Saramago José

Caino

Pubblicato il: 11 novembre 2011

Il mio percorso di lettura e di conoscenza di José Saramago prosegue. Poco tempo fa ho letto “Il vangelo secondo Gesù Cristo” ed ora, grazie all’inaspettato regalo di due persone che stimo profondamente, sono arrivata a leggere “Caino”. Insomma: un salto repentino dal Nuovo al Vecchio Testamento. L’approccio, comunque, non cambia. Dio rimane quell’essere incomprensibile, capriccioso e scorretto che avevo incontrato ne “Il vangelo”.

Per mettere in risalto i limiti tutti divini di un personaggio come Dio, Saramago ricorre a Caino, tradizionalmente considerato come l’incarnazione del maligno, di colui che, secondo la versione biblica, non mostra alcun pentimento dopo aver assassinato il fratello Abele.

La versione di Saramago, pur rispettando alcuni elementi canonici, rivede il personaggio di Caino e lo rende più complesso ed interessante di quanto ci sia stato tramandato. Caino è una figura estremamente affascinante, ma spesso trascurata. Egli è il primo figlio di Adamo ed Eva. E’ lui, a conti fatti, il vero primo uomo in senso stretto. D’altro canto i suoi genitori non sono stati partoriti come viene partorito l’uomo, ma sono stati generati dal volere divino che li ha plasmati dal nulla.

Tra Caino e suo fratello Abele non esiste discordia. Il primo dissidio nasce, guarda caso, per colpa di Dio. Al momento di presentare il proprio dono al Signore, Abele brucia la carne dei suoi agnelli, Caino può offrire solo i frutti della terra che coltiva: “Il fumo della carne offerta da abele salì in linea retta fino a sparire nello spazio infinito, segno che il signore accettava il sacrificio e se ne compiaceva, mentre il fumo dei vegetali di caino, coltivati con amore quanto meno uguale, non andò lontano, disperdendosi immediatamente lì, a poca altezza dal suolo, il che significava che il signore lo rifiutava senza alcun riguardo“.

Il resto della storia lo conosciamo: Abele schernisce Caino e lui, dopo diversi affronti ed umiliazioni, reagisce e lo uccide. E quando Dio si presenta di fronte all’assassino, il giovane uomo non mostra alcun timore né rammarico: “sei stato libero di lasciare che uccidessi abele quando era nelle tue mani evitarlo, sarebbe bastato che per un attimo abbandonassi la superbia dell’infallibilità che condividi con tutti gli altri dèi, sarebbe bastato che per un attimo fossi realmente misericordioso, che accettassi la mia offerta con umiltà, solo perché non avresti dovuto rifiutarla, gli dèi, e tu come tutti gli altri, hanno dei doveri verso coloro che dicono di aver creato“.

La violenza rabbiosa delle parole di Caino è totale: “ho ucciso abele perché non potevo uccidere te“. Poco dopo Dio, piegato dalla logica spietata del figlio di suo figlio, ammette parzialmente la propria colpa ma non può non castigare Caino: dovrà andare smarrito ed errante nel mondo portandosi sulla fronte un segno nero, il segno della colpa e della condanna.

Il viaggio di Caino diviene quindi uno spostamento nello spazio ma anche nel tempo. Saramago fa approdare il protagonista della sua storia in luoghi e momenti fondamentali delle Sacre Scritture. Lo vediamo arrivare nelle terre di Nod dove da semplice impastatore di argilla, diviene amante della regina Lilith. Lo vediamo fermare tempestivamente la mano di Abramo mentre compie, in nome di Dio, il sacrificio di suo figlio Isacco. Lo vediamo approssimarsi ai costruttori della Torre di Babele ed assistere alla fine spaventosa delle città di Sodoma e Gomorra. Lo vediamo tra i membri del popolo d’Israele durante la creazione del vitello d’oro e la sua successiva distruzione oppure avvicinarsi al povero Giobbe, vittima ingenua ed impotente di una stupida scommessa tra Dio e il Diavolo. E finiamo per seguire Caino all’interno dell’Arca di Noè.

Divertenti e potentissimi i dialoghi tra Caino e Dio, a mio avviso la parte più attraente di tutto il libro. L’ironia, gli anacronismi, la sagacia sprezzante di Saramago si ritrovano lungo tutto il romanzo e rappresentano la visione disillusa e fortemente critica di un convinto non credente che si prende la libertà di giocare, smantellare e capovolgere i punti fermi di dogmi apparentemente intoccabili come quelli cristiani. Saramago non solo li tocca, ma li fa a pezzi e li ricostruisce seguendo una logica diversa, più irriverente, più inquieta. La sua prosa rimane incantevole, fluente, suggestiva e ci rende l’immagine di un Dio molto più uomo (ed imperfetto) degli uomini stessi, quelli che, d’altro canto, ha creato a sua immagine e somiglianza.

Edizione esaminata e brevi note

José Saramago nacque ad Azinhaga, in Portogallo, nel 1922. Non riuscì a completare i suoi studi tecnici e, dopo alcune occupazioni saltuarie, riuscì a lavorare come direttore di produzione nel campo dell’editoria. Il suo primo romanzo è “Terra del peccato” risalente al 1947. Fu avversato dal regime dittatoriale del suo Paese per questo si iscrisse al partito comunista, dal quale uscì nel 1969. Negli anni ’60 fu apprezzato per il suo lavoro di critico letterario. Negli anni ’70 pubblicò varie raccolte di poesie oltre a racconti e romanzi. Il vero, grande successo arrivò solo nel 1982 grazie a “Memoriale del convento” a cui fanno seguito, negli anni a seguire, “L’anno della morte di Ricardo Reis”, “La zattera di pietra”, “Storia dell’assedio di Lisbona”, “Il vangelo secondo Gesù Cristo”, “Cecità”. Nel 1998 a Saramago venne assegnato il Premio Nobel per la Letteratura. Lo scrittore, poeta e critico si è spento a Tias, nelle Isole Canarie, il 18 giugno del 2010, dopo una lunga malattia. Il suo ultimo libro è “Caino”, uscito nel 2009.

José Saramago, “Caino”, Feltrinelli, Milano, 2010. Traduzione di Rita Desti.