Daniel Pee Gee

Un’infilata di onesti accidenti

Pubblicato il: 21 gennaio 2018

È vero che in quarta di copertina leggiamo di “linguaggio barocco”, ma  non è il caso di equivocare: i due racconti – “Il prima e il poi” e “Il limite ultimo” –  si fanno leggere senza alcuna difficoltà e il “barocco”, al di là di tutte le considerazioni su illustri ed antichi modelli letterari, sostanzialmente diventa uno strumento per amplificare i toni fiabeschi e l’intento umoristico dell’autore. Fatta questa premessa, le pagine di Pee Gee Daniel, in presenza di questo linguaggio a volte “ampolloso” che fa il paio con spiritoso, si potranno leggere non soltanto alla stregua di un puro e semplice divertissement. Del resto, come scrisse uno che se ne intendeva, “la fiaba è il luogo di tutte le ipotesi: essa ci può dare delle chiavi per entrare nella realtà per strade nuove”.

Strade nuove che in “Un’infilata di onesti accidenti” mostrano un autore a briglia sciolta, dotato di una fantasia fuori del comune e capace ridicolizzare senza soluzione di continuità la megalomania umana, che ha sempre molto a che fare con la meschineria. Per non parlare della sfida insensata alle leggi di natura, scorrere del tempo compreso, da parte di personaggi non hanno capito nulla dei loro limiti e dei loro simili. I luoghi e i tempi di queste vicende così grottesche non sono ben definite ma, scrivendo di “pennacchi” e di “re”, si può pensare proprio alle epoche raccontate da Giambattista Basile – forse anche uno degli ispiratori di Pee Gee Daniel – che, tra l’altro, aveva destinato il suo “Lo cunto de li cunti” ad un pubblico adulto.

“Un’infilata di onesti accidenti”, pur ambientato in epoca remota, mettendo nel mirino dettagli apparentemente insignificanti ma che poi scatenano reazioni a catena, fa pensare anche a qualche teoria più moderna e in particolare al “battito d’ali di una farfalla che può provocare un uragano dall’altra parte del mondo” (come sappiamo il modello di Lorenz risale al XX secolo). In “Il prima e il poi” sfortunato e rimbambito protagonista è infatti uno studentello proveniente da Magonza e presto ribattezzato come messer Bengentili in quanto destinatario di incredibili gentilezze e generosità da parte degli abitanti di Piccoloborgo. Infatti: “Ben gentili! – non faceva che ripetere. Ben gentili!” (pp. 17). Cosa era successo poco prima? Un araldo, che prima di entrare nel paese aveva insozzato di unto la sua pergamena, si era tolto d’impaccio interpretando malamente il messaggio dell’amministrazione centrale: quel tanto da far apparire lo squattrinato studentello come un potente inviato governativo. E quindi, per arruffianarsi il supposto dignitario di palazzo, i piccoloborghesi si scatenano in salamelecchi e generosissimi doni. Esattamente il contrario del trattamento riservato al “funzionario ritardatario”, l’autentico inviato del Valvassore, alias “messer chevergogna”. L’epilogo non sarà dei migliori per Messer Bengentili, che pure avrà il tempo di ringraziare coloro che gli hanno scorciato – in maniera decisamente poco ortodossa – il naso, “quell’appendice che gli cresceva spropositatamente in mezzo agli occhi e che, sin dalle più tenera età, aveva sempre rappresentato un grave motivo di cruccio e di rammarico. Ora come ora, sentendosela così ben scorciata, non poté che ringraziare calorosamente gli artefici di quell’abbellimento: ‘Ben gentili! Ben gentili! Ben gentili!’…” (pp.33).

Il naso, tra l’altro, riveste un ruolo decisivo anche nel secondo racconto, “Il limite ultimo”. In questo caso però un naso che non è di ciccia e di cartilagine ma di marmo purissimo. Una vera e proprio odissea nella megalomania più estrema e ridicola prende il via quando il re Bucamela commissiona il suo ritratto ufficiale, in sella al destriero Setteleghe, al pittore Gianarcangelo da Pineto. Risultato notevole ma l’incontentabile Bucamela, condizionato dal maligno giullare di corte, non si mostra del tutto convinto e, dopo lunghe riflessioni, si rivolge a Schiapparape, scultore di inarrivabile talento: “Se la statua fosse stata eseguita a modo, per i futuri abitanti del suo regno sarebbe stato come rivederselo davanti vivo nei secoli a venire, finché le piogge millenarie, i venti sempiterni, epocali nubifragi e alluvioni ricorrenti non l’avessero sciolta..” (pp. 53). In prospettiva una statua di enormi dimensioni, scolpita con impareggiabile perizia, destinata a dominare il regno per millenni e millenni. Ma le simmetrie sono in agguato, l’osservazione del bracciante Tavièn sul naso apparentemente fuori squadra di qualche pollice (“per come la vedo io c’ha il naso che piscia da un lato”) diventa un vero accidente.  Poi a seguire un lobo troppo carnoso; ed ecco che il capolavoro rimpicciolisce pericolosamente di anno in anno, mentre intanto nel regno ci si agita tra mutamenti di regime, giullare golpista, anarchia, la restaurazione e, come leggiamo fin dal titolo, con la polverizzazione finale di un re. Quando si dicono gli “accidenti”, in molti casi nemmeno troppo “onesti”.

Edizione esaminata e brevi note

Pee Gee Daniel, pseudonimo di Pier Luigi Straneo, è uno scrittore italiano. Laureato in filosofia, ha pubblicato i romanzi, Gigi il bastardo (& le sue 5 morti), Montag, 2012; Phenomenorama, Inbooki, 2013; Il politico, Golena, 2014; Lo scommettitore, Leucotea, 2014; Ingrid e Riccione, La Gru, 2014; Sulle tracce della Ci**gna Voltaica, Twins, 2015; Il lungo sentiero dai mattoni dorati, e-piGraphe, 2015; e il saggio, Il riso e il comico. Un excursus filosofico, Montag, 2014. Collaboratore di periodici letterari e filosofici, ha scritto libretti musicali e ha curato allestimenti teatrali.

Pee Gee Daniel,“Un’infilata di onesti accidenti. Come l’ombra di un leccio portasse a morte uno studente di Magonza e la sproporzione polverizzasse un Re”, Scepsi & Mattana, Cagliari 2016, pp.80.

Luca Menichetti. Lankenauta, gennaio 2018