de Roux Dominique

La morte di Céline

Pubblicato il: 4 giugno 2015

“Non si può insegnare Céline! La prospettiva dove conduce è di ordine poetico. Uomo dell’Antico Testamento, avrebbe potuto essere il cavallo di Troia dei nazisti. Rimase il medico dalle terribili emicranie, e i collaborazionisti marcirono nell’aspettare che la sua bocca si aprisse; così come quelli dell’altra parte, gli attendisti, gli intellettuali che non si perdono una manifestazione, lo spinsero alla capanna dell’esilio, del supplice.”

Questa breve e suggestiva descrizione fotografa efficacemente per immagini la vita e l’arte di Louis Ferdinand Céline, uno dei più grandi, innovativi e controversi letterati del Novecento. A proporcela, nel suo La morte di Céline, edito per la prima volta in Italia da Lantana editore a fine aprile del 2015, ma uscito in Francia nel 1966, è Dominique de Roux, intellettuale precocissimo, scrittore e appassionato letterato controcorrente che animò negli anni Sessanta il dibattito su alcuni letterati ostracizzati e caduti prematuramente nell’oblio in conseguenza delle loro scelte estetiche e politiche, del loro volersi affrancare dalle mode e dalla cultura dominante, del loro essere fedeli a loro stessi, alla propria arte e alle proprie idee fino alle estreme conseguenze. In Francia, terra natìa dell’autore di questo libro, nonché dello stesso Céline, oltre al padre del Viaggio al termine della notte, possiamo ricordare Robert Brasillach, condannato a morte per le proprie idee politiche, o Pierre Drieu La Rochelle, che si diede la morte ingerendo una dose letale di barbiturici. Oppure il poeta americano Ezra Pound, rinchiuso in una gabbia a cielo aperto e successivamente internato in manicomio, come del resto il Nobel norvegese Knut Hamsun. Questi grandi letterati, compreso Céline, avevano tutti subito la fascinazione di quella che con la sconfitta di Hitler e Mussolini è stata considerata la parte sbagliata, sconfitta, vinta, destinata all’oblio della memoria e alla condanna storica, quella parte che lo storico finlandese Tarmo Kunnas definì preda, in un suo illuminante saggio, della Tentazione fascista

La morte di Céline ci immerge nella vita e nell’arte del grande letterato seguendo un lungo flusso di coscienza, attraverso il quale de Roux, mantenendo una linea cronologica degli eventi, costellata di folgoranti digressioni, iperboli narrative, immagini corrosive, allegorie improvvise e destabilizzanti, fa emergere l’uomo Céline e ne ripercorre le tappe fondamentali, intrecciando sapientemente biografia e letteratura. Si va dall’infanzia e l’adolescenza, fino alla prima maturazione di idee vagamente socialiste. La predisposizione di Céline a indagare l’umano che lo circonda è da subito molto evidente, ma è ancora di là da venire la necessità di tradurre le sue esperienze in forma letteraria. Certo ci sono esperienze che lo segnano profondamente, come l’arruolamento volontario, giovanissimo, nella Grande Guerra, in cui fu decorato per valore al merito. Il primo matrimonio, la laurea in medicina e il lavoro come medico a Parigi, a New York, e poi di ritorno in Europa e ancora in viaggio in Africa. E poi l’insopprimibile necessità di mettere su carta le miserie dell’umanità di cui era ormai diretto e partecipe testimone. Da qui nasce il Voyage, la sua opera più celebrata e ancor oggi più amata e rappresentativa. Viaggio al termine della notte prima di tutto si distingue per un nuovo stile di linguaggio, o come la definisce a giusta ragione Dominique de Roux, una nuova poetica letteraria che si fa forte del colloquiale e del parlato con una forma sarcastica, irridente, corrosiva, a tratti volgare e a tratti lirica e sublime. Viaggio al termine della notte, come suggerisce in qualche modo il titolo, è una sorta di discesa agli inferi tra l’umanità più abietta e corrotta, ma anche tra quella più povera e diseredata. Sono tutte esperienze personali dello stesso Céline che, attraverso l’alter ego Bardamu, ci catapulta nella Grande Guerra, tra i sobborghi di New York, nelle fabbriche della Ford, nei bassifondi dell’umanità con cui il grande scrittore francese era venuto a contatto nella fase della sua vita più intensa, quella che ne ha caratterizzato evidentemente la vena letteraria. Attraverso i libri, tutti o quasi largamente influenzati dalla sua stessa biografia, de Roux ci racconta l’uomo Céline, dalla presa di coscienza dell’orrore comunista dopo il viaggio in Russia, palesato espressamente in Mea Culpa, fino ai suoi pamphlet antisemiti e filonazisti (Bagatelle per un massacro, La scuola dei cadaveri, La bella rogna), quelli che gli procurarono l’abiura di tutto il mondo letterario che contava, in Francia e in Europa. Gli rimarranno davvero pochi amici, prima ma soprattutto dopo la fine della seconda guerra mondiale. Ecco che de Roux, attraverso le peripezie descritte nella così detta Trilogia del Nord (Da un castello all’altro, Nord, Rigodon) e attraverso brevi testimonianze dello stesso autore, ci racconta l’ultima fase della vita di Céline, quella della fuga dalla Francia, dell’attraversamento della Germania bombardata e prossima alla sconfitta, accompagnato dalla moglie Lucette e da un amato gatto, fino all’arrivo in Danimarca. Ma ormai Céline era considerato un traditore e un appestato, tanto che una volta in Danimarca arrivò anche il carcere, dopo giorni di vita comunque ingrati. Come ingrata fu l’ultimissima fase della sua esistenza, a Meudon, quella in cui le sue condizioni fisiche peggiorarono irrimediabilmente e nella quale si dedicò quasi esclusivamente alla scrittura della Trilogia, il cui ultimo libro, Rigodon, fu pubblicato postumo, dopo che la morte sopraggiunse in seguito ad una emorragia celebrale. Ebbe anche la sfortuna di morire lo stesso giorno in cui il mondo letterario fu sconvolto dalla morte di Hemingway, ragione in più per relegarlo oltremodo nell’oblio.

Dominique de Roux ci ha lasciato in dono un grande libro, che ha avuto il merito, alla sua uscita in Francia, di riportare alla ribalta uno dei più grandi letterati del Novecento; riconosciuto tale ad oggi anche da coloro che un tempo, per appartenenza politica o per tendenza intellettuale, avrebbero potuto facilmente essergli avversi. De Roux, tra le sue pagine ferventi e appassionate, attraversate da una forte critica all’intellettualismo di professione e alla decadenza della letteratura, lascia trasparire il perché di questa grandezza, e il perché tramandare la sua grande opera ai posteri: Céline non solo forgiò una nuova forma di linguaggio letterario, ma la sua scrittura, e possiamo ben dirlo ad oggi, ha l’alto valore, sulla scia di un Nietzsche, della testimonianza di ordine profetico. Pochi libri, come Viaggio al termine della notte, ma anche Morte a credito aggiungerei, e la Trilogia del Nord, raccontano il Novecento nella sua vera, crudele e tragica essenza. E de Roux è ben attento, in linea con l’analisi che predilige anche chi in questo momento vi sta parlando (ho sempre amato tutta la letteratura di Céline, nulla escluso), a non far distinzione tra il Céline la cui “prospettiva dove conduce è di ordine poetico” dal Céline dei pamphlet. La letteratura di Céline è un corpo unico, con una sua grande coerenza interna, non solo di forma ma anche e soprattutto di sostanza, dal Viaggio a Rigodon. E poi c’è il dottor Destouches, come ci ricorda de Roux, quale aveva voluto tornare a essere una volta in Francia, dopo l’esilio danese: il medico degli ultimi, dei poveri, dei diseredati; un anziano signore ammantato come un poveraccio e circondato dai suoi amati animali (davvero suggestiva l’immagine di copertina dell’edizione italiana, in cui Céline guarda e accarezza amorevolmente uno dei suoi cani lupo), dalla sua fedelissima ultima moglie Lucette e dai manoscritti delle sue opere.

“Non ho mai rinnegato nulla… mai adorato niente… mai aderito a nulla… aderisco a me stesso finché posso… il mio cammino e io… è là… da solo… è il viaggiatore solitario quello che va più lontano… Nella vita si entra, si esce, come in una stazione… le partenze… sono spesso un sollievo… ma talvolta anche della pena… autentica, una volta tanto, per il mondo intero, per me, per lei, per tutti gli uomini… è forse questo che si cerca nella vita, nient’altro che questo, la più gran pena possibile per diventare se stessi prima di morire”. L.F. Céline.

Federico Magi, giugno 2015.

Edizione esaminata e brevi note

Dominique de Roux (1935-1977). Intellettuale precoce, scrittore e ragazzo prodigio dell’editoria francese, fu non ancora trentenne creatore dei “Cahiers de l’Herne”, una collana che riportò al centro della vita culturale scrittori dimenticati maledetti o misconosciuti come Céline, Pound, Lovecraft. Presentò criticamente al grande pubblico autori del calibro di Borges, Solzenicyn, Koestler e movimenti come la beat generation. Fu anche giornalista e inviato speciale in Angola e in Mozambico. Condannato a morte prematura da una malattia ereditaria, de Roux resta uno dei pochi veri intellettuali liberal europei.
Dominique de Roux, La morte di Céline, Lantana 2015. Prefazione di Marc Laudelout. Traduzione di Valeria Ferretti. Revisione della traduzione e note al testo di Andrea Lombardi.
Prima edizione, La mort de L.F.Céline, Christian Bourgois Editeur, Parigi, 1966