Caporale Giuseppe

Il buco nero. La lunga tragedia dell’Aquila: dalle raccomandazioni e dalle tangenti al terremoto e agli scandali della ricostruzione

Pubblicato il: 6 aprile 2011

Sono nata e vivo nella Marsica. Il terremoto fa parte di quella storia sottopelle che trovi fissata in certi muri segnati, nei racconti di chi racconta che c’era e nelle scosse che, a modo loro, da sempre, ricordano che qualcosa di incontrollabile e più grande di te può devastarti l’esistenza.

Alle 3.32 del 6 aprile 2009 dormivo, come tanti. Prima di quel momento anche qui, a una quarantina di chilometri in linea d’aria da L’Aquila, la terra aveva tremato in vari momenti. Nulla di eccezionale, in fin dei conti. Era già capitato. Poi, però, alle 3.32 la scossa più potente ed infinita. Questo ricordo più di tutto: sembrava non voler finire. Perché è proprio ciò che speri in quegli istanti: che finisca prima possibile. E il buio. Ricordo il buio in cui ho temuto di poter rimanere incastrata per sempre. Oggetti caduti, altri frantumati, un silenzio glaciale, la paura che preme sul cuore e poi le grida.

Non ho ancora avuto il coraggio di tornare a L’Aquila. E’ la città in cui mi sono recata per anni. Lì ho studiato, lì ho conosciuto decine di persone, i docenti, gli spazi, le strade, i suoni. Dei posti che conosco bene non è rimasto in piedi quasi nulla. Palazzo Carli o Palazzo Quinzi o Palazzo Camponeschi, nei quali la Facoltà di Lettere era variamente dislocata, sono macerie.

Leggere il libro di Caporale mi ha segnata, di nuovo. Dovremmo, dovrebbero, leggerlo tutti “Il buco nero”. Aiuterebbe a capire meglio non solo le ferite tragicamente ancora aperte di questa terra, ma anche la vergognosa corolla di sciacalli che, proprio attorno a questo terremoto, tra una risata al telefono e un anello di diamanti, stanno affilando zanne e unghie. Il libro del giornalista de “La Repubblica” è un’inchiesta schiacciante, un documento puntualissimo nel quale si trovano nomi, cognomi, cifre e trascrizioni. Porta alla luce, scrivendole con chiarezza l’una dopo l’altra, le vergognose operazioni che politici ed imprenditori hanno ben architettato per tirare fuori dalla ricostruzione tutti i benefici personali possibili.

La corruzione, in Abruzzo, è un male endemico. Ha radici lontane e profonde. Caporale ne ripercorre almeno gli ultimi venti anni. I meccanismi che hanno condotto alla caduta di almeno due diverse Giunte Regionali, all’arresto per corruzione di decine di amministratori eletti, alla scoperta di un’infinità di raggiri, di falsi, di clientelismi, di truffe. Il terremoto del 6 aprile 2009 non poteva che essere l’ennesima occasione da sfruttare.

Ovviamente l’autore non trascura i 309 morti. La loro tragica fine deve pur avere una spiegazione. E infatti, almeno per buona parte delle vittime, ce l’ha. E’ quella rintracciabile in strutture crollate che non sarebbero dovute crollare. Come la “famosa” Casa dello Studente. Un edificio progettato male, amministrato peggio e ristrutturato, negli anni, senza alcuna logica. Un palazzo che, collassando miseramente, ha spezzato la vita di tanti ragazzi. I nomi dei responsabili ci sono tutti.

Nell’inchiesta sul terremoto è coinvolta anche la Protezione Civile. Perché? Perché, come dimostra il giornalista, ha letteralmente abbandonato L’Aquila. Sarebbe bastato prendere in seria considerazione tre mesi di scosse continue. Durante la riunione del 31 marzo 2009 della Commissione Nazionale per la Previsione e la Prevenzione dei Grandi Rischi, tenutasi nel capoluogo abruzzese, gli esperti pervengono ad un risultato quasi rassicurante o, quanto meno, non allarmistico: “Lo sciame sismico che interessa L’Aquila da circa tre mesi, è un fenomeno geologico normale“. Dopo questa ed altre simili considerazioni, la gente che vive in città non pensa di dover temere granché. Loro, gli esperti, hanno lasciato passare, anche attraverso i mass media, un messaggio di blanda tranquillità. I terremoti, dicono tutti, non si possono prevedere. E allora, spiega Caporale, come mai in una attenta relazione della stessa Protezione Civile si legge: “Un terremoto può innescarne altri. La probabilità di innesco aumenta con la magnitudo della scossa principale […]. Questi andamenti possono essere utilizzati per costruire previsioni a breve termine“? Eppure al 31 marzo nessuno si è sentito di lanciare un allarme ai 70.000 abitanti di una città messa in ginocchio da una violenta scossa solo sei giorni più tardi.

Molto interessante e degno di nota anche il capitolo dedicato al progetto C.A.S.E. e quello nel quale si sottolinea la potenza della macchina mediatica che ha portato L’Aquila a diventare una “superstar” televisiva, compresa l’organizzazione di un G8 proprio a poca distanza dalla distruzione. Una città usata spesso e volentieri come spot politico e personale ma che ormai sembrano aver dimenticata in molti.

Il centro storico de L’Aquila è “zona rossa”: “A due anni dal 6 aprile, è stata avviata solo la ricostruzione leggera, quella delle case lesionate dal sisma. Le abitazioni classificate E (completamente distrutte) sono rimaste in macerie. Senza neanche una normativa guida che consenta la presentazione dei progetti di ricostruzione“.

Secondo una previsione L’Aquila potrebbe tornare ad essere ciò che era solo nel 2079. Infatti a distanza di 69 anni dal terremoto, forse, la città potrebbe essere completamente sgombrata dai detriti e dalle macerie che la occupano e che, ad oggi, nessuno sa dove collocare.

Le denunce che Giuseppe Caporale affida alle pagine de “Il buco nero” sono numerose ed agghiaccianti. Soprattutto per chi, come la sottoscritta, in questa regione, in questa provincia vive e lavora. La commozione nel ripercorrere e ricordare la tragedia della scossa delle 3.32 si mescola all’amarezza e alla rabbia di dover riconoscere la marcescenza che, come un cancro inestirpabile, affligge quasi tutte le istituzioni che dovrebbero guidare L’Aquila e le aree viciniori fuori dal baratro. Ma gli interessi sono tanti e tali per cui in pochi vorranno mostrare al mondo come sta realmente procedendo quella fatidica ricostruzione di cui qualcuno si vanta e che, in realtà, non si sa neppure da dove far cominciare.

Edizione esaminata e brevi note

Giuseppe Caporale è giornalista de “La Repubblica” e direttore editoriale del gruppo televisivo “Rete 8 – Telemare” in Abruzzo. E’ tra i primi giornalisti ad essere giunto a L’Aquila la notte del 6 aprile 2009. Ha pubblicato “L’Aquila non è Kabul” (Castelvecchi, 2009) e “Il buco nero” (Garzanti, 2011). E’ autore del documentario “Colpa nostra” nato, anch’esso, da un’inchiesta giornalistica sul terremoto aquilano. “Colpa nostra”, regia di Walter Nanni, si è aggiudicato il Salerno International Film Festival.

Giuseppe Caporale, “Il buco nero. lunga tragedia dell’Aquila: dalle raccomandazioni e dalle tangenti al terremoto e agli scandali della ricostruzione”, Garzanti, Milano, 2011.