Ricapito Francesco

Lo Stagista che Andò in Kosovo: Parte 4 – Un Kebab “Componibile” e un Leader Leggendario

Pubblicato il: 26 aprile 2016

Mappa Kosovo

Pristina      Giovedì 21 gennaio 2016

Il primo incontro della giornata è all’hotel Sirius, dove siamo già andati per incontrare gli attivisti del movimento politico Vetëvendosje. Ci fanno entrare in una piccola saletta con dei tavoli messi a semicerchio e coperti da una candida tovaglia. Parleremo con alcuni membri dell’Organizzazione non Governativa locale Kosova Rehabilitation Centre for Torture Victims. Inizia una dottoressa responsabile del centro: ci spiega che è stato creato nel 1999, alla fine della guerra, per aiutare quella parte della popolazione che aveva subito traumi o violenze. Molte di queste persone erano anche riuscite a fuggire nei paesi vicini, soprattutto in Albania, ma quando sono tornati in Kosovo sono stati praticamente abbandonati a loro stessi e lasciati senza nessun tipo di supporto psicologico. La dottoressa ci spiega che il centro si occupa di vari tipi di traumi, non solo di quelli legati alla guerra, per esempio hanno cercato di approfondire anche la ricerca sulla violenza domestica. L’idea non è di avere una clinica dove i pazienti restano per lunghi periodi, non ci sono i fondi necessari per questo, si punta ad aiutare i pazienti con visite specialistiche regolari.

A noi può sembrare strano che dopo sedici anni dalla fine della guerra ci siano ancora casi dell’ormai famoso stress post traumatico, ma la dottoressa ci smentisce spiegando che il lavoro di certo non manca e che molto spesso le persone hanno cercato di nascondere questi problemi dentro loro stesse. Si tratta però di traumi profondi che se non curati alla fine emergono, anche dopo periodi prolungati. A ciò aggiunge che i casi più difficili sono quelli dove la vittima ha subito violenza sessuale. Già ieri il capo dell’Eulex ci aveva detto che nella cultura kosovara la famiglia e la sua reputazione sono le cose più importanti, di conseguenza per un padre, un marito o un fratello non è accettabile far sapere a tutti che una o più delle donne di famiglia sono state vittime di violenze, sarebbe come ammettere implicitamente di non essere in grado di proteggerle. La situazione è ovviamente ancora più complicata se la vittima di violenze sessuali è un uomo. L’omertà insomma è una delle grandi piaghe della società kosovara.

Dopo la dottoressa interviene uno degli avvocati del centro, un uomo sui quarant’anni che ci spiega come uno dei loro compiti sia anche quello di controllare le prigioni. L’organizzazione conduce periodicamente ispezioni nelle varie strutture carcerarie del paese per capire se i prigionieri sono trattati umanamente e non subiscono abusi o violenze. Il centro pubblica regolarmente un rapporto che viene utilizzato anche dall’ONU per le sue analisi e ricerche. Il lavoro si svolge in accordo col Ministero della Giustizia, con cui il centro ha un contratto annuale. Un fatto che non mi convince però è che devono avvertire delle loro ispezioni almeno ventiquattr’ore prima. A me sembra una condizione sospetta, ma l’avvocato non sembra esserne troppo scontento.

L’ultima persona che interviene è un’altra donna, una psicologa che completa il quadro delle attività del centro, già ottimamente descritte dai suoi colleghi: anche rifugiati e monitoraggio delle frontiere sono materie d’interesse per loro. Al momento non ci sono molti rifugiati stranieri in Kosovo, molti di più sono i cosìddetti IDP, Internally Displaced People, ossia i rifugiati interni: persone che in seguito ad una guerra, un’invasione o un’occupazione, sono stati costretti a lasciare le loro case e spostarsi in un altro posto, sempre però all’interno del paese. Anche  durante la mia permanenza in Azerbaigian mi ero imbattuto in questo termine: là infatti sono molti gli IDP che una volta abitavano nella zona del Nagorno-Karabakh, dal 1994 occupata dagli armeni e dichiarata repubblica indipendente, non ancora riconosciuta da alcun paese.

Queste persone sono spesso soggette a problemi psicologici, la dottoressa ci spiega che spesso può succedere che il trauma dei genitori influenzi addirittura i figli nati dopo la guerra a tal punto da “contagiarli” con gli stessi sintomi. Secondo la psicologa inoltre, molte persone cominciano ad avvertire le conseguenze dei loro problemi solo adesso perché la situazione è diventata più stabile: subito dopo la guerra bisognava pensare a ricostruire, a rifarsi una vita e a trovare un modo per sostenersi. Ora le persone hanno più tempo per pensare, per guardare dentro sé stesse e scoprire che hanno un problema di cui non si erano mai accorte; secondo i suoi dati ben il 40% della popolazione del Kosovo mostra qualche sintomo di depressione, una percentuale che ci lascia tutti sconcertati.

Quest’incontro mi fa capire che una guerra non si conclude nel momento in cui si finisce di sparare, le sue conseguenze si protraggono per anni e restano impresse per decenni nella memoria collettiva della popolazione. Qui in Kosovo si vede che c’è molta voglia di andare oltre, di superare il trauma della guerra, si avverte quasi un’impazienza collettiva, un voler minimizzare la profondità dello choc che però porta solo a nasconderlo e a ritardare il momento in cui si dovrà affrontarlo.

Quando usciamo è ora di pranzo, sono l’unico dello staff in questo gruppo e così mi aggrego ad alcuni studenti diretti verso il bazar. A guidarci c’è Javier, spagnolo, sui trent’anni, modo di fare estroverso e una voce potente segnata da una vita passata a fumare. Già il primo giorno avevo provato a trovare il bazar, ma senza risultato. Oggi scopro che ci ero andato vicino: si trova nei pressi della moschea Mehmet Fatih, mi sarebbe bastato letteralmente svoltare l’angolo e l’avrei visto.

La strada da cSAMSUNG CAMERA PICTURESui arriviamo è quasi del tutto coperta da un sottile strato di ghiaccio, ai bordi troviamo per primi i venditori di frutta e verdura: alcuni hanno una vera bancarella, altri hanno solo un furgoncino, altri ancora hanno messo per terra un telo o delle cassette e hanno allestito così il loro negozio. Come al solito nei bazar, vedo molta frutta di stagione, arance, mandarini e castagne in questo caso. Tra le verdure a farla da padrone sono ovviamente cipolle e patate. I prezzi sono scritti a mano su dei fogli e sorrido vedendo quanto sono bassi.
Più avanti troviamo negozi veri e propri: a sinistra tavole calde, case da tè e bar, a destra venditori di oggettistica varia, come vestiti e orologi. Uno vende dvd e cd e dai suoi altoparlanti arriva una fastidiosissima musica, che presumo essere tradizionale balcanica. In generale, l’oggetto che la fa da padrone è la cassetta della fruttSAMSUNG CAMERA PICTURESa: sia quelle di plastica che quelle di legno. Vengono usate in gran quantità per creare ripiani e tavole dove esporre la merce, oppure, una volta rovesciate, sono adibite a sgabelli. In un angolo noto un furgoncino bianco letteralmente sommerso da un muro di cassette che, vista la grande quantità di neve che le ricopre, devono essere là da parecchio tempo.
Prendiamo una strada laterale e arriviamo nella parte del mercato dedicata ai vestiti: calzini, mutande, giacche, maglioni, cappelli, c’è un po’ di tutto. In mezzo si distingue un negozio di frutta secca che sembra quasi aver sbagliato zona. Ancora più avanti arriviamo ad una serie di bancarelle di ferro e numerate che credo siano dedicate a carne e pesce. Al momento sono vuote, visto che è pomeriggio e anche  i clienti ormai scarseggiano. Di fianco a queste bancarelle c’è una sorta di capannone dove un uomo vende formaggio: lo tiene in bellissimi barilotti di legno e già dall’odore si capisce che è di capra. Molto gentilmente ce lo fa assaggiare e lo riconosco come lo stesso formaggio che Kushtrim ci serve per colazione. SAMSUNG CAMERA PICTURESUn capannello di uomini staziona pigramente davanti al capannone, ma nessuno ci ferma per convincerci a comprare qualcosa o ci chiede da dove veniamo, fatto molto piacevole rispetto per esempio ai bazar arabi dove gli stranieri sono letteralmente assaliti da venditori molesti. Questi sembrano solo stupiti di vederci qui. Mi sto pian piano convincendo che a Pristina gli internazionali non si preoccupano molto di entrare in contatto con la popolazione locale e di frequentare i luoghi per così dire “popolari”, credo che preferiscano frequentare i quartieri o i locali a loro dedicati. Atteggiamento secondo me è sbagliatissimo, per ora si tratta solo di un’impressione e spero tanto di sbagliarmi.

Concludiamo il giro tornando indietro per un’altra strada e troviamo così un negozio di souvenir: non è il primo che vedo ma resto ugualmente sorpreso nel constatare la quantità di ricordini con impressa la bandiera albanese; è quasi impossibile trovarne uno con la bandiera kosovara, un fatto molto interessante e direi anche significativo.

Javier, lo spagnolo, ha viaggiato parecchio e in luoghi non molto frequentati dai turisti, per questo ha sviluppato un buon intuito per i locali dove si mangia bene e si spende poco: ne trova uno lungo la strada principale e noi lo seguiamo. Non è altro che un piccolo ristorantino con cinque tavoli pieni di briciole e un pavimento che porta le impronte di chi ci ha preceduto. Dietro al bancone c’è un giovane kosovaro dalla faccia rotonda e dalla pancia prominente. Non c’è menu e quello che si vuole mangiare va ordinato indicando i pezzi di carne in vetrina o sulla griglia. Io scelgo un paio di polpette di carne e un pezzo di pollo con spezie, insieme a qualche verdura per contorno. Gli altri mi imitano. Il ragazzo si mette subito a cuocere la carne su una griglia che secondo me non è stata pulita da qualche anno. Quello che ci arriva è in pratica un kebab destrutturato: carne, pomodoro, insalata, salsa allo yogurt, arrivano tutti separatamente. SAMSUNG CAMERA PICTURESCon fatica riesco a montare il mio panino: la carne ha un retrogusto selvatico, ma del tutto particolare (che secondo me è anche dato dagli strati di grasso accumulati sulla griglia), le verdure sono fresche, la salsa si sposa benissimo con il tutto e ne risulta un kebab eccellente. Mangiamo a sazietà e il conto è ancora una volta ridicolo, di comune accordo lasciamo una mancia e prima di andarmene riesco anche a fare una foto al cuoco e alla sua cucina.

Il secondo incontro della giornata è con alcuni esponenti del Kosovo Judicial Council e avverrà proprio nella loro sede: per arrivarci sbagliamo strada due volte: la nostra guida ha l’indirizzo sbagliato. Alla fine scopriamo che la sede era a cinque minuti dal nostro punto di partenza. Ci accoglie una giovane donna insolitamente alta per la media kosovara e con un sorriso enorme. Comincia a spiegarci il ruolo del Consiglio: si tratta dell’organo più importante del sistema giudiziario kosovaro, è stato creato nel 2005 grazie anche al supporto dell’ONU. Dopo pochi minuti viene portato caffè per tutti, mi sembra di capire che qui il simbolo dell’ospitalità sia proprio il caffè e non il tè come invece nel Caucaso o nell’Asia Centrale.

La ragazza continua la sua spiegazione, ci chiarisce che il Kosovo Judicial Council è un organo indipendente e con regole proprie; il suo compito è vigilare che le varie corti nazionali siano anch’esse indipendenti e imparziali nell’esercizio delle loro funzioni. Tra i membri del consiglio devono sempre esserci due rappresentanti della minoranza serba e altri due rappresentanti delle altre minoranze. Si riuniscono una volta alla settimana e in questo periodo stanno lavorando ai criteri di selezione dei futuri giudici.

In verità l’argomento non mi eSAMSUNG CAMERA PICTURESntusiasma, non ho mai avuto la passione per le questioni legali. Per fortuna molti studenti hanno studiato legge prima d’iscriversi al Master e intervengono spesso. Dopo un po’ ci raggiunge anche uno dei giudici membri del consiglio. Non parla inglese e quindi un suo assistente traduce per lui. Ha modi molto gentili e sembra sinceramente felice di spendere tempo per rispondere ai nostri dubbi e per spiegarci la sua opinione sul sistema giudiziario kosovaro. L’impressione generale che ne ricavo è che, come per altri ambiti, i lavori siano in corso. Sono state poste le basi e ora si sta cominciando a costruire tutto il sistema. Il cosiddetto “stato apparato” sta prendendo lentamente forma in Kosovo e le persone che lo stanno edificando mi trasmettono un entusiasmo ed una passione che mi fanno ben sperare per il futuro di questo paese.

L’incontro non dura molto e ci rimangono tre ore di tempo libero, per stasera infatti è previsto un incontro collettivo in un teatro del centro. Su proposta della nostra guida locale io, Javier e Shah, uno studente pakistano, prendiamo un taxi e ci dirigiamo al parco naturale, poco fuori città. Sulla guida non avevo letto nulla di questo posto, ma mi lascio trascinare dall’entusiasmo generale.

In un quarto d’ora siamo fuori dalla città, percorriamo una strada semi-ghiacciata che serpeggia in mezzo a colline innevate ricoperte d’alberi spogli. Il taxi ci lascia davanti ad un grande ristorante,  approfittando dell’ora di luce che ancora ci resta e seguiamo la strada per un paio di chilometri: lo strato di ghiaccio diventa sempre più omogeneo, il bosco intorno a noi è magnificamente imbiancato e apparentementeSAMSUNG CAMERA PICTURES poco frequentato.

Lo studente pakistano è un personaggio del tutto particolare: quarantasei anni, avvocato, sposato con due figli, prima di venire in Italia non aveva mai lasciato il Pakistan e infatti da quando l’ho conosciuto mi ha dato l’impressione di essere perennemente sorpreso da qualcosa. Mi ha raccontato che il suo principale obiettivo prima di tornare in Pakistan è di comprare un casco da motocicletta, perché in Pakistan non se ne trovano. Mentre visitavamo il bazar si era spesso fermato a commentare qualche oggetto in vendita, dicendo che in Pakistan costava meno. Camminando incrociamo un altro gruppetto di studenti, li ritroviamo più tardi quando torniamo indietro ed entriamo nel ristorante per scaldarci con una tazza di tè fumante.

Chiamiamo un altro taxi per tornare in centro e, puntuali, alle diciannove siamo nel teatro dove si svolge l’incontro. Il “teatro” non è altro che uno stanzone dal soffitto particolarmente alto, i posti a sedere sono su una tribuna di ferro che sembra prelevata da uno stadio e il palco non è rialzato ma al livello del pavimento. Le quinte sono nere e consunte, tutto ha un aspetto artigianale e infatti si tratta di un teatro indipendente. Due radiatori giganti sono posti di fianco al palco e puntati verso la tribuna, scaldano bene chi ci si trova davanti ma sono ben lontani dall’essere sufficienti per tutto il teatro.

Il primo a parlare è Florent Mehmet, uno dei co-fondatori del teatro: un uomo calvo, ben piantato e molto alto, con una voce profonda e ben impostata. Ci spiega rapidamente che la struttura è nata nel 2002 e che da allora hanno continuato ad organizzare e ad ospitare eventi, rappresentazioni, concerti e mostre, a volte anche al di fuori del teatro stesso. Ci fa vedere alcune immagini di installazioni artistiche che hanno contribuito ad allestire a Pristina e ci dice come la scena artistica locale sia molto variegata e vivace. Non parla a lungo, ma riesce a farci capire che al di là dell’onnipresente politica e dei tanti altri problemi del paese, la giovane popolazione del Kosovo è propositiva e sente spesso il bisogno di esprimere la propria irrequietezza tramite l’arte.

Conclude presentandBazar 7oci la persona che parlerà dopo di lui: il leader fondatore di un partito politico. Introducendolo in questi termini provoca una sorta di delusione generale, sono due giorni che occupiamo di argomenti seri e che spesso implicano la politica e avremmo voglia di sentire anche altri punti di vista, inoltre, perché mai il direttore di un teatro indipendente ci ha portato un politico? La risposta non tarda: il “leader” arriva da dietro le quinte, porta jeans e un maglione che sembra essere stato usato troppo, ha i capelli sparati per aria e in mano una bottiglia di birra. Credo abbia sui trent’anni e non appena inizia a parlare capiamo di non trovarci davanti ad un politico normale: Bazar 8si chiama Visar Arifaj, dopo essersi auto-proclamato miliardario ha deciso di fondare un partito e di diventarne il leader, o meglio, il “leggendario leader”, come ama farsi chiamare. Il nome del partito è Partia e Fortë e significa “Partito Forte”. Il suo simbolo è l’aquila nera albanese su sfondo arancione, l’aquila però presenta due poderosi bicipiti al posto delle ali.

Lo scopo principale del partito è scimmiottare quelli veri, spesso dediti a mirabolanti promesse, soprattutto durante le campagne elettorali. La prima caratteristica del gruppo è che non ci sono membri ma solo vicepresidenti, oltre naturalmente al “leggendario leader”. Chiunque ne faccia parte infatti viene automaticamente promosso alla carica di vicepresidente. Con l’aiuto di alcune slides ci spiega le loro proposte principali: per illustrarci la prima ci fa notare che di solito, poco prima delle elezioni, i politici propongono di costruire strade e ferrovie, che sono infrastrutture facili da pubblicizzare e di cui tutti possono facilmente beneficiare. L’idea del Partito Forte è di far passare un’autostrada attraverso la biblioteca di Pristina:”Avrete visto che bella biblioteca che abbiamo no? Ecco abbiamo pensato che avesse proprio bisogno di un’autostrada che l’attraversasse”. La foto nella slide in effetti mostra una grande strada che passa attraverso la biblioteca. Il leader leggendario ci racconta che dopo averla pubblicata sulla pagina facebook del partito, alcune persone li avevano presi sul serio, commentando che questo avrebbe potuto disturbare gli studenti.

La slide seguente mostra una delle proposte avanzate durante la campagna elettorale per il sindaco di Pristina nel 2013: l’organizzazione del Gran Premio di Pristina. La foto mostra la mappa del circuito proposto, la quale, come ci fa notaBazar 9re il leggendario leader, ha una forma che ricorda un fallo, ma lui giura che non è stato fatto di proposito.

La proposta seguente mira a risolvere uno dei problemi maggiori di Pristina: la mancanza di bagni pubblici e la conseguente abitudine degli abitanti di farla un po’ dovunque. La soluzione del Partito Forte è installare orinatoi pubblici agli ingressi dei condomini.
Lo spettacolo, perché questo è diventato, continua con un video che il partito ha voluto regalare ai suoi elettori dopo i buoni risultati delle elezioni (ebbene sì, si sono veramente presentati alle elezioni): il video dura trenta secondi e mostra una rilassante immagine di un paesaggio collinare e alberato, la scritta dice “30 secondi di tranquillità in regalo da parte nostra”. Una sorta di protesta contro le continue dichiarazione e i continui comizi dei partiti politici, prima e dopo le elezioni.
Anche la slide successiva vuole prendere in giro i roboanti annunci dei partiti durante le campagne elettorali, durante le quali spesso tutti fanno a gara a chi promette più posti di lavoro. In Kosovo è successo  addirittura che un partito assicurasse più posti rispetto al numero di disoccupati. Il grafico che ci viene mostrato fa vedere come il Partito Forte sia quello che ha promesso meno posti di lavoro rispetto agli altri, lo slogan recita “il partito più modesto del Kosovo”. Il leader ci racconta che dopo aver pubblicato questo grafico, gli altri partiti si sono resi Bazar 10conto dell’errore e hanno cominciato ad abbassare il numero di posti promessi, scatenando una vera e propria corsa al ribasso.

Con l’ultima slide il leggendario leader ci fa sapere che il partito è per la totale trasparenza, ecco perché uno dei loro manifesti elettorali era una sua foto completamente nudo con solo un libro a coprire le vergogne. La posa è quella da antico romano, semidisteso su una specie di triclinio, con in testa una corona di foglie e in mano dell’uva. Il fisico tondeggiante, il capello nero mosso e la posa lo fanno assomigliare ad un moderno Bacco.

Conclude dicendo che alle elezioni per il sindaco di Pristina il Partito ha avuto ben qualche migliaio di voti, che gli hanno permesso avere un seggio nel consiglio comunale. Nemmeno alla fine sembra voler dire qualcosa che possa essere preso sul serio, nessuna riflessione sulla loro azione di protesta o sul fatto che l’avere dei voti li metta di fronte ad alcune responsabilità. Finisce il suo intervento tra gli applausi entusiasti di una platea che penso abbia proprio apprezzato il suo spirito dissacrante e la sua abilità d’intrattenitore.

Ormai la serata sembra finita, ma il direttore del teatro ha un’altra chicca in serbo per noi: Eshref Durmishi, attore e regista. Un suo cortometraggio è stato nominato agli Oscar 2016 nella categoria “Miglior Cortometraggio” e col suo permesso oggi ce lo faranno vedere. Appena il regista entra sento il numeroso pubblico femminile ammutolirsi di colpo. Un’ondata di ormoni si scatena nella sua direzione e il commento della collega di fianco a me riassume la situazione:“Oddio che figo!”

In effetti l’uoBazar 11mo che con passo sicuro arriva sul palco sprigiona fascino da ogni poro: alto, fisico asciutto, lineamenti precisi e armoniosi, una barba lunga, folta e curatissima che vorrei tanto avere pure io e, come se non bastasse, è vestito con un completo elegante che gli sta benissimo. Quando prende la parola tra il pubblico non vola una mosca, si sente solo qualche sospiro qua e là. Senza dilungarsi troppo il regista fa partire il film, intitolato “Shok”. La storia è ambientata in una non specificata zona rurale del Kosovo durante la guerra con la Serbia ed è incentrata sull’amicizia tra due bambini di etnia albanese, Petrit e Oki. Petrit, volendo guadagnare qualche soldo, ruba cartine per sigarette al nonno e le rivende ai soldati serbi. Per raggiungerli però ha bisogno della bicicletta di Oki, che a volte lo accompagna. Durante una consegna uno dei soldati gli sequestra la bicicletta per darla a suo nipote, dicendo che ad un albanese non serve, i due non hanno alternative se non andarsene in silenzio. La loro amicizia subisce una battuta d’arresto, ma pochi giorni dopo Petrit si fa perdonare: durante un’ispezione del loro scuolabus i serbi trovano nello zaino di Oki dei libri albanesi. Petrit per salvare il suo amico da una probabile punizione dice che sono suoi e per questo viene colpito col calcio del fucile da uno dei soldati. Questo gesto fa riappacificare i due e  quella sera Oki dorme a casa di Petrit. Sfortunatamente la mattina seguente i serbi fanno irruzione in casa e, minacciandoli con i fucili, ordinano a tutti di uscire e di mettersi in riga davanti alla casa. Oki, che era riuscito a nascondersi, trova una pistola nascosta ed esce di casa intimando al soldato di lasciar stare il suo amico e la famiglia. Naturalmente il soldato riesce a disarmarlo con facilità. La situazione viene risolta da un ufficiale serbo che, arrivato in quel momento, ordina alla famiglia di raccogliere le loro cose e di andarsene senza mai voltarsi.

L’ultima scena mostra la famiglia che se ne va con i pochi averi. All’improvviso Oki vede un bambino serbo in sella a quella che era la sua bicicletta e si gira a guardarlo, pochi secondi dopo il soldato che aveva minacciato con la pistola gli spara uccidendolo sul colpo. Petrit non può fare altro che continuare a camminare, con i vestiti sporchi del sangue di Oki.

Quando le luci si riaccendono sento distintamente più di qualche persona singhiozzare per la commozione. In effetti il film ha lasciato pure me con una bruttissima sensazione d’ingiustizia e tristezza. Il del film, “Shok” è tristemente azzeccato e descrive bene la sensazione che si ha dopo averlo visto. Lentamente riprendiamo tutti il controllo dei nostri sentimenti e per mezz’ora si susseguono domande sia al regista che al leggendario leader. Alla fine applaudiamo tutti con sincera ammirazione queste persone che, ognuna a modo suo, rendono giustizia ad una società giovane, imprevedibile, che ha tanto da dire e che soprattutto ha tanta voglia di essere ascoltata.

Per noi dello staff la giornata non è ancora finita, dobbiamo consegnare agli studenti i quindici euro di rimborso per il trasporto: ci posizioniamo ad un tavolo nel bar attiguo al teatro. La mia collega è seduta con la lista degli studenti, io le sto di fianco con in mano due buste, una piena di banconote da dieci euro e una con banconote da cinque. Gli studenti naturalmente si ammassano davanti al tavolo e si crea così una situazione molto curiosa: sembriamo un banco dei pegni o di scommesse, di certo non mi era capitato di distribuire così tanti soldi in così poco tempo, ma il fatto più sorprendente è che dobbiamo addirittura andare a chiamare alcuni studenti perché vengano a prenderseli. Forse sarò io ad essere taccagno, ma se mi vengono offerti quindici euro di rimborso (tra l’altro inaspettato visto che l’abbiamo saputo solo ieri), io corro subito a prenderli.

Concluso anche questo compito usciamo e andiamo a cenare in un piccolo ristorante in centro. Sono talmente stanco da non avere nemmeno fame, butto giù una fajita al pollo che di kosovaro ha ben poco, saluto lo staff e torno a casa. Domani dobbiamo incontrare il Presidente della Camera e il Sindaco di Pristina e voglio essere ben riposato.

Links:

https://it.wikipedia.org/wiki/EULEX

https://en.wikipedia.org/wiki/Partia_e_Fort%C3%AB

https://en.wikipedia.org/wiki/Shok_(film)

Francesco Ricapito Marzo 2016