Ricapito Francesco

Reportage dalla Georgia (Sakartvelo) – Parte 4

Pubblicato il: 6 luglio 2015

Mappa GeorgiaTbilisi, domenica 8 marzo – Ci destiamo intorno alle otto e mezza a causa della sveglia del nostro compagno di stanza australiano. Per almeno cinque minuti questa suona senza che lui si alzi per spegnerla. La nostra meta di oggi è la cittadina di Gori, famosa principalmente per aver dato i natali a Iosif Džugaŝvili, in arte Stalin. Sappiamo che a Gori si trova un intero museo dedicato a lui e anche un altro paio di attrazioni interessanti nei paraggi, abbiamo così deciso che si tratta di una buona opzione per una gita fuori Tbilisi. Come ieri prendiamo la metro per andare fino alla stazione delle marshrutke, dove troviamo facilmente quella che va a Gori, che dista circa ottanta chilometri da Tbilisi. Paghiamo la corsa tre lari (poco più di un euro). La marshrutka percorre una larga autostrada tutto sommato in buone condizioni e abbiamo occasione di osservare intorno a noi il piacevole paesaggio collinare georgiano. Come spesso accade, la stazione delle marshrutke di Gori si trova in corrispondenza del bazar, quando scendiamo è ormai mattina inoltrata e quindi molti degli abitanti sono a far compere. Gori si trova in una zona pianeggiante ma tutt’intorno si vedono distintamente le colline tra le quali ci sono due altre mete turistiche notevoli: Uplistikhe e Ateni Sioni. La prima è costituita dalle rovine di un’antica città rupestre, mentre la seconda è una vecchia chiesa incastonata in fondo ad una valle vicino a Gori. Non abbiamo tempo a sufficienza per vederle entrambe considerato che dobbiamo visitare pure il museo di Stalin e allora optiamo per la seconda. Troviamo la marshrutka giusta, aspettiamo una buona mezz’ora prima che si riempia e poi partiamo. Nel frattempo ho modo di osservare un buon numero di vecchissime ma ancora funzionanti marshrutke sovietiche che in alcuni casi sono letteralmente tenute insieme con lo scotch.

La marshrutka esce dal centro città e segue una strada che un po’ alla volta s’infila in una vallata. Le case diventano sempre più rare ma attraversiamo molti piccoli paesini dall’aspetto tranquillo. Dopo circa mezz’ora siamo gli unici passeggeri rimasti nella marshrutka e cominciamo a dubitare di essere nel posto giusto, per fortuna poco dopo vediamo una grande chiesa che domina la valle da un piccolo colle, l’autista ce la indica e ci lascia là vicino. Attraversiamo un vecchio cancello in un’ancor più vecchia e bassa cinta muraria che corre intorno alla chiesa e dopo cento metri la raggiungiamo. Questo edificio venne costruito nel VII secolo usando come modello la chiesa di Jvari a Mtskheta, che abbiamo visitato ieri.

Un’impalcatura di legno davanti all’entrata ci fa capire che sono in corso dei restauri. L’interno è simile alle altre chiese che abbiamo già visitato e pure qui vediamo degli affascinanti affreschi. Oltre a noi c’è un altro piccolo gruppo di quattro turisti dall’aspetto europeo. M’interessa però più il paesaggio della chiesa. Si ha una bellissima vista sulla vallata e sul villaggio più vicino. Il colore dominante è sempre un grigio-marrone a causa della vegetazione ancora spoglia, ma sono sicuro che qui in primavera dev’essere una bellissima esplosione di colori e di profumi. Una croce di ferro indica il punto più alto della collina e, dopo le foto di rito, ci dirigiamo di nuovo verso la strada ad aspettare che passi la marshrutka per Gori.

Un gregge di pecore con il suo pastore ci supera e poco dopo arriva la masrhrutka, l’autista è lo stesso che ci ha portato all’andata e nel vederci sorride. La nostra prossima tappa ovviamente è il museo di Stalin, situato proprio nel centro di Gori. Qui c’è un’ampia piazza rettangolare chiamata appunto Piazza Stalin da dove passa un lungo viale chiamato Viale Stalin. Al centro della piazza si può ancora vedere il basamento dove una volta c’era una statua di Stalin. Nel 2010 il governo decise di rimuoverla ma lo dovette fare di notte e sbarrando l’accesso alla piazza, visto che in città ci sono ancora diversi ammiratori di questo dittatore. Oggi questo basamento è tristemente ricoperto di assi e nessuno si è ancora azzardato a mettere una statua sostitutiva. Tra questa struttura e l’entrata del museo si trova un edificio simile ad un tempio che funge da protezione per quella che è la casa dove Stalin nacque e visse i primi anni della sua vita.

La visita è compresa nel prezzo del museo per cui andiamo diretti all’entrata. L’edificio che ospita il museo risale al 1957, all’interno sembra si trovarsi nel palazzo di qualche nobile famiglia rinascimentale, nell’aria è come se ci fosse un’aura di sacralità e si ha quasi paura di fare troppo rumore mentre si cammina. Il museo ripercorre tutta la vita di Stalin senza glissare troppo anche sugli aspetti meno edificanti come le purghe e l’alleanza con Hitler. Esposte nelle bacheche ci sono molte foto e molti documenti originali comprendenti pagelle di scuola, appunti e pure qualche poesia composta da Stalin in gioventù. Sfortunatamente molte delle spiegazioni sono scritte solo in georgiano e russo, tuttavia anche per chi non capisce queste lingue si tratta di un luogo molto interessante da visitare. Rimango particolarmente stupito da alcune foto del giovane Stalin: capelli ben pettinati, barba abbastanza incolta, lineamenti eleganti e sguardo penetrante, Stalin da giovane era veramente un bell’uomo, da un punto di vista prettamente estetico mi vengono in mente alcune foto di Che Guevara. Alcune sale del museo conservano una bella collezione di cimeli del periodo in cui Stalin era a capo dell’URSS, una sala addirittura ricostruisce il suo primo ufficio nel Cremlino.

La sala più inquietante è quella in cui è conservata una copia di bronzo della sua maschera funebre. La sala è a pianta circolare, la maschera si trova su un piedistallo al centro circondata da una sorta di colonnato. Le luci basse contribuiscono alla sensazione di sacralità e tragicità, volutamente indotte. Finita la visita dell’edificio principale una guida ci porta fuori a vedere la casa dove nacque Stalin, quella che abbiamo notato prima di entrare nel museo. Come detto intorno alla casa è stata costruita una sovrastruttura simile ad un tempio, ma l’abitazione in sé è molto umile, piccola e costruita con materiali poveri. È perfettamente conservata sia all’esterno che all’interno ed è una bella curiosità da vedere. Dopo la casa, la guida ci porta di fianco al museo dove si trova la carrozza ferroviaria di Stalin, che, come è noto, non amava molto volare. Questo vagone in particolare fu quello che lo portò alla famosa Conferenza di Yalta, dove s’incontrò con Churchill e Roosevelt per decidere gli scenari del secondo dopoguerra. Gli interni sono molto eleganti e si tratta di un vero e proprio appartamento su ruote con tanto di cucina, stanza da letto, salotto e perfino una vasca da bagno.

Con la carrozza si conclude anche la visita, prima di andarcene però facciamo una capatina al negozio di souvenir alla ricerca di qualche ricordino di pessimo gusto. Non mancano magliette, penne, tazze e spille con il ritratto di Stalin ma i prezzi non ci convincono e rimandiamo l’acquisto di un souvenir sovietico ai prossimi giorni, infatti abbiamo già visto un paio di posti interessanti a Tbilisi. Uscendo dal museo vediamo una giovane coppietta seduta su una delle panchine; il ragazzo quando ci vede ci urla: “We don’t like him!” Ossia “Lui non ci piace”, riferendosi chiaramente a Stalin. Noi passiamo oltre ma sorridiamo di fronte a questa semplice ma interessante affermazione sociologica. L’ultima attrazione che vogliamo visitare a Gori è la fortezza che domina la cittadina da una bassa collina posizionata proprio in centro. Ci arriviamo con una camminata di un quarto d’ora, dei sentieri pedonali ci portano in cima da dove abbiamo una bella visuale sulla città e le colline circostanti. La fortezza risale al Medioevo e non si paga nessun biglietto per visitarla. Ci rendiamo subito conto che oggi questo è diventato il punto di ritrovo preferito delle le giovani coppiette di Gori, a parte quelle che passeggiano qua e là ne scopriamo una intenta a scambiarsi appassionate effusioni dietro un vecchio bastione.

Scendendo troviamo un muro con la scritta “Forza Italia” la quale ci lascia abbastanza stupiti. La fotografo sperando in cuor mio che l’autore volesse solo scrivere un incitamento e non un riferimento al partito politico. L’ora di pranzo è già passata e i nostri stomaci brontolanti ce lo ricordano con insistenza. Torniamo alla stazione delle marshrutke e troviamo una piccolissima tavola calda nascosta tra le bancarelle dell’adiacente bazar. Il termine tavola calda in questo caso è decisamente azzeccato dal momento che di tavolo ce n’è proprio solo uno. Ci facciamo portare una sorta di grande panzerotto simile ad un peroski, che è appunto un panzerotto ripieno di patate o di carne molto comune in Azerbaigian. Felici e con lo stomaco pieno prendiamo la marshrutka per Tbilisi e lungo il percorso siamo entrambi colpiti da un acuto attacco di abbiocco. Tornati in ostello troviamo in sala Nino che parla con due ragazzi dall’aria simpatica. Io e Luca, da quando siamo arrivati, stiamo cercando qualcuno che voglia condividere con noi il prezzo di un taxi per andare a visitare Davit Gareja, un complesso monastico consigliato da tutte le guide, che però si trova a tre ore da Tbilisi. Nino lo sa e ci presenta i due ragazzi: il primo è inglese, si chiama Joseph e fa il cuoco a Londra. Ha una faccia paffuta da bambino e un perenne sorriso stampato in faccia. Una discreta pancetta e un modo di fare molto espansivo ce le rendono subito simpatico. L’altro è un suo amico, è uno chef anche lui, si chiama Bob ed è australiano. Abbastanza alto e magro, ha la tipica espressione amichevole degli australiani e dei baffi alla francese che gli danno un tocco di stile. Anche il suo comportamento è molto affabile. Discutiamo con loro della possibilità di andare insieme a Davit Gareja e accettano con entusiasmo. Dopo essermi fatto una doccia scendo nella sala comune dove trovo Joseph, Bob, l’americano conosciuto la sera prima, l’australiano mezzo matto che dorme nella nostra stessa camerata e Nino che chiacchierano amichevolmente. Mi aggiungo all’allegra combriccola e dopo poco arriva pure Sesilia, un’altra delle ragazze che lavorano nell’ostello e che si fa notare per i capelli corti di un rosa brillante. In breve Sesilia arriva con una bottiglia di chacha e dei bicchierini. Sono circa le sei e mezza e deduco che questo sia un tipico aperitivo georgiano. Essendo in tanti non si può non finire la bottiglia, ma siccome siamo pure tutti affamati lo facciamo piuttosto in fretta e il povero Luca che arriva in ritardo perché era in doccia è costretto da Sesilia a bersi tre bicchierini di chacha uno dietro l’altro per tenere il passo con noi. Nino e Sesilia si offrono di portarci in un buon ristorante, prima di uscire io e Luca torniamo un attimo in camera a prendere i portafogli. Ci basta uno sguardo per capire che entrambi stiamo accusando gli effetti della chacha a stomaco vuoto, ci promettiamo allora di badare l’uno all’altro in caso la serata continuasse nello stesso modo in cui è iniziata. Anche i nostri compagni sembrano piuttosto su di giri e la cosa ci consola un po’. Sesilia e Nino ci portano ad un ristorante affacciato sulla piazza principale dove ci consigliano di prendere i khinkali.. Oltre ad almeno una mezza dozzina a testa ci arrivano pure un paio di kachapuri. Mangiando i khinkali risolvo uno dei dubbi che mi erano venuti negli ultimi giorni e che riguardava la parte superiore dei khinkali, una specie di picciolo che essendo composto solo da pasta è più duro del resto: non avevo ancora capito se questo vada mangiato oppure no. Sesilia mi dice che dipende dalla persona e che si può fare come non fare. Joseph quando ci sente parlare di quel picciolo esclama: “Ah il capezzolo del kinkhali? Bisogna sempre mangiare il capezzolo!” Quest’uscita piuttosto chiaramente a doppio senso fa scoppiare a ridere tutta la tavolata e mi fa capire che Joseph mi sta veramente simpatico. Mettere qualcosa nello stomaco fa in modo che sia io che Luca riprendiamo possesso delle nostre facoltà prima annebbiate dalla chacha. Finita la cena ci dirigiamo prima in un pub per una birra e poi in un altro ancora dove io e Joseph e Bob ci offriamo una birra a testa, nel senso che ognuno paga un giro a tutti. Questo secondo pub è interrato ed ha una volta a botte che gli dà un aspetto molto “underground”. Pure i giovani che lo frequentano sono vestiti in modo piuttosto alternativo, in generale sembra quasi di trovarsi in un pub europeo. Sono piuttosto sorpreso di trovarne uno qui in mezzo al Caucaso, anche perché finora in Azerbaigian ho trovato solo un posto paragonabile a questo. Joseph e Bob parlano molto di cibo e di come lo cucinano: si sono conosciuti quando Jospeh ha lavorato per un periodo in Australia e da allora sono rimasti in contatto. Discuto a lungo con loro della cucina italiana, m’informo su come loro preparano ricette come la carbonara o la parmigiana. Sono ormai le due e domani ci aspetta un lungo viaggio in macchina. Anche gli altri vogliono tornare in ostello e ci alziamo tutti. Al momento di rivestirmi non trovo più la mia giacca, l’avevo lasciata su un attaccapanni all’entrata ma adesso non c’è più. Controllo di nuovo ma niente, una brutta sensazione di paura comincia a farsi strada nel mio stomaco ma quando mi giro vedo l’australiano pazzo, quello che la prima notte era caduto dal letto e la seconda ha fatto suonare la sveglia cinque minuti prima di spegnerla, che ha addosso proprio la mia giacca. Glielo faccio notare e lui mi dice che non avendo trovato la sua aveva preso la mia. Io non sono una persona violenta, ma in quel momento sento il potente impulso di tirargli un pugno. Per fortuna che poco dopo arriva Nino con la giacca dell’australiano, l’aveva trovata per terra vicino agli attaccapanni. Durante la serata ho scoperto di condividere con Joseph la passione per la musica tradizionale irlandese e così, pur non essendo ubriachi ma solo felici di trovarci in quella situazione, nel percorso tra il pub e l’ostello improvvisiamo un piccolo coro e ci esibiamo in grandi classici come “The wild Rover” e “Whiskey in the Jar”. Arrivati in ostello ci diamo appuntamento alla mattina dopo, un autista infatti verrà a prenderci per portarci tutti al monastero di Davit Gareja. Io e Luca saliamo in camera, il pazzo australiano è rimasto giù e si è addormentato su un divano, lo sento salire poco dopo, subito prima di addormentarmi.

Per approfondire:

https://it.wikipedia.org/wiki/Gori_(Georgia)

https://en.wikipedia.org/wiki/Ateni_Sioni_Church

Francesco Ricapito Giugno 2015