Fischer Tibor

Viaggio al termine di una stanza

Pubblicato il: 24 aprile 2010

Non so da dove mi sia giunto il nome di Tibor Fischer, ma probabilmente ci deve essere stato un errore di trasmissione. Ho fatto un notevole sforzo per non abbandonare questo libro in qualche meandro dimenticabile della mia libreria. Alla fine, oltre ad un gran sollievo per aver compiuto un’impresa che per qualche momento ho ritenuto fallimentare, ho cercato la giusta serenità per parlarne. Perché ne parlerò e, temo, non bene.

Prima presa d’atto: “Viaggio al termine di una stanza” è un libro molto leggero. E, in fin dei conti, leggere qualcosa di “molto leggero”, di tanto in tanto, può essere sano. Il problema nasce quando la leggerezza sprofonda nel semi-demenziale o demenziale tout court.
Seconda presa d’atto: ammetto di non essere adatta a libri semi-demenziali o demenziali tout court. E non vuole essere un’ammissione di colpa, ma una semplice constatazione.

Ritengo che questo libro possa divertire molti, appassionare altri, sollazzare alcuni, ma devo riconoscere, con estrema onestà, che io non sono tra loro. La ragione è tutto sommato semplice: si tratta di una lettura particolarmente “vuota”. Ho retto decentemente il primo capitolo. Fino a quando Fischer si è limitato a farmi conoscere Oceane, la protagonista. Si tratta, in fondo, di una ragazza molto intrigante e brillante anche se un po’ troppo maschile nel linguaggio, nei pensieri e nei modi. Probabilmente l’autore ha modellato una creatura sofisticata, se non addirittura mistificata, sommando alcuni dei suoi desideri inconsci e un discreto numero di cinismi prettamente maschili. Il risultato è una fanciulla a quanto pare belloccia, benestante, intelligente, artistoide ed affetta da una forma piuttosto accentuata di misantropia.

Vive, lavora, fa acquisti, viaggia, consuma, discute, incontra e sopravvive direttamente dal suo appartamento. Le basta un collegamento Internet, qualche missiva, sporadiche cene a tema internazionale ed Oceane può sposarsi quando, come, dove e con chi vuole. Non mancano piccati riferimenti all’abominevole società londinese (o britannica in senso più ampio). Fuori dalle mura del suo appartamento, Oceane vede solo il peggio di una metropoli: assassini, scippatori, prostitute e relativi sfruttatori, ammassi di sbandati, immigrati malintenzionati, vecchiette violente e guardoni mezzi pazzi. Si ha quindi la sensazione che Londra sia il posto peggiore del mondo o, quanto meno, nelle prime posizioni della classifica delle città in cui è preferibile non vivere.

Oceane conosce una sottospecie di agente di riscossione crediti di nome Ashley al quale chiede di recarsi a Barcellona. Ed è a questo punto che inizia una serie incommensurabile di micro episodi sui trascorsi spagnoli della ragazza la quale, prima di dedicarsi all’attività di grafica, che svolge ovviamente in tutta sicurezza da casa sua, faceva la ballerina. A Barcellona era giunta su suggerimento di un’amica che l’ha introdotta in un contesto lavorativo piuttosto particolare: spettacoli di sesso dal vivo. Ed è in questo frangente che, probabilmente, Fischer trasforma Oceane in una femmina in-credibile circondata da personaggi altrettanto in-credibili. Il problema è che per il resto del libro non se ne viene più fuori. Si assiste al trionfo dell’improbabile che diventa talmente inverosimile e ridicolo da non riuscire né a sorprendere né a divertire. Gli eventi si frantumano in decine di minuscole vicende, compresa la storia iugoslava di Ashley, a sua volta sbriciolata in micro-personaggi coinvolti in altrettante micro-storie, da trasformare la narrazione in qualcosa di inafferrabile, dispersivo, dilatato in maniera inutile e del tutto inservibile. Di tanto in tanto c’è un riavvicinamento ad Oceane, ma si tratta di tentativi estenuati e poco convinti.

Ciò che mi turba (volendo enfatizzare il turbamento) è che Tibor Fischer scrive bene. Grande merito, come giusto in questo caso, al traduttore Giuseppe Iacobaci. Non oso immaginare lo sforzo da lui compiuto per trovare corrispondenze italiane ad espressioni difficilmente traducibili, visto che il libro sembra esserne disseminato in maniera prepotente.

Resto convinta che “Viaggio al termine di una stanza” possa piacere, ma trovo almeno altrettanta convinzione nel dire che a me non è piaciuto affatto. Il demerito di Fischer, probabilmente, è quello di credere troppo nelle possibilità offerte dall’assurdo e dal paradosso. Quindi si affanna nella ricerca dell’esilarante a tutti i costi divenendo però pesantemente sconclusionato e perdendo in qualità e potenziale.

Edizione esaminata e brevi note

Tibor Fischer è nato in Inghilterra, a Stockport, per l’esattezza, nel 1959. I suoi genitori erano giunti pochi anni prima nel Regno Unito, dopo aver abbandonato il loro paese d’origine, l’Ungheria, a seguito della repressione russa dopo la Rivoluzione del 1956. Fischer ha studiato presso il Peterhouse College di Cambridge. Ha lavorato come giornalista per giungere al suo esordio letterario nel 1992 con “Sotto il culo della rana”, libro che gli ha valso diversi riconoscimenti letterari e lo ha consacrato come uno dei più interessanti narratori britannici degli ultimi anni. Libri di Tibor Fischer pubblicati in Italia: “Sotto il culo della rana” (Mondadori, 1997); “La gang del pensiero ovvero la zetetica e l’arte della rapina in banca” (Garzanti, 1998); “Il collezionista” (Mondadori, 1999); “Adoro essere uccisa” (Fazi, 2003); “Viaggio al termine di una stanza” (Mondadori, 2006).

Tibor Fischer, “Viaggio al termine di una stanza”, Mondadori, Milano, 2007. Traduzione di Giuseppe Iacobaci.