Park Chan-wook

No other choice

Pubblicato il: 11 Gennaio 2026

Vedere l’ultimo film di Park Chan-wook è come “ridere nel pianto”, rubando una strofa meravigliosa e calzante a Lindo Ferretti vecchia maniera, quello di Amandoti. E anche la colonna sonora di questo lavoro immane che è No Other Choice è all’altezza della musica di Zamboni.

Sì perché qui vediamo, e ascoltiamo, un film che a tratti è melodia struggente, poi sincopata, improvvisata, jazz, rock e pure heavy metal. 

Una storia delicata ma grottesca, imbranata ma irriverente, straziante ma un po’ splatter. Una storia finemente intelligente e con un cast spettacolare capitanato da un immenso Lee Byung-hun in stato di grazia, come in molti lo hanno definito. Non da meno sono gli attori non protagonisti, tanto che non lo sono, non protagonisti, anzi. Padroneggiano intere scene con una maestria totalizzante, arrivando anche a scavalcare in alcuni, succulenti, attimi lo stesso Byung-hun.

Ispirato al romanzo The Ax: cacciatore di teste di D.E. Westlake, il film mette in scena lo sgretolarsi nell’arco di un anno della perfezione familiare che Man-su, il pater familias, ha costruito in venticinque anni di carriera in un’azienda specializzata nella produzione di carta, vincendo una volta anche il ripetutamente citato “Premio dell’Uomo di Carta”: il trofeo viene inquadrato spesso ed esibito dai protagonisti con orgoglio distorto e inconsapevole.

Tutto accade in seguito all’improvviso licenziamento di Man-su e di altri colleghi: “uomini di carta”, utilizzati e poi gettati quando il sistema non ne ha più bisogno, per lasciare spazio alle nuove tecnologie, alla robotica, alla AI; e Man-su di carta lo è sopra ogni altro: viene appallottolato come un vecchio foglio da gettare ed è disposto a tutto pur di distendersi e tornare a essere “utile”, perché sente di non avere altra scelta.

Se lo ripete in continuazione, picchiettando le dita sulle tempie in quel gesto che vorrebbe essere persuasivo e calmante, imparato durante le sedute di sostegno psicologico organizzate per lui e i colleghi subito dopo il licenziamento. 

Man-su diviene preda di un oltranzismo disperato mascherato da sfacciataggine che però, guarda caso, alla fine gli procura la stima del figliastro adolescente, giovane maschio di famiglia con cui il rapporto sembra essere in crisi da anni. Lo si capisce nel dipanarsi della vicenda, attraverso informazioni sapientemente dosate dalla regia che ci svela a poco a poco che anche la figlia femmina, piccolo genio del violoncello, ha problemi di linguaggio e di relazione col mondo.

Una famiglia esteriormente perfetta (padre, due figli, madre casalinga che occupa il tempo libero col tennis e col ballo) che implode sotto il peso delle rinunce imposte dai problemi economici. Niente più Netflix, sport, corsi, niente più spese per il pet food: i due cani, adorati dalla piccola musicista di casa, andranno ospiti dai nonni. E niente più dentista: il “povero” Man-su si terrà un dolore pungente da dente cariato per interi mesi, come a sottolineare la carie della sua vita stessa.

Il processo di deterioramento, di incistamento della mente del protagonista viene reso allo spettatore da ogni punto di vista: quello del protagonista stesso, quello della moglie, del nuovo datore di lavoro della moglie (un dentista, n.d.r), degli altri colleghi licenziati. Park Chan-wook spinge lo sguardo della telecamera negli occhi nei denti nelle orecchie di ognuno, sopra i mobili, dentro agli oggetti, persino sotto a due bicchieri, pilastri di una sbornia colossale ma a suo modo salvifica tra il protagonista e una delle sue vittime.

Quella che sembra reagire con più lucidità e piglio è proprio Mi-ri, la moglie, interpretata da una magica Son Ye-jin, che evidentemente ha sempre avuto un Sé più ampio di quello del marito anche se solamente tra le mura domestiche, il campo da tennis, e la pista del corso di ballo. È una donna brillante ma è, appunto, una femmina: sta dietro le quinte, silente ma pensante, secondo lo schema ancora troppo solido della famiglia tradizionale che però adesso si trova immersa nella società iper-capitalistica fino al collo, e ansima e combatte contro tutto e tutti pur di digerirne tutta l’anomalia e la disfunzionalità. Non c’è altra scelta: la cosa che più conta è tornare al tenore di vita precedente la rovina. Tutto, ma proprio tutto, pur di ottenere un nuovo lavoro a tempo pieno e ben remunerato per l’uomo capofamiglia e una rinnovata e soprattutto “meritata” stabilità socio-finanziaria. Anche se significa ritrovarsi da soli, al buio, in compagnia di muletti robot e bracci meccanici ad alta precisione. Perché all’AI mica serve la luce: pensate quanto risparmio.

Al più ogni tanto, per tirare il fiato e riprendersi da tutto ciò che tocca ingoiare e far finta di non vedere, possiamo abbracciarci, addirittura per un intero minuto, ma contando i secondi a partire da zero, come chiede di fare Man-su a sua moglie. Perché al contrario sa troppo di discesa verso lo Zero.

Edizione esaminata e brevi note

No other choice. Regia di Park Chan-wook; sceneggiatura: Park Chan-wook, Don McKellar, Lee Kyoung-mi, Lee Ja-hye. Genere: Commedia nera, thriller – Corea del Sud, 2025, durata 139 minuti.

Elena Marrassini. Lankenauta, gennaio 2026