Sciascia Leonardo

Dalle parti degli infedeli

Pubblicato il: 4 maggio 2010

“Dalle parti degli infedeli” rientra tra le micro-cronache siciliane che Sciascia più volte ha messo al centro dei suoi libri. Episodi reali e dimenticati perché apparentemente trascurabili o perché volutamente tacitati ma che, come lo scrittore di Racalmuto tiene a sottolineare, portano con sé momenti di vita esemplari e tracce di storia tutt’altro che secondarie.

La vicenda ricostruita in questo caso riguarda Monsignor Angelo Ficarra, Vescovo di Patti dal 1937 al 1957. Sciascia, nel 1979, viene in possesso delle lettere che costituiscono l’archivio del Vescovo e partendo da tali missive, ripercorre e ricostruisce cronologicamente tutta la sua storia, culminata nell’allontanamento di Mons. Ficarra dalla sede di Patti per essere trasferito “in partibus infidelium” (nelle terre dei non credenti), presso l’arcidiocesi di Leontopoli di Augustamnica, una località che, probabilmente, corrisponde alla città di Tell el-Jehuddijjeh, non molto distante dal Cairo e che è tuttora vacante.

Ma perché Monsignor Ficarra sarebbe stato “punito” dai suoi superiori fino a terminare la sua missione pastorale in una delle sedi cattoliche più irrilevanti e marginali della Chiesa? Ed è proprio a questo interrogativo che Sciascia vuole dare una risposta sia per fare chiarezza su una vicenda umana troppo rapidamente caduta nell’oblio, sia per descrivere, una volta di più, quali meccanismi di natura meramente politica possano insinuarsi in rapporti che, solo teoricamente, dalla politica dovrebbero mantenersi estranei e nitidamente distaccati.

Sciascia riporta numerosi passi estratti dalle lettere scritte a o da Mons. Ficarra. E’ evidente che le più insinuanti e sorprendenti sono quelle che il Vescovo di Patti aveva ricevuto dalla Sacra Congregazione Concistoriale, presieduta dal Cardinal Piazza. Tra le prime, lo scrittore ne riporta una risalente al 31 marzo 1947 nella quale si legge: “… questo Sacro Dicastero vuole ancora ripetere, confortato dalla Superiore approvazione, essere necessario impartire ai fedeli chiaramente e ripetutamente, sia che si tratti di elezioni politiche o di elezioni amministrative, di elezioni nazionali o di elezioni regionali, le seguenti norme…”. Non è un caso che il Vescovo Ficarra, così come tutti gli Ordinari d’Italia, ricevesse tale comunicazione. Solo nel 1946, un anno prima, a Patti le elezioni avevano decretato la sconfitta della Democrazia Cristiana. La colpa di tale disfatta, spiega Sciascia, fu attribuita a Mons. Ficarra il quale, invece di seguire le elezioni, “preferì godersi l’aria della sua Canicattì, anziché portare il suo contributo alla Democrazia Cristiana”. Nel 1949 ci furono nuove elezioni comunali. Anche stavolta la DC venne sconfitta e anche stavolta, e in maniera ancora più plateale ed evidente, la colpa del tracollo venne scaricata su Angelo Ficarra il quale, da parte sua, era rimasto totalmente estraneo agli eventi politici della sua Diocesi, così come era avvenuto nel 1946. Le pressioni da parte della Congregazione iniziarono a divenire più incalzanti: richiami diretti alla responsabilità pastorale e insinuazioni del tutto prive di fondamento relative alle precarie condizioni psico-fisiche di Mons. Ficarra il quale, invece, godeva di ottima salute. L’intento era semplice: indurre il Vescovo di Patti a dimettersi e lasciare il suo posto ad una figura più malleabile e addentro ai “misteri” della politica locale. Sforzi inutili, almeno per i primi anni.

Il Vescovo di Patti fu costantemente attaccato dai suoi superiori a cui si aggiunse anche l’offensiva dei responsabili della DC locali che non mancarono di fargli notare le sua mancanze. Nel 1952 la Congregazione si dichiarava disposta ad accettare le dimissioni di Ficarra, preoccupandosi anche di trovargli una “decorosa sistemazione”. Ma il Vescovo di Patti continuò ad ignorare le richieste, cercò di chiarire la sua posizione, ribadendo il suo ottimo stato di salute e la sua impeccabile e decennale condotta pastorale.

Il timore di lasciare Mons. Ficarra al suo posto, probabilmente, non è legato solo alla sua totale indifferenza a questioni non propriamente collegabili alla missione spirituale e religiosa, ma anche ad un suo scritto, tra l’altro mai pubblicato, relativo alla religiosità in Sicilia. Ficarra, spiega Sciascia, “Da anni osservava e studiava – con spirito di verità, con acutezza, con amaro divertimento – le deficienze morali e culturali del clero siciliano e la nessuna fedeltà alla vita morale cristiana dei fedeli”.
In ogni caso nel 1955 la Sacra Congregazione assegnò a Mons. Ficarra un ausiliario, mai richiesto, che assumeva formalmente i suoi incarichi. Giuseppe Pullano, quindi, venne di forza collocato nella sede di Patti come amministratore apostolico “sede plena”: il Vescovo Ficarra venne esautorato a tutti gli effetti pur rimanendo nella stessa sede.

Nell’estate del 1957, durante la sua tradizionale vacanza a Canicattì, il Vescovo Ficarra apprese di essersi dimesso direttamente da un quotidiano. Sul “Giornale di Sicilia”, infatti, veniva pubblicata la notizia secondo cui egli aveva rinunciato alla Diocesi di Patti ed era stato promosso Arcivescovo di Leontopoli di Augustamnica. Ovviamente il diretto interessato non ne sapeva nulla e la Congregazione giustificò il suo operato spiegando che c’era stato una mancata comunicazione da parte di un certo Mons. Bentivoglio su cui si fece rapidamente ricadere la colpa dell’accaduto.
Monsignor Angelo Ficarra morì a Canicattì il 1 giugno 1959.

Edizione esaminata e brevi note

Leonardo Sciascia nasce a Racalmuto, provincia di Agrigento, nel 1921. La sua prima opera, Favole della dittatura, risale al 1950. L’attività letteraria di Sciascia tocca vari ambiti, dalla narrativa con opere come Le parrocchie di Regalpetra (1956), Gli zii di Sicilia (1958), Il giorno della civetta (1961), Il consiglio d’Egitto (1963), A ciascuno il suo (1966), Il contesto (1971), Todo modo (1974), La scomparsa di Majorana (1975), Candido (1977); alla saggistica: La corda pazza (1970), Nero su nero (1979); alle opere di denuncia sociale ed episodi veri di cronaca nera: Atti relativi alla morte di Raymond Roussel (1971), I pugnalatori (1976) e L’affaire Moro (1978). Sciascia, nel 1979, accetta di candidarsi al Parlamento Europeo e alla Camera dei Deputati per il Partito Radicale. Riesce in entrambi gli ambiti, ma sceglie l’incarico di deputato, attività che porta avanti fino al 1983 occupandosi in maniera costante dei lavori relativi alla Commissione d’Inchiesta sul rapimento Moro. Le ultime opere di Leonardo Sciascia sono A futura memoria (pubblicato postumo) e Fatti diversi di storia letteraria e civile (1989). Lo scrittore muore a Palermo il 20 novembre del 1989. E’ sepolto a Racalmuto.

Leonardo Sciascia, “Dalle parti degli infedeli”, Adelphi, Milano, 2004.