“Se è porno tolgo” come si usa scrivere spesso sui social da boomer. Ma Pierantozzi non toglie, anzi. Con una lucidità bucata da spilli di follia non nasconde quasi niente nel sottotesto e racconta il suo Uomo che Trema (Pomella 2018), il suo Sembrava Bellezza (Ciabatti 2021), il suo Niente di vero (Raimo 2021), per citarne solo alcuni tra i più recenti che ho letto appartenenti al genere autofiction, e lo fa meglio di tutti loro messi insieme. Lo fa in quell’equilibrio “sbilicato” che sta appena sopra l’impazzire, in quel qui-e-ora che sa di verità. Pure troppo. Infatti, almeno per me, leggere Lo sbilico sbilica, sposta, rimescola. Rasenta la pornografia della malattia.
Una cosa è certa, per Pierantozzi la scrittura non è maieutica né tantomeno salvifica. Le sue parole sono conati di vomito a vuoto perché lo stomaco ormai è senza “cibo”: per andare avanti un unico sapore (oltre a scrivere e fare ore di palestra): quello amaro delle medicine sulla lingua: necessario, potente, puntuale. Aggettivi che non appartengono al libro che ha scritto, almeno non tutti. Lo sbilico non è, come invece qualcuno ha detto a più riprese, né necessario, né potente (di libri “potenti” e “pugno nello stomaco” è pieno il mondo, nevvero). Però è arrivato appena era pronto, perfetto. Ed è stato puntuale e diverso.
È arrivato, forse per un pelo, nell’era letteraria italiana dell’autofiction e dell’autobiografia del dolore e si è arrampicato, molto meno faticosamente di altri, sul podio zoppo del disagio, della malattia prima diagnosticata (da specialisti in questo caso, non da chi scrive il libro), poi esplorata, sezionata e analizzata su cartella clinica, quasi in aiuto ai suoi psichiatri:
«Gli altri pazienti, a differenza sua, non ragionano in modo così maniacale sulla propria condizione di malati… La maniacalità difficilmente è rivolta alla propria malattia.»
Se questo libro stia sul gradino più alto non so dirlo, perché credo mi manchino un po’ di basi (non ho mai letto Il male oscuro di Giuseppe Berto, per dire, rimanendo in ambito italiano), ma di sicuro sta più in alto di molta altra autofiction che ho letto nell’ultimo lustro, e tende la mano alla mia adorata Jeanette Winterson che la scrittura di Pierantozzi mi ha richiamato alla mente in più di un passaggio:
«I pensieri cattivi vanno spiumati uno alla volta. Queste parole pigre, che sono uno stretching cerebrale, mi calmano, fungono da riassetto logico. Sono l’ultimo riparo tra me e l’irreparabile.»
Pierantozzi “porta dentro” il lettore: la scrittura è meticolosa nella sua pastosità, come se seguisse un moto circolare che ipnotizza:
«Ma voglio essere preciso nel raccontare questa storia, devo solo attenermi al proposito di non inventare niente. È da tempo che non mi sento più uno scrittore, come se fossi stato trafitto nel punto in cui hanno sede le forze della scrittura. Posso solo raccontare la melma dei giorni»
E i giorni del protagonista bambino si alternano a quelli dell’uomo adulto:
«Alcide ha quarant’anni, a volte dorme ancora con sua madre, prende sette pasticche al giorno (cinque la mattina e due dopo cena), ed è considerato ‘un paziente lucido, vigile, collaborativo, dall’eloquio fluido’. È un essere umano ‘difettoso’ tra i tanti […]»
Leggendo la sua storia non si può fare a meno, o almeno io non ce l’ho fatta, di confermare ancora e ancora che, come scriveva William Wordsworth, “Il bambino è il padre dell’uomo.”: l’identità, il carattere e il destino di una persona adulta sono in gran parte plasmati dall’individuo che era da bambino. E, aggiungo, soprattutto da ciò che era costretto a essere in base a tutto quello che gli accadeva intorno perché, come disse un mio amico di penna anni fa, forse è proprio vero che all’infanzia si sopravvive per miracolo.
È anche un libro sulla resistenza alla parte guasta di se stessi, sul tentativo costante e paziente di scegliere la vita nonostante tutto:
«Noi matti continuiamo a resistere perché aspettiamo quell’ora piccola in cui finalmente faremo uno di quei respiri che invogliano a scrocchiarsi la schiena coi pugni puntati. Aspettiamo quell’ora lì, che sia una soltanto, quell’ora per un caffè che non ustioni il cardias, quell’ora ventenne anche a cent’anni, noi matti la aspettiamo.»
Edizione esaminata e brevi note
Alcide Pierantozzi (San Benedetto del Tronto, 9 aprile 1985) ha debuttato con il romanzo “L’unica persona”, vincendo il Premio Viareggio Opera Prima nel 2011. Vive tra Milano e Colonnella e collabora con numerose riviste e quotidiani nazionali. Oltre a Lo sbilico ha pubblicato in passato Uno in diviso, Hacca-Halley, 2006 e ristampa Bompiani, 2022; L’uomo e il suo amore, Rizzoli, 2008; Ivan il Terribile, Rizzoli, 2012; Tutte le strade portano a noi. A piedi da Milano a Bari, Laterza, 2015; L’inconveniente di essere amati, Bompiani, 2020. È considerato un autore emergente di talento nel panorama letterario contemporaneo.
Alcide Pierantozzi, Lo sbilico, Giulio Einaudi Editore (Supercoralli), pp. 240, anno 2025
Elena Marrassini. Lankenauta, agosto 2025
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