Si è sempre detto che in Italia ci sono più scrittori o aspiranti scrittori che lettori. Sarà questo uno dei motivi per cui le cosiddette “scuole di scrittura” spesso sono considerate delle scuole di ambizioni personali che, alla fin fine, rischiano di diventare scuole di omologazione di stile. Oltretutto di stili neanche troppo apprezzabili. Da questo punto di vista Pontiggia, con le sue lezioni di scrittura, risalenti al 1986 e al 1988 – “Scrivere: modi, problemi, aspetti” e “Il linguaggio della narrativa” – puntualmente riprodotte in “Scrittori non si nasce”, si propone diversamente, come sottolinea Daniela Marcheschi nell’ampia e colta introduzione: “educare a una militanza quotidiana di autoformazione e formazione del linguaggio, di autoeducazione alla parola” (p.15). Da qui, in sostanza, il significato del titolo, in quanto “scrittori non si nasce, si diventa”. Leggendo Pontiggia comprendiamo come infatti, non piacendogli la definizione di “scrittura creativa”, il suo insegnamento fosse dedicato piuttosto a descrivere, raccontare cosa significa essere autentici scrittori.
Le riflessioni Pontiggia sono tante, soprattutto nel divulgare gran parte delle sottigliezze che dovrebbero essere proprie di chi intende scrivere “nella sua concretezza”. Divulgazione appunto senza quelle garanzie di successo che probabilmente vengono promesse da innumerevoli insegnanti della cosiddetta “scrittura creativa”: “uso la parola ‘possono’ perché evidentemente non c’è una norma, nessuna sicurezza, però le esperienze fatte quando si scrive possono essere in parte trasmissibili (p.42).
Pontiggia ci dice come la critica non aiuta chi scrive “quando scrive”. Diventa quindi importante osservare come reagisce il lettore di fronte al testo, così da evitare un certo tipo di errori.
Insomma, in “Scrittori non si nasce” ci troviamo di fronte a un bel campionario di quelle che vengono comunemente denominate “perle di saggezza”, abbinate sempre ad una sottile ironia. Perle che – lo si capisce bene – sfuggono ai radar sia di diversi scrittori in voga, sia dei lettori più inconsapevoli.
In sostanza Pontiggia, pur nell’economia di poche pagine, riesce a discutere gran parte dei dilemmi propri dell’arte narrativa. Come la necessità, da un lato sicuramente di curare l’aspetto formale, ma nello stesso tempo di “non pensare poi tanto, prima di scrivere” in quanto “bisogna che la narrazione riveli qualcosa che l’autore non sa, bisogna che il testo alla fine ne sappia più dell’autore” (p.61). Detto in altri termini: le idee possono mutare e assumere una forma nuova nel momento in cui si scrive. Oppure, nel suo procedere improntato alla concretezza, quando nella stesura di un testo iniziano a sorgere dei dubbi, il consiglio di lasciare decantare la pagina; evidentemente senza mettere in campo troppi artifici retorici: “Il tempo dell’interruzione è proficuo” (p.67).
Concretezza è proprio il filo rosso che caratterizza le due lezioni di scrittura. Con cognizione di causa Pontiggia, in particolare ne “Il linguaggio della narrativa”, affronta quelli che probabilmente sono i problemi “duri e importanti” nel mestiere del giovane scrittore: “La scuola si preoccupa di dare gli strumenti per una espressione corretta, ma certo non può curare più di tanto gli aspetti espressivi del linguaggio” (p.52). Da questo punto di vista Pontiggia tende a smantellare certo sentire comune, come il detto “parla bene chi parla come un libro stampato”. Quindi ad un corso sul linguaggio nella prosa si dovrebbe insegnare innanzitutto come sia un linguaggio radicalmente diverso dall’oralità; questo sì realmente più articolato, ricco ed espressivo. Di conseguenza bisogna avere presente che “nello scrivere ci si affida all’artificialità della pagina […] che la pagina ha dei limiti meccanici molto precisi”(p.55). Limiti che probabilmente – ma questa è soltanto una nostra illazione – non vengono poi tanto evidenziati dai mentori delle diffusissime scuole di scrittura creativa.
In fondo, queste due brevi ma densissime conversazioni, come giustamente rileva Daniela Marcheschi, particolarmente attente alle tecniche espressive e comunicative mirano più a suscitare interrogativi che a fornire delle norme assolute. Anche senza voler citare Norberto Bobbio, basti ricordare che questo è esattamente il compito dell’intellettuale.
Edizione esaminata e brevi note
Giuseppe Pontiggia, (Como, 25 settembre 1934 – Milano, 27 giugno 2003) pubblica nel 1959 il suo primo romanzo autobiografico La morte in banca.
Consulente delle case editrici Adelphi e Mondadori, si dedica alla saggistica e alla critica letteraria.
Vince il Premio Strega nel 1989 con La grande sera (Mondadori 1995), il Super Flaiano nel 1994 con Vite di uomini non illustri (Mondadori 1993), il Premio Chiara alla carriera nel 1997 e il Premio Campiello, il Premio Società dei Lettori e il Pen Club nel 2001 con Nati due volte (Mondadori 2002), un romanzo tradotto in molte lingue e che ha ispirato il film Le chiavi di casa di Gianni Amelio.
Giuseppe Pontiggia, “Scrittori non si nasce. Il linguaggio della narrativa”, Bibliotheka Edizioni (collana: Formiche), Roma 2025, pp. 96. Introduzione di Daniela Marcheschi.
Luca Menichetti. Lankenauta, novembre 2025
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