Carbone Rocco

L’apparizione

Pubblicato il: 10 ottobre 2010

Apprezzo sempre di più Rocco Carbone. All’amore che provo per la sua narrativa, si aggancia irrimediabilmente la consapevolezza che potrò leggere un numero limitato di libri. Quei pochi che ha avuto modo di scrivere prima della sua morte, avvenuta a causa di un incidente nel 2008. Continuo a considerare quel tragico evento tra i più funesti ed irreparabili del mondo della cultura italiana. Carbone ha tutte le carte in regola per essere considerato uno degli scrittori più interessanti degli ultimi anni.
“L’apparizione” è uscito per Mondadori nel 2002. Al centro della vicenda c’è Iano. Lo troviamo, fin dalle prime pagine, assorbito e circondato dal suo malessere: si sveglia, prende le sue medicine, toglie il caricatore da una pistola, preme il grilletto, rimette a posto il caricatore e ripone l’arma nel cassetto. Va in bagno, si veste, esce, si reca dal suo psichiatra. Si avverte immediatamente quale sia il tenore della storia: un viaggio dentro la malattia di Iano, accanto ai suoi demoni interiori, tra le maglie di un’esistenza che non ha più nulla di normale.

Il presente di Iano è una bolla di tempo e di azioni che non controlla. Per questo, durante la visita dal dottor Redondo, Iano parla con amarezza: “per me una vita normale […] era quella che facevo prima. Prima che accadesse quello che lei conosce bene, perché sono stato io a raccontarglielo. Se fosse al mio posto, da questa parte della scrivania, capirebbe meglio. E forse capirebbe anche perché sono stanco della cura”. Ma il medico è di un altro parere: “I discorsi che fa sono inutili, mi creda […] Quando è andato via di casa, ha fatto qualcosa di cui non era in grado di valutare le conseguenze. Tutto le sembrava diverso da come è nella realtà. Più facile, bello entusiasmante. Ma le cose non sono andate così. Io sto cercando solo di porre riparo ai danni che ha fatto, a tutto il male che si è fatto senza nemmeno accorgersene”. Il resto accade in pochi istanti: Redondo si volta dando le spalle al suo paziente e Iano preso da “quella presenza che avvertiva dentro di sé, […] quel nemico silenzioso pronto da un momento all’altro ad avvelenargli le giornate, a rinchiuderlo in una oscurità difficilmente penetrabile”, lo colpisce violentemente alla nuca con un posacenere.

Da questo momento Carbone apre ampie finestre temporali grazie alle quali ci permette di conoscere la storia di Iano e del suo male. Lo scrittore si addentra nel percorso complesso, delicato e doloroso che conduce un uomo, un valido e preparato insegnante elementare di sostegno, a distruggere il suo matrimonio con Rosa, a vivere un amore a senso unico per Sara, che lo ignora e non ha nessuna intenzione di avere una relazione con lui, ad allontanarsi dalla scuola in cui lavora, a far dipendere la sua sopravvivenza dalla quantità di gocce che è costretto a prendere, al considerare l’alcol come rifugio dall’insostenibilità del resto.

Tutto sembra aver inizio quando, inaspettatamente, Iano sente di provare un sentimento per Sara, un’amica che, per la prima volta, vede con occhi diversi dal solito. La sua mutazione interiore corrisponde, almeno inizialmente, ad uno stato di idillio mai provato, alla percezione di un amore profondo e nuovissimo in nome del quale l’uomo, in maniera improvvisa, fa a pezzi il suo matrimonio e va a vivere da solo. Ma la trasformazione che avviene in Iano lo porta presto in un abisso fatto di deliri, in una voragine di afflizione e tormento che lui stesso immagina essersi generata dopo l’apparizione di uno strano giovane, forse un mendicante, dall’aspetto dimesso e accompagnato da un randagio. Quella presenza arriva da un mondo altro? Forse è un dio, però non quello che molti credono di conoscere: “Eros non è come noi lo immaginiamo. Non è un bambino alato e innocente, o tutt’al più malizioso. E’ un dio tremendo, il figlio di Caos, quello che rompe le membra e avvelena l’esistenza. Che rende l’uomo felice, ma che attraverso questa felicità attrae su di lui la sventura”.

I segni di quello che potremmo definire destino sembrano ineluttabili. Iano sa che deve fuggire, anche se il colpo fatale inferto al suo psichiatra rientra solo in quella sequela di eventi che qualcuno ha già tracciato e che, per questo, non lo fanno sentire concretamente responsabile. Si allontana così dalla grande città in cui vive (Roma?), per raggiungere suo padre che vede raramente e che nulla sa dei patimenti di suo figlio. Ed è proprio qui, nei luoghi delle sue origini, che Iano torna ad incontrare nuovamente quel giovane mendicante malconcio e il suo cane. Lo incontra davvero o è solo un’allucinazione?

La forza figurativa ed emotiva che Rocco Carbone trasmette attraverso questo romanzo è travolgente. Ci si trova, empaticamente, a soffrire con Iano e per Iano. A comprendere e abbracciare la sua sorte che, chissà perché, si spera possa avere un epilogo diverso. Ci si augura una sorta di redenzione o di recupero che, alla fine, non può arrivare. O, almeno, non nella forma che qualcuno vorrebbe. La resa è nell’aria. La si annusa tra le pieghe della scrittura, nelle riflessioni controverse del fuggitivo, nei dettagli di una casa familiare e di un padre.

La scrittura di Carbone non ristagna mai. Scorre fluida e filiforme. Non annoia, non disturba. I costrutti sono incastrati in maniera impeccabile, così come i salti nel tempo e la scelta di non soffermarsi mai, in maniera soffocante e patetica, su un dolore umanamente tanto sottile e spietato. Non c’è pietismo. Solo grande, adorabile maestria.

Edizione esaminata e brevi note

Rocco Carbone nasce a Reggio Calabria nel 1962. Dopo essersi laureato il Lettere a La Sapienza di Roma, vince un dottorato di ricerca presso la Sorbonne di Parigi. Dopo qualche tempo decide di abbandonare la carriera universitaria e si dedica alla critica letteraria: scrive per le pagine culturali de “Il Messaggero” e de “L’Unità”, oltre che per diverse riviste letterarie come “Nuovi argomenti”, “Paragone”, “L’Indice”, “Linea d’ombra”. Nel 1993 pubblica, per Theoria, “Agosto”, il suo primo romanzo. A cui fanno seguito “Il comando” (Feltrinelli, 1996), “L’assedio” (Feltrinelli, 1998), “L’apparizione” (Mondadori, 2002) e “Libera i miei nemici” (Mondadori, 2005). Nel 1998, e per i successivi sei anni, lo scrittore insegna storia e letteratura italiana nel braccio femminile di Rebibbia. Rocco Carbone muore a Roma nella notte tra il 17 e il 18 luglio 2008 a causa di un incidente motociclistico. Il suo ultimo romanzo, “Per il tuo bene”, esce postumo nel 2009 per Mondadori.

Rocco Carbone, “L’apparizione”, Mondadori, Milano, 2002.