Kurkov Andrei

Diari ucraini

Pubblicato il: 8 dicembre 2014

“Diari ucraini” – è bene chiarirlo subito – non è un libro consigliabile ai tanti italiani sodali con lo “Zar” Putin. Oltretutto la vulgata che va per la maggiore, ovvero l’Ucraina in mano ad un nazionalismo fascista e manovrato dai loschi occidentali reazionari, non renderebbe merito al coraggio di Andrej Kurkov, ucraino nato in Russia che parla e scrive in russo. Con i suoi “diari” lo scrittore, grazie ad una narrazione spesso avvincente e che ha poco a che fare con lo stile giornalistico, ci ha raccontato di giorno in giorno le manifestazioni contro il regime di Janukovyč, le proteste di piazza Maidan, i retroscena di un potere morente e corrotto, e la vita quotidiana che cambia drammaticamente in un paese assediato all’interno e all’esterno; e non soltanto da persone armate fino ai denti ma anche dai pregiudizi e dalla manipolazione mediatica, in parte provocata dai soft powers russi, in parte frutto di una cittadinanza dimezzata che vede gli abitanti del Donbass e dell’est condizionati da una mentalità ancora sovietica e quindi predisposti ad essere abbindolati dalla propaganda: ovvero – tanto per capirci – che a Kiev era in atto un sanguinario golpe fascista e che la Russia di Putin era ed è la sola salvezza per tutti loro, altrimenti destinati ad una spietata repressione.

L’Ucraina del russofono Kurkov quindi non ha nulla a che vedere con quanto ci hanno raccontato molti dei nostri connazionali, soprattutto riguardo la divisione etnica: preso atto di un regime che sopravviveva grazie alla corruzione e all’intimidazione, in piena continuità con gli anni cupi di  Kučma, è vero che i primi a scendere i piazza sono stati gli studenti che volevano l’accordo con l’Unione Europea al summit di Vilnius, ma poi,  da quando gli scherani del governo (tra i quali i titushki, ex atleti che i politici influenti sono soliti ingaggiare per provocare risse e aggredire i propri oppositori) hanno mandato all’ospedale una trentina di persone e ne hanno arrestate altrettante, molto è cambiato e la protesta si è trasformata in rivolta politica contro il primo ministro Azarov, e più in generale contro un regime poliziesco e autoritario. L’escalation che ne è seguita, ovvero l’uccisione dei primi due manifestanti in piazza Maidan e poi, nel febbraio 2014, gli spari sulla folla (oltre cento morti), hanno visto Janukovyč darsi alla fuga, poco prima che le truppe russe iniziassero le operazioni per occupare la Crimea e si manifestassero le prime proteste dei separatisti filorussi, in particolare nelle regioni di Donetsk e Luhansk. Un separatismo che, secondo lo scrittore ucraino, è stato supportato negli anni da una propaganda a dir poco pervasiva: “Gli abitanti del Donbass guardano la televisione russa, parlano russo e sono convinti che gli altri, cioè gli abitanti dell’Ucraina Occidentale, siano tutti nazionalisti e fascisti” (pag. 110); e che vive di quelle nostalgie imperiali che fanno di Stalin un eroe “severo ma giusto”, tanto che poi “In Crimea il monumento ai tartari della penisola deportati in epoca staliniana è stato distrutto da patrioti russi” (pag. 97). Del resto già nel novembre 2013, anche in quel di Kiev, la propaganda sembrava non conoscere il senso del ridicolo: “Ne ho davvero lo scatole piene di questa campagna antieuropea organizzata dall’invisibile, o meglio virtuale, Movimento Pro – Ucraina. L’intero Paese è tappezzato di poster e annunci che spiegano, illustrandolo con immagini, che in caso di integrazione nell’Unione Europa a tutti gli ucraini toccherà diventare froci o lesbiche […] A Kiev la gente ci ride su ma temo che nelle zone orientali e nelle città di provincia le persone siano in tutta la loro bontà e innocenza seriamente convinte che la UE pretenda che gli ucraini si trasformino in omosessuali per poter essere integrati” (pag. 32); mentre “lo spirito d’opposizione alla dittatura comunista si percepisce sino ad oggi con chiarezza nell’Ucraina Occidentale”. Da qui possiamo immaginare quali siano i sentimenti di quel popolo di fronte ad una Russia neozarista che rimpiange l’Urss e spera di tornare agli antichi fasti. Sono accuse feroci quelle di Kurkov nei confronti dei burattinai di regime e tra l’altro, a pagina 44, troviamo un passaggio piuttosto singolare: “Il capo di stato è accompagnato da una serie di compagni di merenda, uomini d’affari e oligarchi di Doneck”. Le merende e i merenderi di Janukovyč fanno pensare o a una traduzione molto libera, oppure che “compagni di merende” sia un’espressione molto più internazionale di quanto si possa pensare, oppure ancora al fatto che il mito di Pacciani abbia da tempo varcato i confini nazionali.

Dettagli a parte, di pagina in pagina il lettore potrà cogliere tutti gli incubi di Kurkov, le paure per l’integrità e l’indipendenza del suo paese, per la sorte della propria famiglia, mai disgiunti da un’indignazione che dovrebbe far fischiare le orecchie di parecchie persone: “e ora io mi sento dare del fascista perché sono contrario all’occupazione dell’Ucraina da parte delle truppe di Putin, perché mi sono dichiarato, e continuerò a farlo, contro la corruzione che il fuggiasco presidente Janukovyč, ha seminato ovunque nel Paese aiutato dal suo clan, o perché voglio che il Paese in cui vivo sia uno stato di diritto” (pag. 178). A proposito di corruzione e di malcostume qualcosa che ci ricorda i traffici di Acampora, Metta e compagnia: “E comunque, com’è stato più volte dimostrato dai giornalisti, i giudici spesso ricevono le sentenze già scritte, timbrate e firmate, senza che nessuna bozza sia mai passata sulla loro scrivania” (pag. 24). Anche il tema del nazionalismo ucraino, i cui caratteri peculiari sono stati rilevati da pochi osservatori indipendenti, è molto presente tra le pagine del russofono Kurkov: “tutto ciò che è della Russia non è necessariamente della Federazione Russa – una differenza che sfugge alla maggior parte degli ucraini. In fondo anch’io sono russo, un ucraino di origine russe. Sono “della Russia” ma non sono affatto “della Federazione Russa”! Non ho nulla a che fare con quello Stato o con la sua politica”. (pag. 85).

“Diari ucraini”, oltre che cronaca in diretta dei più recenti avvenimenti, ripercorre alcuni dei momenti più controversi e drammatici dell’Ucraina del XX secolo, dall’Holomodor (“Una grande carestia creata ad arte dal Partito comunista e dal governo dell’Unione Sovietica come punizione per i contadini ucraini che non volevano collaborare alla collettivizzazione dell’agricoltura dettata da Stalin”) all’annessione di gran parte del Paese all’Urss (“L’Ucraina occidentale ha fatto parte solo per 46 anni dell’Unione Sovietica ed è riuscita a mantenere la sua integrità etnica, la sua lingua e lo spirito imprenditoriale. Il centro e l’Est facevano parte dell’Urss sin dal 1918, per cui si è creata in quelle zone una particolare mentalità”).

Intendiamoci, dalle parti di Kurkov l’indignazione per quanto combinato dal regime di Janukovyč e i timori per l’escalation del conflitto con la Russia di Putin non hanno prodotto alcuna agiografia o giustificazionismo, da un lato perché lo scrittore ha ben presente che i manifestanti dell’Euromaidan non si sono mai sentiti veramente rappresentati dai partiti dell’opposizione ufficiale, è ben consapevole delle ambiguità degli oligarchi (“Si somigliano sotto alcuni aspetti la Tymošenko e Janukovyč. Oh, certo, lei è decisamente più intelligente, più elegante e più democratica. Ma la passione per l’autorità la condividono entrambi. Solo che Julija Tymošenko ogni tanto sa darsi una regolata, Janukovyč invece no”), e poi perché è stato testimone come  il passaggio da una rivoluzione all’auspicata normalità non sia mai immediato: “Ormai si sono aggiunti alla rivoluzione più tizi bizzarri di quanti l’hanno promossa. Alcuni sono semplici criminali e delinquenti che saccheggiano negozi e aziende agricole nel Sud del Paese, dietro la maschera del Pravyj Sektor” (pag. 250). Le parole conclusive di “Diari ucraini”, tanto più alla luce del semestre europeo in mano alla nostra banda di cialtroni arroganti, rappresentano un sonoro schiaffo alle politiche occidentali, a dir poco ambigue e ipocrite: “L’Europa, che durante il Maidan ha sbandierato il suo sostegno, ora si è fatta da parte e si è ammutolita, dando la precedenza ai suoi rapporti commerciali con la Russia. Il denaro è più importante della democrazia. Questo cinico insegnamento, che l’Europa ha lasciato all’Ucraina, influirà senz’altro sul futuro del mio Paese. E quindi anche sul mio. E quello dell’Europa stessa. Di tutta l’Unione Europea” (pag. 292)

Edizione esaminata e brevi note

Andrei Kurkov, è nato il 23 aprile 1961 in un paese nell’area di Leningrado. Nel 1983 si laurea a Kiev presso l’Accademia pedagogica di Lingue straniere. È autore ucraino che scrive in russo. Vive a Kiev, inizia a scrivere fin da giovanissimo. Per un periodo lavora come giornalista, compie il servizio militare come guardia carceraria a Odessa, poi si occupa di cinema, sceneggiature e romanzi. È autore di tredici romanzi (che hanno spesso protagonisti animali: un topo, un camaleonte, un pappagallo…) e di cinque libri per bambini. Il suo lavoro è tradotto in decine di lingue tra cui inglese, giapponese, francese, cinese, svedese ed ebraico. Tra i  suoi romanzi editi in Italia: L’angelo del Caucaso, I pinguini non vanno in vacanza e L’ultimo amore del presidente.

Andrei Kurkov, “Diari ucraini”, Keller (collana Razione K), Rovereto 2014, pag. 336. Traduzione di Sibylle Kirchbach.

Luca Menichetti. Lankelot, dicembre 2014