Dentini Fabrizio

Canapa medica

Pubblicato il: 5 novembre 2017

Fino a pochi anni fa molti nostri connazionali si dicevano convinti che lo spinello – anche quello occasionale – avrebbe condotto un’intera generazione alla tossicodipendenza: ovvero fumare cannabis il primo passo per poi cadere nel tunnel dell’eroina. Col tempo, e in virtù di quanto accaduto anche all’estero, queste previsioni catastrofiche sono state smentite, non fosse altro che attualmente la tossicodipendenza ha invece molto a che fare con alcool, cocaina e droghe sintetiche. Se poi anche molti magistrati e operatori del diritto e della pubblica sicurezza hanno rivisto le proprie posizioni in merito al proibizionismo, molto più conservatore si è dimostrato il cosiddetto palazzo della politica (compreso quello dove sono state trovate tracce di cocaina). Posizioni che hanno impedito di discutere senza pregiudizi sulla differenza tra liberalizzazione e legalizzazione, due concetti profondamente diversi. Adesso non intendiamo entrare nel merito di argomenti indubbiamente complicati e che andrebbero discussi in maniera informata, razionale e senza moralismi, ma vogliamo soltanto ricordare, grazie al libro di Fabrizio Dentini, che cannabis non vuol dire semplicemente spinello ludico e sballo (la sovraeccitazione viene piuttosto ottenuta con pasticche e polverina bianca). In questi anni la ricerca medica ha fatto passi da gigante e non ha potuto che prendere atto di alcune realtà: la canapa è una medicina naturale potentissima, spesso ultima spiaggia per malati con gravissime patologie.

Come possiamo leggere nella quarta di “Canapa medica”: “Ogni giorno in Italia cittadini sofferenti di svariate patologie [ndr: nel libro testimonianze di malati su trattamento tumori, chemioterapia, glaucoma, sindrome fibromialgica, dolore neuropatico cronico, tetraplegia, sclerosi multipla, epilessia, HIV, cefalea ed emicrania, disturbi psichiatrici, malattie rare] utilizzano cannabis per mantenere o raggiungere un livello di vita qualitativamente dignitoso […] In questo libro sono raccolte le storie di alcune di queste persone, perché nonostante la cannabis sia un medicinale con qualità ben assodate e con potenzialità ancora incognite e tutte da sviluppare e nonostante questa pianta, già dal 2007, sia stata riconosciuta come terapeutica, al giorno d’oggi la maggioranza dei pazienti riscontra ancora numerose difficoltà per accedere a questo rimedio”. Appunto per questi motivi le parole di Daniele Piomelli, direttore del Dipartimento “Drug Discovery and Development” dell’Iit di Genova e professore di Anatomia e Neurobilogia a Irvine presso la University of California, sintetizzano bene il pensiero di molti suoi colleghi: “Nel lungo termine credo che la legalizzazione possa aiutare a creare società più sicure, per la qualità delle sostanze e per la trasparenza della catena distributiva, ma solo nella misura in cui si riconosca il bisogno di limitare i danni potenziali dall’uso di cannabis (per esempio, negli adolescenti o nelle persone a rischio di psicosi) attraverso un programma intenso di prevenzione e ricerca. Io personalmente, vorrei vivere in una società in cui alcolici e cannabis sono legali, ma usati con cautela e da una minoranza della popolazione. Questo implica educazione a prevenzione, ma anche libertà di scelta” (pp.37). Stessi concetti nelle parole del dottor Marco Bertolotto, direttore del Centro Terapia del dolore e cure palliative dell’Asl2 di Savona: “La cultura medica è centrata su un assioma ben preciso, caratteristico della medicina occidentale, che vede questo rapporto: una molecola/un organo bersaglio. La cannabis è composta da un numero di molecole enorme, e ha tutto il nostro corpo come bersaglio, può divenire quindi farmaco di prima scelta, ma per essere tale, il medico deve entrare in relazione col paziente e discutere con lui la strategia terapeutica e le possibili opzioni. Per fare questo, dobbiamo liberare la cannabis da anni di storia legato al suo uso ricreativo e caricarla di contenuti scientifici” (pp.51).

La realtà, come sappiamo è ben diversa: “In Italia la canapa è di difficile approvvigionamento non solo per i malati ma anche per gli studiosi interessati a studiarne gli effetti per motivi scientifici” (pp.43). Un libro che quindi intende fare il punto sullo stato della ricerca, ma soprattutto che lascia ampio spazio alle parole drammatiche dei malati, di coloro che hanno iniziato ad usare la cannabis, sotto varie forme, per limitare i danni della loro malattia; e, a volte, tornare alla vita. Pazienti che evidentemente non sono stati molto pazienti, tutt’altro che rassegnati a vivere nella sofferenza e che hanno inteso curarsi malgrado i muri, a volte burocratici, a volte legali, a volte fatti di incomprensione, che si sono trovati davanti. Percorsi terapeutici che, in carenza di prescrizioni ufficiali e di produzione (le quantità prodotte dall’Istituto Chimico Militare di fatto sono minime e sottoutilizzate), hanno voluto dire coltivazione della canapa da parte di malati e dei loro familiari  – chiaramente lasciati soli dalle cosiddette istituzioni – e quindi denunce penali, trasferimenti all’estero in paesi tolleranti, acquisti di sostanze al mercato nero, probabilmente di infima qualità e tagliate chissà come.

Come racconta Alberto Sciolari, che ha contratto l’Hiv alla fine degli anni ’80: “In Italia il problema è fondamentalmente culturale; la cannabis, come ripetono le istituzioni ecclesiastiche in comunicati che sembrano scritti vent’anni fa, è una droga, punto […] se il paziente ha dei benefici perché lo devi carcerare? Noi ci muoviamo affinché anche in Italia venga accolto questo principio di buon senso. Sappiamo che per colpa della crisi lo Stato sta togliendo anche i farmaci salva vita, chiedendo ai pazienti di partecipare alle spese, quindi non sarebbe giusto e proponibile pretenderla gratuitamente per tutti i malati che ne possono avere beneficio. Basterebbe cominciare con il non carcerare chi si arrangia per conto suo senza far male a nessuno” (pp.272). Anche le parole di Giuseppe Zumbo, sieropositivo dal 1984 e sofferente di innumerevoli malattie, non lasciano indifferenti: “Vivo con 790 euro di pensione al mese con accompagnatore e la mia battaglia vuol dimostrare che la canapa non è una droga, ma un farmaco del quale ho terribilmente bisogno e come me, tante altre persone che ne hanno accesso, per avendone pieno diritto e alle quale i medici preferiscono somministrare metadone, morfine e psicofarmaci” (pp.285).

Alle innumerevoli testimonianze presenti nel bel libro di Dentini, spesso autentiche odissee tra sofferenza, solitudine, istituzioni repressive (con i malati, non con altri), fa da contraltare una classe politica che ancora una volta si dimostra inadeguata e propensa, come sempre, a ipnotizzare gli elettori con slogan semplicistici e lontani dalla realtà. Di ben altro tenore le conclusioni di Dentini, ed anche di coloro che hanno recuperato una loro dignità grazie all’uso terapeutico della cannabis: “mentre la produzione nazionale raggiungerà livelli qualitativi adeguati e consoni standard tariffari, non possiamo più permetterci di processare e talvolta carcerare pazienti che perseguono il proprio benessere senza nuocere al prossimo. Tutto ciò è antidemocratico e disumano”. Ed ancora: “I pazienti sono spesso costretti a interfacciarsi col mercato nero per acquistare prodotti di qualità scadente, procrastinando un modello che non ha nulla di liberale, un modello grottesco dove le organizzazioni criminali traggono profitto dalla salute dei cittadini” (pp. 348). Siccome di situazioni grottesche l’Italia è piena, anche grazie a un legislatore inadeguato e in malafede, una risposta razionale e di buon senso alla domanda dei pazienti in cura con la cannabis, e malgrado la pianta sia stata riconosciuta come terapeutica fin dal 2007, temiamo non arriverà né domani né dopodomani. Il tempo magari di mandare a casa gli sniffatori di palazzo.

Edizione esaminata e brevi note

Fabrizio Dentini, (Caracas, 1981) giornalista cresciuto a Camogli, Genova. Nel 2013 scrive “Canapa Medica. Viaggio nel mondo del farmaco proibito”, che viene riproposto oggi in forma aggiornata. Vive a Marsiglia.

Fabrizio Dentini, “Canapa medica”, Iacobelli (collana “Parliamone”), Pavona di Albano Laziale 2017, pp. 364.

Luca Menichetti.  Lankenauta, novembre 2017