Oswald James

Nel nome del male

Pubblicato il: 16 aprile 2014

È probabile che agli occhi di chi è attento ai meccanismi editoriali la notizia dell’originaria autopubblicazione su amazon del thriller di James Oswald possa pure far storcere il naso e suscitare qualche diffidenza. In realtà “Nel nome del male” non dovrebbe deludere i fans del genere, soprattutto in virtù di una conclusione non del tutto ortodossa. La vicenda, ambientata in una Edimburgo di pochi anni fa, vede protagonista il giovane ispettore McLean, un solitario (“si ritrovò all’obitorio. Niente male come vita sociale”), con qualche serio problema familiare, ma soprattutto cocciuto ad insofferente alle direttive dei superiori, spesso ottusi e incompetenti. Insomma la persona adatta ad occuparsi di un cold case che i vertici della polizia locale hanno da subito sottovalutato: nei sotterranei di un’antica dimora di Edimburgo, durante alcuni lavori di ristrutturazione, viene ritrovata una cripta sigillata e al suo interno uno spaventoso reperto. È il corpo sventrato di un ragazzina, presumibilmente risalente alla metà degli anni ’40 ma sorprendentemente ben conservato, con parti anatomiche sezionate e disposte come se lì fosse avvenuto un rituale. Nel frattempo le autorità di polizia sono impegnate da altre priorità: prima viene assassinato un vecchio banchiere, e poi altri anziani e ricchi personaggi di Edimburgo. Tutti sono stati sventrati e nella loro bocca è stata infilato un pezzo del loro corpo, vuoi il un pezzo di fegato, vuoi un pezzo di cuore, come se anche in questo caso fosse avvenuto il cerimoniale di un serial killer tornato dal passato. È chiaro che nel corso delle indagini, condotte da McLean quasi di nascosto ai superiori, si scoprirà che queste non sono semplici coincidenze e che qualcosa lega il rito macabro di sessant’anni prima con gli omicidi di oggi. Non soltanto le somiglianze che riguardano le modalità dello sventramento e delle interiora infilate in bocca.

Nel leggere di sbudellamenti e di serial killer, e volendo tornare alle classificazioni tra generi, si potrebbe pensare ad un noir oppure proprio ad uno splatter o ad un horror. In realtà, nonostante il lancio pubblicitario del romanzo abbia puntato molto su questi elementi (“cupo, inquietante, violento” ed ancora: “quando il mistero è troppo oscuro per trovare una spiegazione razionale”) l’indagine dell’ispettore McLean, la prima di una serie, appare costruita come un poliziesco classico, seppur arricchita da elementi macabri, dove protagonista è pur sempre un investigatore dotato di razionalità e di valori positivi. Malgrado Oswald sia stato definito il nuovo Ian Rankin e malgrado l’ispettore McLean non sembri proprio un nuovo John Rebus, il romanzo “Nel nome del male”, proprio perché incentrato su un fantomatico serial killer, su un rituale e su corpi mutilati, potrebbe ad esempio ricordare qualcosa dell’opera del francese Hubert Corbin e del suo “Cadaveri senza volto”. È vero che qualche citazione ed omaggio esplicito li possiamo individuare anche grazie allo stesso Oswald (“seduto su una scomoda sedia di plastica a leggere un romanzo di Ian Rankin”) ma il nostro McLean, salvo ulteriori sviluppi, non appare facilmente riconducibile a precedenti illustri, quasi fosse un semplice clone di altri noti protagonisti di serie noir o poliziesche. Il lettore potrà coglierne il motivo soprattutto leggendo l’epilogo della sanguinosa vicenda: di pagina in pagina la soluzione del mistero appare sempre più definita, il rapporto tra vecchi e nuovi delitti più chiaro almeno per quanto riguarda i colpevoli; e quindi tutto sembrerebbe destinato ad un finale privo di colpi di scena. In realtà il romanzo ci conduce ad una duplice chiusura delle indagini: una ufficiale e perciò del tutto razionale, ed una ufficiosa, che coinvolge direttamente la persona dell’ispettore McLean e la sua famiglia, e dove si inserisce un possibile elemento sovrannaturale, forse reale, forse solo immaginato. Elemento che potrebbe pure condurre cambiamenti sulla personalità del nostro poliziotto. Senza voler anticipare alcunché, possiamo però ammettere che, rispetto il titolo “Nel nome del male”, l’originario “Cause naturali” risulta in qualche modo più coerente con l’epilogo ambiguo della vicenda.

Difatti la spiegazione ufficiale, quella pubblica, risulta incompleta, sbrigativa, non contempla le reali motivazioni dell’assassino o degli assassini, a differenza della spiegazione ufficiosa, dove molto rimane suggerito ma poi, grazie all’elemento forse soprannaturale, quanto accaduto assume una sua logica macabra e perversa. Il romanzo, caratterizzato da ben pochi momenti rilassati e privi di inquietudine, è stato scritto in terza persona, senza eccedere in dialoghi, e il punto di vista risulta quasi sempre quello dell’ispettore McLean, salvo alcuni momenti che mostrano il delirio di coloro che stanno per morire e che forse sono pure assassini; ed anche un thriller che ha iniziato a delineare con una certa efficacia il carattere del protagonista, soprattutto in riferimento ai suoi ricordi familiari, recenti e meno recenti. Proprio in virtù delle rivelazioni presenti nell’ultima parte del romanzo c’è da pensare che la figura di McLean si potrà prestare a molti altri sviluppi. Lo sapremo meglio quando sarà pubblicato anche in Italia “The Book of Souls”.

Edizione esaminata e brevi note

James Oswald, vive in una fattoria in Scozia, dove nel tempo libero si dedica all’allevamento. Per vent’anni ha scritto solo per passione, fino al momento nel quale ha pubblicato su Amazon il primo thriller della serie dell’ispettore McLean. A seguito del successo ricevuto la Penguin ha acquistato i diritti di tutta la serie, poi venduta in 12 Paesi.

James Oswald, “Nel nome del male”, Giunti,  Firenze, 2014, pag. 448. Traduzione di Leonardo Taiuti

Luca Menichetti. Lankelot, aprile 2014