Fagan Jenni

Pellegrini del sole

Pubblicato il: 4 giugno 2018

Il tema distopico è un motivo ricorrente nella narrativa contemporanea. Sarà perché viviamo in tempi difficili; tempi di cambiamenti costanti, di trasformazioni incontrollate verso orizzonti indeterminati, che generano punti interrogativi carichi di apprensione. Solo che di solito queste prospettive attengono a ipotesi di singolarità tecnologica (con intelligenze artificiali che sfuggono al controllo degli uomini) o di involuzione verso l’autoritarismo politico.

Pellegrini del sole di Jenni Fagan, invece, profila un orizzonte di eventi legati a una radicalizzazione climatica: un’incombente era glaciale (siamo nel 2020) che cinge d’assedio l’Europa, causando grandi migrazioni umane verso il Sud. Siamo dunque ai limiti dell’universo letterario apocalittico. Ma la chiave di lettura esatta non è questa. È, appunto, distopica, e lo è nella misura in cui questa cornice di eventi estrema incastra dentro sé due vicende parallele (legate tra loro) di personaggi che, controcorrente, sono diretti o comunque continuano a vivere a Nord.

La forza paradossale di questa scelta antitetica rispetto alla maggioranza delle persone è la vera cifra di questo affascinante romanzo dell’autrice scozzese Jenny Fagan. Ed è qui, dicevo, che s’innesta (e si annida) la sua natura distopica, com’è tipico delle grandi opere che ricadono in questo (impropriamente detto) “genere”. Sì, perché la portata antiutopica di una cornice di eventi-limite viene percepita non dal punto di vista di una “collettività” – che rimane invece più sullo sfondo –, ma da quello delle vite intime dei protagonisti: Dylan, che – dopo aver perso la nonna e la madre e chiuso il cinema d’essai di famiglia, a Londra – intende raggiungere la roulotte che ha ereditato nel Nord della Scozia, portandosi dietro le ceneri della mamma; e Stella, ragazzina nata col corpo di un maschio, che lì vive con sua madre Constance, una hippy, cercando di far fronte alle discriminazioni di cui è vittima.

Due importanti temi privati, dunque: la solitudine e l’esclusione, che si vengono incontro e si specchiano dialetticamente, come alla ricerca di una soluzione interiore. Dove sta la vera distopia, allora? Nello sconvolgimento climatico o piuttosto nei destini personali di un’umanità che stenta ad accettare l’altro? Il macro-evento dell’incipiente glaciazione diventa uno spunto, un catalizzatore capace di propiziare questo incontro e questa riflessione. Da qui – e dalla singolare capacità dell’autrice di creare algide bolle di percezione, spore spaziotemporali isolate come il mondo rappreso in cui si inseriscono – nasce la speciale timbrica di questo romanzo: carica di risonanze che somigliano al ghiaccio, all’umidità del pietrisco bagnato, al vento gelido che s’insinua negli spiragli dei vestiti e al silenzio complice di un’intesa umana capace di sbocciare a dispetto di ogni difficoltà.

Edizione esaminata e brevi note

Jenni Fagan, nata in Scozia nel 1977, è poetessa e romanziera. Il suo romanzo di esordio, Panopticon, (Isbn, 2012), ha avuto grande risonanza. È stata insignita o segnalata in numerosi premi letterari britannici. Pellegrini del sole è il suo secondo romanzo.

Jenni Fagan, Pellegrini del sole, traduzione di Olimpia Ellero, Carbonio Editore 2017