Franchi Gianfranco

L’arte del piano B. Un libro strategico

Pubblicato il: 12 novembre 2011

Vi assicuro che vedere un titolo come “La trincea del premier e il piano B.” di Verderami sul Corriere della Sera, subito dopo aver finito di leggere l’ultima opera di Gianfranco Franchi, è stato un attimo spiazzante. Ma solo un attimo perché non ci vuole molto per capire come i due “piani B.” non abbiano proprio nulla in comune, non fosse altro che il “B” del premier è in realtà sempre il solito “piano A” per fare quello che ha sempre fatto, mentre il “B” virtuoso di Franchi rappresenta una guida “ludica, trasversale, solare e pop alla via di fuga”. Via di fuga da una realtà che non ci piace per nulla, non certo una via di fuga dalle manette. Il libro, con questa sua impostazione a volte lieve a volte provocatoria – mi perdonerà l’autore ferocemente antimarxista – ha fatto tornare alla mente, forse un po’ a sproposito, la citatissima frase di Gramsci “il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà”, almeno nel senso di mettere in conto la necessità di cambiare lo stato delle cose ed inventarsi un nuovo modo di vivere. Una necessità che implica un programma ed una pianificazione che fa propria la massima di Appio Claudio Cieco “Faber est suae quisque fortunae, “ognuno è artefice del proprio destino”: l’uomo del “piano B” non è quindi una persona qualunque ma, come scrive Franchi, “è quello che viene a darti il buon esempio. Lui è quello che viene a dirti che non è finita. A mostrarti che un altro mondo è possibile. Che forse si può restare in Italia, nonostante tutto, e qui si può essere felici”.

In un’Italia che va a puttane, nel vero senso della parola, dove “tutta una serie di diritti che pensavi fossero acquisiti vengono messi in discussione o cancellati”(p.12), il nostro uomo del “piano B” è quindi qualcosa di più di un personaggio anticonvenzionale. E’ semmai un esempio virtuoso, anche se magari lavora per se stesso e al limite per la sua comunità, con “tre grandi talenti”, che “sa ascoltare. Sa osservare. Sa memorizzare le cose”. Lui, l’uomo del piano B,  ha la capacità di realizzare quelle buone idee che in fondo possono venire a tutti e che, in coloro che non riescono a coordinare le fasi di documentazione, progettazione, sperimentazione, attuazione, mestamente rimangono nel mondo dei sogni. Quindi una grande professionalità, intesa come sintesi delle quattro fasi, dimostrazione sia di sensibilità che di rigore, unita a quella necessaria segretezza che così può diventare davvero la premessa di qualcosa di diverso da quella pallida vita quotidiana che si vuole abbandonare.

Mi rendo conto che elencando così sbrigativamente queste “fasi” si possa pensare ad un libro costruito con toni seriosi, quasi da indagine sociologica. Non è affatto così ed anzi dobbiamo confermare come quel “ludico” di cui si legge nella quarta di copertina diventa spesso e volentieri una felice ironia, che non di rado si trasforma in efficace sarcasmo; pur sempre con l’intento di raccontarci nella sostanza qualcosa di molto serio. In questo senso va interpretato il “fare la cazzata” del piano C. Franchi ci ha ricordato Pasolini e la sua battuta “ma io mi domando, perché realizzare un’opera quand’è così bello sognarla soltanto?”. E’ quel momento in cui l’uomo del piano B si è perso nelle sue astrazioni e rischia di affondare nell’immobilismo. A questo punto soccorre il Piano C, con la sua coincidenza tra sperimentazione ed esecuzione, la vaga progettazione: insomma la cazzata liberatoria che a volte funziona pure. Il libro di Franchi, ventitre capitoli e tre interludi, costruito appunto come una sorta di ludica guida ad una vita alternativa, è anche la descrizione di quelle che possono diventare le applicazioni concrete del “Piano B”. Qui, nelle “applicazioni” probabilmente si riconosce la presenza di quel Guido Orsini che avevamo già conosciuto in “Monteverde”.

Guido, guarda caso, assomiglia per tante cose al suo biografo Gianfranco Franchi, ed anche nel “Piano B” tornano quei temi cari al nostro autore, le sue idiosincrasie. Insomma quegli argomenti adattissimi a farsi venire il sangue alla testa, tanto da dover temporaneamente abbandonare la leggerezza dell’ironia e che lo fanno riconoscere come intransigente avversario del malcostume italico: vuoi nella politica (il suo sentirsi di destra ma nel contempo antiberlusconiano lo rende antagonista su più fronti), vuoi in quel campo editoriale che ormai da anni è campo di battaglia di un Gianfranco Franchi in perenne movimento. Le pagine del “Piano B” scorrono veloci, grazie ad uno stile che rappresenta una bellissima sintesi tra una prosa elegante, priva di qualsiasi banalità, e la semplicità di un dialogo ricco di ironia. Per concludere e per significare il senso autentico dell’opera mi pare giusto lasciare la parola allo stesso Gianfranco Franchi, da una sua recente intervista: “È un libro che nasce per restituire speranza, convinzione, allegria e fiducia in un momento in cui sembra proprio che lo Stato ci stia crollando addosso, e l’Europa stia per capitombolare. È un libro che serve a restituire fede nell’immaginazione, e nei sogni. È una grande iniezione di solarità, e di italianità. È la mia risposta al male che sovrasta la città in cui vivo, Roma, e la nazione che abitiamo. Risorgeremo”.

Edizione esaminata e brevi note

Gianfranco Franchi (Trieste, 1978), letterato romano di sangue giuliano, austriaco e istriano, ha pubblicato in narrativa Monteverde (Castelvecchi, 2009), Disorder e Pagano (Il Foglio Letterario, 2006, 2007); in saggistica, Radiohead. A Kid (Arcana, 2009); in poesia, L’inadempienza (Il Foglio Letterario, 2008). Nella vita di tutti i giorni è un consulente editoriale, uno scout e un critico letterario. Per ora.

Gianfranco Franchi, “L’arte del Piano B. Un libro strategico.”, Piano B Edizioni, Prato, 2011. Collana Zeitgeist. Copertina di Maurizio Ceccato.

Luca Menichetti. Lankelot, novembre 2011