Canosa Flor

Polpa

Pubblicato il: 8 Febbraio 2026

Polpa, di Flor Canosa (pubblicato da Neo edizioni con la traduzione di Giovanni Barone) è un piccolo libro, una novella di circa 100 pagine che, stranamente, non mi ha coinvolto quanto mi aspettavo. Questo ha fatto sì che al termine della lettura sia rimasto straniato e perplesso. Prima di cominciarlo avevo letto qualcosa in giro e tutto mi aveva fatto pensare a un libro che mi avrebbe divertito, forse persino entusiasmato. Invece via via che procedevo nella lettura ho avvertito una distanza crescere. Eppure, anche adesso a bocce ferme, ripensando a cosa scrivere per questo articolo e copiando citazioni dal testo per usarle qui, vedo solo elementi che mi fanno dire come questa sia una bella novella, interessante, intelligente, distopica (ma neppure tanto, in realtà, a vedere proprio in questi giorni cosa sta uscendo – sì, i famigerati Epstein files) e scritta bene.

Ciò che mi ha invece ipnotizzato è la copertina. Una ballerina, di spalle, su di un cubo, con una piccola ferita al polpaccio destro, che sanguina. Una statua che sanguina, che sembra indifferente al suo sangue. Il titolo, il nome dell’autrice e quello delle edizioni sono dello stesso rosso: sangue. La foto viene da uno stock di immagini libere da diritti, immagino poi ritoccata ad hoc per questo romanzo. Spesso si vedono queste immagini ripetersi su volumi diversi, editori diversi, tipi di libro diversi, senza alcun cambiamento. Qui invece si è resa, di nuovo, unica. Il progetto grafico è di Alessandra Dalessandro.

Il libro narra di uno stato in cui, da decenni, il dolore è vietato per legge. Uno stato, che si capisce bene essere sudamericano, totalmente isolato dal resto del mondo, in cui il WEB è stato sostituito dalla RACK, che ne è una forma ultracensurata. In questo stato c’è la città, coi suoi quartieri ben divisi: i ricchi e i non-ricchi; e la zona esterna alla città, che è recintata, abitata da uomini-bestia, che ancora mangiano animali cotti sul fuoco, e dove la cultura viene tramandata oralmente. Ma come si fa a mantenere l’ordine in uno stato del genere? Semplice: con la paura. La paura di un dolore che nessuno conosce, una pena che nessuno conosce. Sappiamo tutto questo perché ci viene narrato dai tre protagonisti: Irma, Lunes e Enero. A ognuno di loro corrisponde una parte del libro: prima incontriamo Irma, poi Lunes, quindi Enero.

Canosa ci fa scoprire progressivamente i suoi personaggi, le loro vite, e il disegno cui concorrono. La sua prosa è diretta, chiara, concisa, senza fronzoli. Precisa. Irma ci racconta dalla sua scoperta del dolore fisico a 12 anni fino all’incontro con Lunes; Lunes tratta brevemente il suo passato (anticipato in parte da Irma) e cosa accade dopo l’incontro con la donna; Enero, come suo fratello minore Lunes e Irma, parla un po’ di sé e di quello che succederà. Ogni personaggio spinge la narrazione avanti nel tempo.

L’incipit, preceduto da una citazione da Il corpo, luogo di Utopia, di Michel Foucault, ci cala subito nella storia di Irma.

Avevo dodici anni quando madre e io ci siamo trasferite in quella casa.

Le case ereditate dalle nonne sono tutte uguali, nell’immaginario comune. Le nonne sono donne che hanno avuto figli coi quali hanno litigato a morte e alla fine neanche conoscono i nipoti. Questo mi spiegava madre, visto che ho difficoltà con tutto ciò che chiamano legame familiare. (pag. 7)

Il testo prosegue con una riflessione sulla riproduzione come forma di controllo e sulla perdita dell’istinto animale, sulla regolamentazione di ciò che ne resta.

La prima pagina ci dà le coordinate generali, dello stato in cui è ambientata la storia, e quelle personali di Irma. Una delle cose che salta all’occhio è che la donna non parla di “sua” madre, ma di madre. D’altronde lo spiega subito: ha difficoltà con i legami, e questo è il modo in cui si evidenzia. Madre, nonna e padre non sono preceduti da aggettivi possessivi (tranne due volte, se non erro, in frasi più emotive). Per fratelli e sorella è diverso, forse perché sono ricordi bambini, di quando l’anaffettività di Irma era meno forte.

Leggiamo un altro brano:

Il corpo appartiene allo stato; la sovranità sulla mente, invece, resta a ognuno di noi. Con i dovuti limiti, chiaro. E allora, se il dolore era uscito dai normali processi dell’organismo umano ed era una sensazione provocata artificialmente – una droga sintetica, uno stato di illuminazione -, non poteva essere permesso. In teoria, oggi, lo Stato non ha il dominio sul dolore emozionale … ma in qualche modo, fin da piccoli, siamo stati resi immuni a tutte quelle sensazioni. Se affiorano – come inevitabilmente è successo a tutti – sappiamo come controllarci. Ci sono droghe … per ogni cosa: … per ogni piccola manifestazione delle manifestazioni più grandi. Una pasticca di diverso colore.

(pag. 21)

Se il corpo appartiene allo stato, se il dolore è vietato, la sua scoperta è un crimine da tenere nascosto. Per Irma non è solo questo: per lei la scoperta del dolore si accompagna a quello del piacere. Il piacere nel dolore.

Tre spine in ogni palmo.

Sei squarci palpitanti.

L’interno del mio corpo usciva per la prima volta e il fuoco scorreva nel sangue. (pag. 23)

Il sangue che usciva, le fibre della mia carne, la polpa che vibrava.

[…] Ero come anestetizzata, mentre la vulva, per la prima volta, si gonfiava e una scarica elettrica mi attraversava il corpo. (pag. 24)

La parte riguardante Irma è la più lunga, crea il contesto e anticipa qualcosa del personaggio successivo, senza dirne più di tanto. La costruzione del mondo della donna è pulsante, viva. Lei è una sorta di fuggitiva, che si barcamena tra l’apparenza di una vita regolare e quella nascosta e che la fa sentire viva. Poi arriva Lunes.

Lunes è un ricco, una persona però cui non basta quello che ha, e che fin da piccolo ha coltivato le sue stranezze grazie, proprio, alla sua ricchezza. Lunes è un sadico esploratore del mondo che può conoscere, e quello cui può arrivare. Uno che apprezza la filosofia esistenzialista, Nietzsche, almeno per le poche informazioni che riesce a avere grazie a hacker, che ha una memoria eccezionale (come Funes di Borges?), che è uscito tra gli uomini-bestia, e che è, comunque, anestetizzato alle sue perversioni. Lo si trova annoiato da tutto quello che ha potuto comprare, e Irma arriva nella sua vita gratuitamente e la sconvolge. Una persona sadica che ne incontra una masochista. Incontro proficuo per entrambi.

Ma sentiamo cosa dice della sua casta:

Noi ricchi abbiamo cercato di creare un non luogo dove soddisfare le nostre perversioni ma il governo non ha accettato. Ci ha minacciato con il dolore che nessuno conosce, ed è riuscito a mantenerci obbedienti. […] Non voleva che potessimo comprare la soddisfazione dei desideri perché il regime ha bisogno di uno strumento di controllo funzionale, oltre il corpo o, per meglio dire, in tutto il corpo; perché il corpo è, in definitiva, l’unica cosa che abbiamo e che ci contiene.

(pag. 60)

Noi ricchi possiamo divertirci anche usando nomi ridicoli, a costo di trascinare la nostra prole nella vergogna. […] Spostiamo il limite del ridicolo sempre un passo in avanti… La stupidità dei potenti è una pandemia: si diffonde ovunque, ma al popolo ne arriva una copia fallata, scadente e più pericolosa. Una versione che, alla fine, finisce per uccidere la gente normale, perché non esiste arma di distruzione di massa più potente dell’imitazione ridicola della stupidità. (pag. 61)

Leggere tali parole in questo periodo non può che far pensare ai famigerati Epstein files, credo, anche se qui ci si limita – si fa per dire – alle perversioni, mentre lì sta venendo fuori anche molto altro.

Tornando alla novella: Lunes e Irma con il loro incontro non possono che dare vita a una relazione altamente sovversiva, di piacere e dolore ben oltre la legge. È a questo punto che la storia prende una piega inaspettata (o quasi), ma per andare avanti c’è bisogno di Enero. Lunedì lascia il posto a Gennaio (il significato dei due nomi in spagnolo). Dall’inizio settimana si passa a quello dell’anno.

Enero è uno tra i tecnici governativi ai livelli maggiori e uno dei pochi a avere contatti con altri stati. Non c’è che da lasciargli la parola:

Il sistema si è mantenuto forte per decenni invertendo i valori precedenti. Il nuovo ordine era sostenuto da concetti come la pena che nessuno conosce, l’informazione che nessuno riceve, il dolore che nessuno prova. (pag. 87).

Non sono il dio, sono il creatore.

Non sono la creatura, sono il chirurgo che ha messo insieme i pezzi. (pag. 101)

Polpa è un libro che, per arrivare allo scheletro, non può che scoprire strato dopo strato ciò che lo ricopre. Canosa dà vita a personaggi e una storia che rimangono a lavorare dentro dopo la lettura. Vi potrà piacere o meno, ne potrete essere entusiasti, potrete rimanere un po’ perplessi come me, ma di sicuro non vi lascerà indifferenti, che credo sia la cosa migliore che un libro possa fare.

Edizione esaminata e brevi note

Flor Canosa (1978), Buenos Aires, Argentina. È sceneggiatrice, montatrice cinematografica e docente presso la Facoltà di Scienze Sociali dell’Università di Buenos Aires. Ha pubblicato sette romanzi e vari racconti presenti in antologie internazionali. Nel 2015 le è stato assegnato il “Premio X” per il romanzo Lolas (pubblicato in Italia, Tette, da Tempesta Edizioni, 2025)La segunda lengua materna (pubblicato in Italia, La seconda lingua madre, da Future Fiction, 2024) è stato finalista del “Premio Celsius della Semana Negra de Gijón” e del “Filba Medifé” nel 2023.

Flor Canosa, Polpa, traduzione di Giovanni Barone, Neo edizioni, 2025