Venezia Shlomo

Sonderkommando Auschwitz

Pubblicato il: 14 settembre 2011

Mi chiamo Shlomo Venezia. Sono nato a Salonicco, in Grecia, il 29 dicembre 1923. La mia famiglia dovette abbandonare la Spagna al momento dell’espulsione degli ebrei nel XV secolo ma, prima di stabilirsi in Grecia, i miei antenati si fermarono in Italia, per questo mi chiamo Venezia“.

“Sonderkommando Auschwitz” nasce, in verità, da un’intervista a Shlomo Venezia che Béatrice Prasquier raccolse nel 2006 e che venne pubblicata, per la prima volta, nel 2007 in Francia. Il libro, nella versione italiana, ha tralasciato le domande assumendo l’aspetto di un discorso continuo e rappresenta, senza dubbio, una delle testimonianze più toccanti e, per certi versi, più spietate e crude sull’inferno che fu Auschwitz.

Shlomo Venezia ha taciuto per decenni dopodiché, nei primi anni ’90, ha deciso di parlare, di aprire la memoria e la coscienza al racconto, alla descrizione della sua esperienza di prigioniero e, soprattutto, di addetto ai forni crematori. Perché Shlomo, insieme a suo fratello e ad altri ebrei di Auschwitz-Birkenau, venne incluso nel Comando Speciale, meglio noto come Sonderkommando: “tutti coloro che facevano parte del Sonderkommando venivano «selezionati» e «trasferiti» ad altro luogo, ma io non compresi subito che le parole «selezione» e «trasferimento» erano degli eufemismi che significavano, in realtà, eliminazione. Tuttavia non ci misi molto a capire che eravamo stati integrati nel Sonderkommando al posto di altri prigionieri «selezionati» e uccisi”.

Shlomo Venezia venne deportato con il primo convoglio di ebrei in partenza da Atene ed arrivò ad Auschwitz-Birkenau l’11 aprile 1944, aveva quindi appena 20 anni. Arrivato nel campo di sterminio perse immediatamente la madre e le sorelle Marica e Marta. Poco più tardi gli tatuarono sul braccio in numero di matricola 182727. Dopo la quarantena obbligatoria entrò a far parte del Comando Speciale. Questo stava a significare che aveva il compito di accompagnare i deportati nelle camere a gas e, dopo la loro soppressione, doveva trasportarne i cadaveri nel Krematorium 2 nel quale, dopo qualche tempo, di quei corpi non rimarrà che cumuli di cenere. “Oggi è difficile crederlo, ma di fronte a questo macabro spettacolo non pensavamo a niente. […] Eravamo diventati degli automi che obbedivano agli ordini e cercavano di non pensare per poter sopravvivere qualche ora in più. Birkenau era un vero inferno, nessuno può capire o entrare nella logica del campo. Per questo voglio raccontare tutto quello che posso, fidandomi solamente dei miei ricordi, di quello che sono certo di aver visto e niente di più“.

Gli uomini che facevano parte del Comando Speciale divennero, loro malgrado, dei collaboratori dei tedeschi. Erano obbligati a svolgere il compito umanamente più penoso e grave mentre i nazisti si occupavano materialmente delle uccisioni.

Il racconto dei mesi vissuti trasportando i corpi dei morti è straziante, sia per il senso di disperazione che trasmette, sia per la raccapricciante descrizione della “normalità” di scene e gesti che in una situazione di vita “normale” riterremmo quanto meno aberranti. Tagliare i capelli alle vittime gasate, prelevare i loro denti d’oro, recuperare dai loro indumenti tutto quello che era possibile divenne per gli addetti del Sonderkommando una pratica abituale. Così come condurre quei corpi senza vita fin nei forni che li avrebbero bruciati. Anche gli uomini del Sonderkommando erano stati svuotati di ogni sentimento e di ogni forma di dignità e rispetto. Erano divenuto solo dei “pezzi” non erano più degli esseri umani: “Mi ricordo che un giorno, tra i cadaveri portati fuori dalla camera a gas, c’era il corpo di una donna incredibilmente bella. La bellezza perfetta delle statue antiche. Gli uomini che dovevano metterla nel forno non riuscivano a rassegnarsi all’idea di far sparire un’immagine così pura e tennero il corpo con loro il più a lungo possibile; alla fine furono obbligati a bruciarlo. Penso che sia stato l’unico caso in cui ho veramente “guardato”, altrimenti tutto avveniva meccanicamente, non c’era niente da guardare“.

Gli episodi che Shlomo Venezia ricorda e propone sono numerosi e procedono spesso per frammenti, proprio come accade quando gli eventi sono ormai lontani ma profondamente incisi nella memoria. Anche lui, come tanti altri scampati alla morte di Auschwitz è stato colpito dalla cosiddetta “malattia del sopravvissuto”, quell’oscuro senso di colpa che si prova nei confronti di chi da quell’inferno non è riuscito a venir fuori. Ma, come scrive Shlomo, dal Crematorio non si esce mai. Non si può dimenticare, in nessun modo. Per questo uno dei pochi sopravvissuti del Sonderkommando di Auschwitz-Birkenau ha deciso di parlare, forse per condividere un dolore così radicale e senza limiti. Questo libro raccoglie la memoria di Shlomo Venezia e la perpetua. Da leggere, assolutamente.

Edizione esaminata e brevi note

Shlomo Venezia è nato a Salonicco, in Grecia, nel 1923. E’ un italiano di origine ebraica. A venti anni venne deportato nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau e, durante la prigionia, fu costretto a far parte del Sonderkommando, unità speciali destinate a trasportare verso i forni crematori i corpi dei prigionieri uccisi dai nazisti nelle camere a gas. Shlomo Venezia è uno dei pochi membri del Sonderkommando ad essere sopravvissuto e le sue memorie sono raccolte nel libro “Sonderkommando Auschwitz”.

Shlomo Venezia, “Sonderkommando Auschwitz”, BUR Rizzoli, Milano, 2010.