Ivaldi Roberto

Il mistero dei cosmati

Pubblicato il: 6 gennaio 2014

Leggiamo in quarta di copertina che la vicenda narrata da Roberto Ivaldi si svolge a Roma tra il 1414 e il 1471, anche se, a voler essere un po’ pedanti, dobbiamo aggiungere che in realtà gli anni del “mistero” sono molti di più e con tanto di manoscritti che ci riportano indietro fino al 1088 e ai tempi della prima crociata. Ma andiamo per ordine. Protagonista principale del romanzo è il fiorentino Braccio del Poggio, amico di Coluccio Salutati, umanista, filologo, diplomatico e segretario pontificio, oltre che spregiudicato affarista che si sta facendo una fortuna nel trafugare antichi manoscritti per poi trascriverli e commerciarli. Insomma un “eroe” molto moderno, con molta macchia e qualche paura, malgrado il racconto non sembri insistere troppo sulla personalità e l’immoralità del personaggio, investigatore con ritmi molto blandi, puntando semmai sulle stranezze di delitti che si replicano da decenni e decenni.

L’investigazione prende le mosse proprio nel 1414 quando di fronte a Braccio del Poggio si presenta Luc’Antonio dei Mellini, discendente della confraternita dei marmorari, ovvero i Còsmati, magistri doctissimi (il nome da Cosma di Pietro Mellini). Questi erano gli artisti, per lo più di area romana che, tra il XII e il XIII secolo, con le loro botteghe, si distinsero per i mosaici di origine bizantina e le decorazioni realizzate prevalentemente nei luoghi ecclesiastici. Luc’Antonio dei Mellini rivela che ormai da generazioni la confraternita dei marmorari viene perseguitata: morti cruente e misteriose in relazione ad una tavoletta di alabastro e ad una serie di manoscritti tra i quali l’ Historia magistrorum doctissimorum romanorum. Lutti inspiegabili che si sono manifestati fin da quando nel XI secolo Demetrio venne incaricato da Desiderio, abate di Montecassino e futuro papa Vittore III, di importare l’arte del mosaico bizantino e così ridare vigore all’architettura religiosa di Roma, da poco devastata dai Normanni. L’inchiesta di Braccio del Poggio prosegue negli anni, come una sorta di ricorrente ossessione, e poi portata (forse) a termine dall’allievo Fano Sura intorno al 1474. Mistero e morti che si scoprirà avevano preso le mosse dalla ricerca di una sacra reliquia, trasportata per mare da Gerusalemme e poi fatta sparire. La ricerca della verità si muove in un contesto di corruzione, di papi ed antipapi, di una religiosità distorta e condotta durante le complicate stagioni della vita di Braccio, dalla giovinezza alla maturità. Ne consegue che il romanzo non rappresenta semplicemente la storia di un’investigazione ma intende anche raccontare la vita di un notabile del tempo. Il racconto, fin dall’inizio condotto su diversi piani temporali, si dipana tra il XV secolo di Braccio e i secoli precedenti dei manoscritti: di tassello in tassello, di decennio in decennio, l’enigma sarà sciolto, senza per questo la sicurezza di un autentico epilogo.

Raccontato così si potrebbe pensare davvero ad una sorta di mistery, oltretutto con tanto delitti che richiamano gli enigmi della camera chiusa, un po’ sulla scia di Dan Brown ed epigoni. Forse “Il mistero dei cosmati” avrà pure voluto sfruttare il filone ma nei fatti – almeno abbiamo colto questo aspetto positivo – c’è sembrata un’opera scritta con uno spirito più rigoroso, con approccio più scientifico ed informato rispetto tanti recenti romanzi di genere. Altro discorso riguarda lo stile e la struttura narrativa scelta da Roberto Ivaldi, in questo suo alternarsi tra diversi livelli temporali e un’investigazione dilatata nei decenni. L’impressione è quella di un autore che, qui alla sua seconda prova come romanziere, rimanga innanzitutto saggista e come tale tenda a trattare il materiale narrativo. Lo cogliamo ad esempio da un italiano molto moderno, malgrado la narrazione di Braccio del Poggio, di Fano Sura e degli autori dei manoscritti sia in prima persona e quindi riferibile a secoli tra il XI e il XV. Non ultima la necessità, magari in previsione di altra edizione, di un ulteriore lavoro di editing nel limare ed eliminare qualche avverbio e ripetizione (a pag 154: “Kalef era sincero […] lui diceva sempre la verità”). Molto più interessanti, non fosse altro come spunto di ulteriori letture, i riferimenti all’arte dei marmorari, probabilmente sconosciuta ai più, che ci apre la prospettiva di un mondo remoto di storia (la Roma del XI secolo), simboli (si pensi alla dislocazione delle decorazioni nei pavimenti delle chiese) e misteri questa volta autentici: “riusciva a capire che utilizzare l’opera dei marmorari di scuola bizantina, adottare criteri di definizione fisica degli spazi sacri, di delimitazione degli ambienti, attraverso opere pavimentali e decorative di alto contenuto simbolico, avrebbe determinato una cesure straordinaria nel parlare quotidianamente ai fedeli. Mostrare loro concretamente la via da seguire proprio all’interno dello spazio della chiesa. Né lo stile rigoroso e pesante delle torri inglesi, né quello aereo e trasparente dei contrafforti francesi poteva avere la stessa forza” (pag. 30).

Una ricostruzione quella di Ivaldi che non deve essere stata affatto facile, ma che nello stesso tempo immagino abbia consentito una trattazione romanzesca degli argomenti senza timori di incorrere in particolari castronerie. Leggiamo in appendice: “i magisteri non hanno lasciato alcun documento scritto (o, perlomeno, nessun documento è stato trovato […] Tutte le date riconosciute, sono state ricavate sui lavori effettuati oppure sui registri notarili che si riferiscono a particolari delle loro attività contrattuali. Pertanto possiamo affermare che, a parte i nomi degli artisti e delle loro opere, tutto quanto raccontato, eccettuati alcuni particolari relativi ai personaggi storici citati, vissuti nel XV, è inventato” (pag. 254). Pensando a quanti hanno preso alla lettera i racconti di Dan Brown, visto come vanno le cose con lettori troppo suggestionabili e forse poco abituati a leggere, abbiamo apprezzato la precisazione di Ivaldi come onesta e necessaria.

Edizione esaminata e brevi note

Roberto Ivaldi, ingegnere, ha insegnato Cibernetica e Teoria dell’informazione all’Università di Roma La Sapienza. Ha inoltre sempre coltivato interesse per argomenti storici, in particolare per la storia coloniale, storia romana e del Medioevo. Ha scritto alcunii saggi, tra i quali Storia del colonialismo, La via delle Indie e Le mura di Roma (Newton Compton).

Roberto Ivaldi, “Il mistero dei Cosmati”, Exòrma edizioni, Roma 2013, pag. 240.

Luca Menichetti. Lankelot, gennaio 2014