Naldini Maurizio

Don Cuba. Scritti e testimonianze

Pubblicato il: 20 ottobre 2012

Probabile che fuori dalle mura di Firenze il nome di Don Cuba dica poco o nulla. A rimediare c’ha pensato il giornalista e scrittore Maurizio Naldini che, con un’opera sicuramente apprezzabile per scrittura e per impostazione, ha voluto raccontare la storia del sacerdote fiorentino, basandosi anche su un materiale inedito (lettere, appunti, foto, diari) ritrovato dopo la sua morte. Don Cuba, al secolo Danilo Cubattoli (1922-2006), nacque a San Donato in Poggio nel Chianti fiorentino. Orfano dall’età di tredici anni, entrò poco dopo nel seminario minore di Montughi a Firenze. Fu un periodo nel quale l’indole esuberante del giovane Danilo ebbe modo di venire fuori pur in un ambiente severo come quello degli studi religiosi e che vide il cardinale Elia Dalla Costa proteggerlo più volte dal rischio di sanzioni disciplinari. Ordinato sacerdote nel 1948, Danilo Cubattoli divenne “Don Cuba” grazie ai ragazzi di San Frediano, il popolare quartiere fiorentino nel quale operò per decenni. E Don Cuba fu per i suoi amici Lorenzo Milani, Renzo Rossi, Silvano Piovanelli, Bruno Borghi; ed anche per Ghita Vogel, Marigù Pelleri, Fioretta Mazzei, con le quali dette vita all’associazione Obiettivo Giovani di San Procolo, volta all’assistenza e l’avviamento professionale di giovani indigenti. Inoltre dagli anni cinquanta fu cappellano presso le carceri fiorentine di Santa Teresa e delle Murate. Successivamente con Giorgio Bruni e Nazareno Taddei, presso Sollicciano si occupò di cinema:l’intenzione era di usare questo strumento, fino ad allora visto con grande sospetto dalle autorità ecclesiastiche, per favorire il riadattamento dei detenuti. Ebbe quindi responsabilità all’interno dell’ACEC – Associazione Cattolica Esercenti Cinema – e collaborò tra gli anni sessanta e gli anni ottanta con autori tra i  quali Pier Paolo Pasolini, Federico Fellini, Tonino Guerra, Ermanno Olmi e Roberto Benigni.

“Fortissimo fisicamente”, appassionato di sport, non soltanto parlato ma praticato, nel 1952 si meritò la copertina della Domenica del Corriere per aver stracciato in bicicletta (indossando la tonaca) i ragazzi della Casa del Popolo in una sfida che da Porta Romana andava a San Gaggio, prendeva la Senese, arrivava a San Casciano e poi tornava indietro. Disse “vi dò sette minuti di vantaggio” e lo presero in giro. Col senno di poi fecero male. E’ del  1954 la scalata fin sul Kilimangiaro per celebrare messa: l’occasione fu un viaggio in moto che lo vide percorrere l’Africa per sei mesi e durante il quale incontrò il Negus. Con questi aneddoti potremmo continuare a lungo, ma l’importante è cogliere che Don Cuba, anche nelle vesti di “prete di strada” fu del tutto particolare; e non perché preso da voglia di esibizionismo, come purtroppo capita a tanti religiosi, ma perché mostrava una tale esuberante fisicità che gli veniva naturale buttarsi anima e corpo in mille iniziative. Sempre sulla scorta di quella frase che ripeteva a coloro che gli chiedevano aiuto, carcerati compresi: “Vorrei mettervi le ali”.

Maurizio Naldini ha scritto di aver voluto evitare un’agiografia, peraltro rischio sempre concreto quando si raccontano personaggi con qualità umane fuori dal comune. Probabilmente c’è riuscito perché, nonostante si colga la profonda ammirazione per l’uomo e il sacerdote, in virtù di una conoscenza personale durata diversi anni, dalla lettura del libro e quindi dei documenti, si coglie in Cubattoli anche una certa ingenuità nei confronti della politica e dei suoi carcerati. Imperfezioni umane, proprie anche dei santi, che rendono del tutto credibile la testimonianza di Enzo Natta, già presidente dell’Ancci: «Era spassoso, divertente, sapeva trattare con la gente ed era sempre allegro, dotato di quella delizia francescana che, come diceva Rossellini, sconfina amabilmente nella follia. Era non solo un uomo di comunicazione, in tutti i sensi, ma anche un uomo generoso, umile. Chiamava “i miei amici” i galeotti, e come tali li presentò a un vescovo, non ricordo chi fosse, invitandolo a passare le vacanze estive a Pianosa. Coltivava amicizie altolocate ma non se ne vantava. Pedalava insieme a Gino Bartali e per lui era come condividere un caffè con i colleghi di ufficio, roba di tutti i giorni. Grande sportivo, appassionato di motori e motociclette, scalatore intrepido. Insomma per me questo era don Cuba. Ma dietro l’uomo allegro, compagnone, c’era il santo. Non era san Tommaso Moro che dietro la santità vedeva una punta di follia? » (pag. 181).

Una descrizione che risponde a realtà, ma che va integrata con quanto disse don Carlo Zaccaro intervistato da Naldini: «Si, l’aneddotica può aver sciupato l’immagine del nostro Don Cuba. Anzi lo ha sicuramente tradito, e alla fine gli hanno attribuito una dimensione inferiore alla sua, a quella che realmente meritava […] Penso che il Cuba sia stato l’ultimo prete che ha sposato la modernità. Se è vero infatti che Elia Dalla Costa è stato una cerniera, l’ultimo prete fra la Chiesa tridentina e quella di papa Giovanni, in Cuba si raccoglie ugualmente la fedeltà ad una chiesa tridentina, ma portata avanti dal suo amore per gli umili, per gli ultimi, a cominciare dai carcerati» (pag. 227). Dalle pagine di Naldini si riesce a cogliere piuttosto bene un sacerdote che non fu mai ribelle all’autorità ecclesiastica, che non si fece coinvolgere dalle contestazioni politiche del sessantotto, e quindi lontano distanze siderali da preti come Don Vitaliano, ma che, sotto la superficie di allegro toscanaccio, viene descritto come “uomo di grandi intuizioni teologiche” e che, nonostante una Chiesa, intesa come gerarchia vaticana, sempre più compromessa con pratiche di potere, ha saputo meritarsi l’affetto e la stima pure dei mangiapreti. Durante il viaggio in Africa, in Sudan, come racconta il suo compagno di viaggio Stefano Ugolini, si fermarono ad un posto di blocco dove c’erano italiani. Ma un militare li guardava torvo: «Gli chiedemmo: “Che hai?”. “Io con i preti non ci parlo”, rispose. Il Cuba gli rise in faccia e gli disse: “Io mi son fatto prete proprio per quelli come te”. Il soldato ci restò di stucco. E così diventammo amici» (pag. 128).

Edizione esaminata e brevi note

Maurizio Naldini è nato a Firenze dove vive e lavora. Come inviato speciale de «La Nazione» e «Il Resto del Carlino» per quasi trent’anni è stato testimone di grandi avvenimenti in Italia e all’estero. Si è occupato prevalentemente di costume e di cultura, ma anche di terrorismo e di mafia. Lo troviamo fra l’altro come inviato di guerra in Libano, Libia, Golfo Persico, Somalia, Mozambico, Bosnia, Kosovo. Come saggista e scrittore si è dedicato in gran parte alla storia della sua città e della Toscana. Ha ottenuto numerosi riconoscimenti nel giornalismo e nella letteratura.
Ha curato, fra l’altro, il carteggio Giuseppe Prezzolini, Lettere a Luciano Guarnieri edito nel maggio 2002 da Polistampa.

Maurizio Naldini, Don Cuba. Scritti e testimonianze, Sarnus, Firenze 2010, pag. 264.

Luca Menichetti. Lankelot, ottobre 2012