“Li ho imbrogliati in nome del regime sovietico! Con quali occhi da cane potrò ora guardarli! E il capo dice che così esige l’alta politica […] Ecco, anche io ho domandato che specie di politica, e a che cosa e a chi sia necessaria, se combattiamo senza risparmiare le nostre forze e la vita stessa per affermare la verità. Soltanto un’unica verità! E poi permettiamo a noi stessi la menzogna e l’inganno” (p.281). Probabilmente le parole pronunciate da Veniamin Malyšev “Ven’ka”, giovanissimo esponente della Polizia investigativa di Dudari, sono potute apparire senza troppi danni nel romanzo “Crudeltà” di Pavel Nilin, proprio perché scritto e pubblicato nel 1956, all’indomani della fine dello stalinismo più radicale. E’ vero che nella sostanza “Crudeltà” rappresenta un racconto drammatico, avventuroso che difficilmente potremmo assimilarlo ad un’opera del dissenso; tanto che anche in patria ebbe un grande successo editoriale. Semmai, come scrive Antonella Nocera nella prefazione alla nuova edizione readerforblind, potrebbe essere considerato come un racconto “sotto il prisma della menzogna, della storia come impostura necessaria, delle bugie a fin di bene che servono affinché il corso della storia di compia”.
Falsità e crudeltà in un contesto post-rivoluzionario, in cui la guerriglia sopravvissuta continua a far danni soprattutto in luoghi isolati come quelli dove Ven’ka e i suoi compagni si dannano per imporre la nascente autorità sovietica. Le vicende raccontate da Pavel Nilin – la presenza di un giornalista ambiguo e trafficone, i poliziotti ammaliati da una bellissima giovane donna, i tentativi di catturare Voroncov il più crudele bandito del luogo grazie a un guerrigliero che, con molta fatica, ha instaurato un rapporto di reciproca stima con Ven’ka – in tutto e per tutto sono assimilabili ad un incisivo racconto di avventura ambientato nei pressi degli “impenetrabili boschi siberiani”, quasi fosse una sorta di western sovietico; ma in più con altrettanti spunti che – col senno di poi – potrebbero essere letti come una prudente denuncia dei danni causati da un potere rigido, omologato che vive e prolifera grazie a coloro che hanno deciso di abbandonare ogni residuo di coscienza e di autentica umanità.
Umanità e buon senso rivendicati da un Ven’ka, pur sempre convinto comunista, ma che, a quanto pare, non trova grandi riscontri nelle nascenti autorità sovietiche che trasformano il pragmatismo in ottusa intransigenza. Quel tanto da dare ragione, in certe circostanze, agli avversari del regime: “L’oltraggio, forse più amaro di tutti quelli provati fino allora, mi ferì al cuore. Il fatto che l’odiato Kostja Voroncov avesse avuto ragione di dire a Lazar’ Baukin [ndr: l’ex bandito che ha collaborato alla cattura di Voroncov] che i commissari non si fidavano di lui mi risultò intollerabile e vergognoso. Il nostro capo non era il solo rappresentante del regime sovietico, eppure non potevamo fare nulla contro la sua ingiusta decisione […] Ma la battaglia si era conclusa da un pezzo, e non era stato lui a vincerla” (p.267).
Un contesto nel quale il dissenso non era proprio contemplato, nemmeno nel momento più tragico della storia di Ven’ka e dei loro compagni, dove i rappresentanti del nuovo potere, anche di fronte alla morte di un loro simile, si arrogavano di parlare in nome di una forza superiore: “Senza dubbio soffriva sinceramente per Ven‘ka. Ma non era in grado di comprendere come un suo subalterno avesse potuto d’improvviso dissentire da lui. «Dunque, alla base di questo triste episodio c’è un grossolano errore politico e, oserei dire, una mancanza di sensibilità politica. E questo non possiamo perdonarlo a Malyšev. Siamo tenuti a guardare in faccia alla verità. Siete d’accordo? », domandò Uzelkov al capo” (p.299).
In sostanza sarebbe limitante fermarsi a leggere “Crudeltà” soltanto come un romanzo dotato di una trama che coinvolge per la quantità di personaggi in situazioni melodrammatiche, proprio come avviene in una cosiddetta opera “di genere”. Lo scrittore sovietico Pavel Nilin, raccontandoci, con dosata ambiguità, come ci si ritrova ad essere coerenti con una propria etica di fronte ad un sistema culturale e politico che punisce chi non si adegua in tutto e per tutto, probabilmente voleva dirci molto di più.
Edizione esaminata e brevi note
Pavel Filippovich Nilin, nato a Irkutsk nel 1908, è stato uno scrittore, drammaturgo, sceneggiatore e giornalista sovietico. Il suo debutto letterario risale al 1936, quando pubblicò una serie di racconti sulla rivista “Novy Mir”. Nel 1939 rielaborò A Man Goes Uphill (Chelovek idyot v goru), un romanzo sui minatori del Donbass che uscì sul grande schermo con il titolo A Great Life e che gli valse il Premio Stalin per la sceneggiatura. Di lui ricordiamo anche About Love (O lyubvi, 1940), Going to Moscow (Poezdka v Moskvu, 1954) e The Trial Period (Ispytatelny, 1955).
Pavel Nilin, “Crudeltà”, Readerforblind, Ladispoli 2025, pp. 304. Prefazione di Antonella Nocera
Luca Menichetti. Lankenauta, agosto 2025
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