“E’ difficile spiegare tutto del tutto, argomentò. La vita è un’isola circondata del buio, da un grande buio, e nel buio accadono fatti al di là della nostra comprensione” (p.102); “Il grande buio c’è sempre, non scappa mica. Il grande buio c’è sempre ma noi non ce ne accorgiamo, e questo è uno dei motivi per cui rimaniamo sani di mente nell’arco della nostra misteriosa e, per molti versi, assurda esistenza” (p.171). Nella sua raccolta di racconti Enrico Macioci cita il “grande buio” solo due volte, ma quel tanto da farci capire come questo “buio” rappresenti qualcosa di molto reale, proprio di ognuno di noi. Una realtà incerta, sfuggente ed enigmatica piuttosto che complessa, tale da provocare inevitabilmente un grande straniamento quotidiano; ed inoltre, con immagini perturbanti, ci ha voluto rappresentare dieci situazioni dove – lo leggiamo in quarta di copertina – “ognuna delle quali cerca di afferrarne le possibili forme, prova a raccontarne gli improvvisi svelamenti”.
Le “forme” sono diverse e parzialmente indipendenti le une dalle altre – in tre racconti incontriamo lo sconfortato e rassegnato ispettore Gobbi – tutte fondate su narrazioni in cui, nel mezzo di mille ambiguità, lo svelamento improvviso è spesso solo parziale e quindi ancor più inquietante. Anche se forse parlare semplicemente di inquietudini potrebbe apparire un eufemismo. Per quanto sia in “Riunione di condominio”, proprio il primo racconto, di condominio e di riunione in atto non c’è alcuna traccia se non, intuitivamente, l’esito di qualcosa di molto spiacevole: “Aveva gli occhi aperti e la bocca storta in ghigno di eterna ferocia. Il resto del corpo si era incagliato nel mucchio di cadaveri più grosso, all’angolo nord/ovest della piscina” (p.7).
Poi leggiamo “Puzza” dove un fetido odore fa subito capire che Rocco Neve, lasciando l’appartamento ai suoi temporanei ospiti, deve aver dimenticato – come poi si scoprirà – qualcosa di più di un semplice rifiuto organico. I racconti a seguire, “Il caso di Lara”, “Il redentore della Costa d’Avorio”, “Si scrive a piedi nudi”, “Estate indiana”, “Merda, divorzio e trascendenza”, “Koan”, “Il grande buio”, “La fine del mondo”, paradossalmente, pur descrivendo circostanze più o meno grandguignolesche, potrebbero risultare agli occhi del lettore ancor più conturbanti proprio per la presenza di un disagio magari inizialmente appena accennato: dentro un’apparente e tranquilla normalità, quella che tutti noi possiamo vivere ogni giorno, l’ambiguità si fa sempre più presente per poi sfociare o in un mistero terrificante, irrisolvibile, oppure in situazioni del tutto inaspettate tali da farci dubitare dell’esistenza di una logica coerente nel mondo. Situazioni in cui risulta difficilissimo, probabilmente impossibile, discernere del tutto il bene dal male; nonché situazioni in presenza una sorta di intersezione, anche questa probabilmente indistinguibile, tra la parte corporea e la parte psichica dei personaggi.
Del resto lo stesso Enrico Macioci, con grande lucidità, in un’intervista ha messo in chiaro qual è il fil rouge dei suoi racconti e quindi cosa voleva dirci: il tentativo, con lo strumento letterario, di esplorare una sensazione che spesso ci può trovare inermi; ovvero quella di trovarci nel mezzo di un grande mistero assolutamente irrisolvibile.
In questo senso l’ambiguità, il male travestito, come già anticipato, nel “grande buio” la fa da padrone; e non è un caso che Macioci citi Stephen King e una sua celebre frase, “non mi dimentico mai che un serial killer può aiutare una vecchietta ad attraversare la strada”. Citazione che in qualche modo ci aspettavamo: Macioci, già curatore di “Dentro al nero” miscellanea di saggi su “It”, è in tutta evidenza, almeno per certe atmosfere di alcuni racconti, debitore di Stephen King.
Soltanto che l’Enrico Macioci del “grande buio”, questa volta probabilmente più cupo anche di “Sfondate la porta aperta ed entrate nel buio” e più inquieto di “Lettera d’amore allo Yeti”, proprio per l’originalità e soprattutto per la lucidità nel raccontare l’impossibilità di comprendere il nostro universo, non ci sembra il caso di considerarlo un epigono del pur grande scrittore americano.
Edizione esaminata e brevi note
Enrico Macioci, è nato a L’Aquila nel 1975. Laureato in Giurisprudenza, poi in Lettere moderne con una tesi su Cuore di tenebra di Joseph Conrad. Da semplice lettore, è diventato un grande conoscitore di Stephen King e della sua produzione letteraria. Dopo la raccolta di racconti Terremoto (Terre di mezzo, 2010), ha pubblicato i romanzi La dissoluzione familiare (Indiana, 2012), Breve storia del talento (Mondadori, 2015) rivisto e ripubblicato in una nuova edizione col titolo L’estate breve (TerraRossa, 2024), Lettera d’amore allo yeti (Mondadori, 2017), Tommaso e l’algebra del destino (Sem, 2020), Sfondate la porta ed entrate nella stanza buia (TerraRossa, 2022).
Enrico Macioci “Il grande buio”, Neo edizioni (collana “Iena”), Castel di Sangro 2025, pp. 200
Luca Menichetti. Lankenauta, novembre 2025
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