un effetto che fa molto “rashomon”, con uno svolgimento non soltanto inquietante ma proprio sfuggente, privo di un epilogo del tutto risolutivo. Peraltro la figura di Gustavo Flávio, un vizioso tra viziosi, fa pensare ad un “marpionismo” spinto piuttosto che ad un “brutalismo”; che ricorda, molto in peggio, lo sfortunato protagonista dell’altro libro di Fonseca, “Diario di un libertino”, sempre edito dalle Edizioni dell’Urogallo. Il fatto che nel sito della casa editrice, per errore, siano state invertite la presentazione di questo libro con quella del “Diario di un libertino” alla fin fine potrebbe anche non balzare troppo agli occhi: c’è sempre la presenza di protagonisti dediti ai piaceri della carne e alle prese con donne tremende.

Inoltre, quasi a voler incrementare quella sensazione di “marpionismo”, almeno se inteso come indicatore di vizio, il consumo ossessivo di sigari, sia da parte dei protagonisti maschili, sia da parte di Amanda, moglie separata dello scrittore, rappresenta uno degli elementi che pervadono il romanzo dall’inizio alla fine. Qualcosa che sa di feticismo. Allo stesso modo la presenza di “Celeste”, misterioso nick femminile al quale Gustavo Flávio, in una chat, confida le sue complicate vicende sessual-sentimentali e poi i risvolti criminali che hanno causato, è un altro elemento contribuisce con una certa efficacia a creare un’atmosfera sfuggente ed enigmatica; senza bisogno di inventarsi chissà quale complicata trama o tenebroso mistero. L’impegno di Fonseca, nel volerci regalare un noir di qualità e quindi non tutto trama, mi pare si sia rivolto soprattutto alla rappresentazione dell’ambiguità dei protagonisti, senza voler minimamente appesantire un racconto, di per sé breve, con descrizioni forse poco pertinenti, e dove il monologo (ricordiamo l’escamotage delle registrazioni da parte dell’avvocato Mandrake) e il dialogo la fanno da padrone, quasi come in una sceneggiatura di un film. Il motivo dovrebbe essere piuttosto evidente: Fonseca ha svolto per anni, e con successo, proprio l’attività di sceneggiatore. Dopo aver avuto tra le mani questo particolarissimo noir credo che molti lettori diventeranno quanto mai curiosi di saperne di più su Mandrake e sul “brutalismo” del suo inventore.

Edizione esaminata e brevi note

Rubem Fonseca (Juiz de Fora, MG, Brasile – 1925), laureato in Giurisprudenza, è stato commissario del sedicesimo distretto di Rio de Janeiro. Esonerato nel 1958, dopo l’incontro con lo scrittore Dalton Trevisan, ha svolto l’attività di sceneggiatore e ha lavorato per l’emittente televisiva statunitense Home Box Office. Nel 2003 ha vinto il prestigioso Premio Camões. Tra le sue opere: Os prisioneiros (1963), A coleira do cão (1965), Vastas emoções e pensamentos imperfeitos (1988).

Rubem Fonseca, E nel mezzo del mondo prostituto, solo amore pel mio sigaro ho tenuto, Traduzione di Marco Bucaioni, Edizioni dell’Urogallo, Perugia 2012, pag. 128

Luca Menichetti. Lankelot, dicembre 2012