Mankell Henning

Sabbie mobili

Pubblicato il: 15 novembre 2015

“Dal giorno in cui ho scoperto di avere il cancro mi sorprendo sempre più spesso a scoprire qualcosa di inaspettato nei ricordi che mi si presentano alla mente” (pp.197). Parole simili Henning Mankell le aveva già scritte, ma all’indomani della scoperta della malattia tutto suonava più drammatico e definitivo: “A investirmi in pieno fu proprio il terrore delle sabbie mobili. Mi battei con tutte le mie forze per non essere risucchiato e fagocitato dalla paralizzante consapevolezza di una avere una malattia grave, incurabile […] Quando alla fine ebbi sconfitto la voglia di arrendermi cercai nei libri cosa fossero in realtà la sabbie mobili e, leggendo, scoprii che i racconto dei granelli che possono inghiottire e uccidere un essere umano è solo un mito (pp.28). Una volta ridimensionato il panico ed entrato in una dimensione forse più distaccata rispetto il vivere quotidiano (da qui “l’arte di sopravvivere”), Mankell ha iniziato a disseppellire ricordi lontani e meno lontani, a proporre riflessioni sul mondo contemporaneo, sulla letteratura, sull’arte, sulla religione, sull’ecologia, per lo più reinterpretate alla luce di un cancro dagli esiti incerti; che, nel suo caso, poteva diventare una malattia cronica oppure poteva portare alla morte da lì a poco. Metafora di tutta evidenza le scorie radioattive (“Il futuro nascosto sottoterra”) che in Mankell, già fervente ambientalista, si arricchisce di una dolente autoironia: “Oggi che convivo con il cancro ritengo di aver acquisito nuove e inaspettate prospettive sul modo in cui smaltiamo le scorie nucleari” (pp.32). Di primo acchito il repentino passaggio dalle sabbie mobili, ovvero dalla percezione drammatica della malattia alle considerazioni su innumerevoli temi politici e culturali, potrà dare l’idea semplicemente di uno zibaldone di pensieri poco ordinato, ma – ripetiamolo – il filo conduttore della malattia poi emerge, fino a diventare una presenza costante e strumento interpretativo della vita a conclusione dei singoli ricordi. Di sicuro, se la struttura del libro non fa di “Sabbie mobili” una compiuta autobiografia ma piuttosto una sorta di diario pubblico, Henning Mankell racconta molto di sé e della sua formazione politica e culturale: le letture preferite, gli studi interrotti e poi ripresi da autodidatta, il lavoro di direttore di teatro, l’attività di drammaturgo, la permanenza in Africa, alle prese con un’umanità devastata dalla povertà, dalla guerra e dal razzismo occidentale. Ed altre vicende perennemente vivide nella memoria dello scrittore: la caccia ad un leone ferito e quindi pericolosissimo, l’aggressione subita da parte di alcuni balordi nel 1972 a Milano quando stava per incontrare Dario Fo, l’invalido di guerra malmenato alla stazione di Budapest, l’imbarazzato incontro di Mankell con la madre che molti anni prima aveva abbandonato la famiglia, gli artisti di strada a Mantova, il viaggio tra Portogallo e Spagna (“La strada per Salamanca”), i due fratellini di cinque e tre anni che a Maputo vivevano da soli per strada, gli ippopotami assassini dello Zambesi, gli archivi di Timbuctu, l’agonia di una diciassettenne africana affetta da Aids, la malata incontrata durante le sedute di chemioterapia, una rappresentazione di tango a Buenos Aires, la discarica galleggiante del Pacifico, la strega di Porte de Versaillles, il sogno del circo, una devastante gelosia, e molto altro ancora.

Confessioni e divagazioni che solo in parte potranno sorprendere gli abituali lettori del commissario Wallander, al centro di vicende noir in una Scandinavia disorientata che non può più essere considerata un faro di civiltà e paradiso d’Europa. “Sabbie mobili” semmai ci rivela pagine caratterizzate da uno stile limpido, del tutto comprensibile – in altri termini di facile lettura – malgrado la complessità degli argomenti; mentre proprio alcune delle critiche rivolte al Mankell giallista, in passato, hanno fatto riferimento ad un linguaggio “talvolta troppo elaborato e che privilegia un po’ troppo l’analisi psicologica e procedurale all’azione tout court” (Massimo Carloni). Altro genere, probabilmente altre prospettive ma è chiaro che, in virtù di questa dimensione del ricordo e del fine vita incombente, Mankell ha in qualche modo consolidato un approccio più distaccato rispetto i dilemmi più banali presenti nella vita quotidiana; tanto da affermare che “la verità, nella nostra esistenza, è sempre provvisoria” (pp.96).

Edizione esaminata e brevi note

Henning Mankell, (1948 – 2015) è l’autore svedese più tradotto nel mondo dopo Stieg LarssonDi recente, il suo commissario Wallander, protagonista di una delle più celebri serie poliziesche di tutti i tempi, ha conosciuto ulteriore fama grazie alla serie televisiva prodotta dalla BBC, protagonista Kenneth Branagh.

Henning Mankell,“Sabbie mobili”, Marsilio (collana “Gli specchi”), Venezia 2015, pp. 324. Traduzione di Laura Cangemi.

Luca Menichetti. Lankelot, novembre 2015