Grazioli Stefano

Putin 4.0

Pubblicato il: 15 agosto 2018

Quando si tratta di monografie su Putin e sulla democratura russa le vie di mezzo sono poche: da un lato le denunce giornalistiche sulla repressione del regime, sui diritti civili negati, sulla corruzione, sulle opacità di un sistema di potere condizionato dagli oligarchi e da una mentalità illiberale ereditata da decenni di autentica dittatura; dall’altro lato l’apologia del “presidente” da parte di chi apprezza “l’uomo forte”, la cosiddetta “democrazia sovrana”, a volte in odio a tutto quello che significa occidente e liberalismo, altre volte – vedi la destra berlusconiana e leghista – barcamenandosi tra fedeltà atlantica, anticomunismo e ammirazione per gli eredi del Kgb.

Stefano Grazioli, l’autore di “Putin 4.0”, invece ha voluto guardare alla realtà russa con l’occhio più disincantato dell’analista di geopolitica: un breve libro che, in quattro tappe (Putin, Putinismo, Putinomics e Putinofobia), analizza temi – la trasformazione della Russia post sovietica, la crisi ucraina e quella siriana, l’inconsistente opposizione politica al putinismo – a dir poco controversi, spesso banalizzati dai media generalisti e parimenti stravolti dalle fabbriche di fake news occidentali ed orientali. Poco più di cento pagine ovviamente non consentono risposte esaurienti a domande estremamente  complesse – “Chi è davvero Vladimir Vladimirovich Putin? Da dove arriva e dove vuol portare la Russia? Come mai gode in patria di una grandissima popolarità, mentre in Occidente è considerato un dittatore senza scrupoli?” – ma possiamo comunque cogliere la sostanza del ragionamento di Grazioli: non esiste un autentico “enigma Putin” perché in fondo le cose sono andate come era lecito attendersi, considerando innanzitutto il lascito del “Corvo Bianco” Boris Eltsin.

Il nostro autore nell’epilogo, con apparente indulgenza, ha scritto che “la Russia è ritornata a essere un global player, poco importa se con qualche difetto in materia di democrazia” (pp.123), ma nel contempo in “Pietroburgo connection” leggiamo: “chi oggi cerca le origini formali del nuovo autoritarismo russo, o putinismo che dir si voglia, non deve concentrarsi sulle trasformazioni tecniche sotto la presidenza di Putin, ma guardare proprio alla Costituzione approvata quasi 25 anni fa” (pp.33). Certo non viene negato un sistema che stato costruito negli anni con enorme spregiudicatezza, in presenza di élite finanziarie decollate grazie al crollo dell’Urss, una “famiglia” di personaggi privi di scrupoli che hanno detenuto di fatto il controllo dello Stato, con Vladimir Vladimirovich che per destabilizzare “l’oligarchia più reticente si” è servito “ dell’unico strumento a lui disponibile, i servizi” (pp.57). Ancora più esplicitamente: “La democrazia sovrana applicata  nel secondo e terzo mandato di VVP, considerando l’intermezzo di Medvedev comunque putiniano, dimostra come le norme istituzionali occidentali vengono adattate al contesto postsovietico, creando un sistema specifico e funzionale alla conservazione delle élite. Il modello alla russa si basa quindi sulla centralizzazione e sulla verticalizzazione del potere politico, con il contorno dei silogarchi attraverso i quali viene gestito quello economico finanziario” (pp.72). Un potere che, sempre secondo Grazioli, si è consolidato prima in presenza di inefficaci sanzioni occidentali – e infatti “l’aquila a due teste da Mosca” si è “girata quasi completamente verso Oriente” (pp.85) – e in virtù di “una sindrome di accerchiamento” che “ha riacceso il patriottismo cavalcato facilmente dal Cremlino” (pp.101). In questo contesto si inseriscono le critiche nei confronti della strategia occidentale, in particolare quella degli Stati Uniti, che ha voluto dire, fin dai primi anni del post comunismo, un controproducente unilateralismo che non ha contemplato gli interessi russi e poi la “linea rossa” tracciata da Putin. Peraltro qualcuno ricorderà che anche il generale Fabio Mini, uno dei nostri più attenti analisti di geopolitica, si è espresso in termini molto simili.

Possiamo aggiungere che il libro di Stefano Grazioli, pur nei limiti delle sue centoventi pagine, cita alcuni episodi forse poco noti, che potranno suggerire ulteriori approfondimenti di lettura. Ad esempio il periodo tedesco di Putin agente segreto, poco prima del crollo del muro, svela cosa abbiano significato le rivalità tra comunisti ortodossi e quei comunisti che stavano per archiviare il regime sovietico: “Già nel marzo 1989 il capo della filiale di Dresda della Stasi, Horst Boehm, si lamenta presso il diretto superiore di Putin, il generale Shikorov, dei tentativi degli uomini del KGB di avvicinare e di reclutare elementi dei servizi tedeschi. Honecker arriva addirittura a ordinare di indagare contro Modrow per alto tradimento, tanto che Boehm avrebbe ordinato l’arresto di Putin per il sospetto di spionaggio contro la DDR” (pp.21). Il capitolo iniziale dedicato al Putin agente KGB è infatti piuttosto lungo e sicuramente non è un caso: a partire dalla biografia di un personaggio capace di usare con abilità i servizi – ad esempio per disinnescare le iniziative di magistrati anticorruzione troppo zelanti – possiamo meglio comprendere la parabola ascendente dello “Zar”. Anche se le mosse di Putin fino ad ora sono state, secondo la tesi contenuta nel libro, del tutto prevedibili, fare previsioni sul futuro politico della Russia del dopo Putin è un altro paio di maniche; ma, se la storia insegna, allora qualche certezza potremo averla: “In Russia i passaggi di potere non sono mai stati democratici e anche il prossimo non farà eccezione” (pp.123).

Edizione esaminata e brevi note

Stefano Grazioli, (Sondrio, 1969), da vent’anni si occupa di spazio postsovietico per media italiani e stranieri. Ha vissuto e lavorato in Germania, Austria, Ucraina e Russia. Oggi risiede a Bonn e fa il pendolare con Sondrio e Mosca, da dove ha seguito sin dai suoi inizi l’ascesa di VVP. È autore di diversi saggi, tra cui “Vladimir Putin, la Russia e il nuovo ordine mondiale” e “Gazprom, il nuovo impero”.

Stefano Grazioli, “Putin 4.0”, goWare (collana “Pamphlet”), Firenze 2018, pp. 138.

Luca Menichetti. Lankenauta, agosto 2018