“Senza dubbio, il piacere è lo stesso nell’essere ingannati, che nell’ingannare”. Leggendo questa frase di Samuel Butler viene da pensare che Pietro Gurrieri – e fortunatamente con lui tutti i cittadini che non si accontentano di credere ciecamente ai loro politici di riferimento – non sia propriamente un edonista in cerca di piacere. Effettivamente leggendo il libro “Contro la riforma Nordio” non troviamo proprio nulla che ci possa dare divertimento, piacere, sollievo. Semmai, provocandoci una certa inquietudine, ci potrà dare qualcosa di più importante: dati incontrovertibili, fatti esposti con chiarezza ma soprattutto interamente, senza le troppe interessate amnesie che, soprattutto in questo periodo, sembrano farla da padrone.
La lettura di “Contro la riforma Nordio”, proprio perché scritto con un linguaggio molto meno tecnico rispetto il precedente “Divide et impera”, sempre di Gurrieri, potrà motivare il lettore a prendere posizione, anche quello meno consapevole, quello profano in diritto, quello che si fida a priori del politico che gli sta più simpatico, quello che crede – o vuole credere – che in fondo il prossimo referendum rappresenta soltanto una questione tecnica, ininfluente per il suo futuro. Magari utile per punire qualche magistrato che, ai nostri occhi, si è sputtanato per qualche sua decisione. Le cose ovviamente non stanno così e Gurrieri ce lo spiega punto per punto, anche grazie a delle utili sintesi a fine capitolo, nonché alle puntuali “Faq” e all’Appendice (“Le dodici illusioni della riforma”).
Gli aspetti, per così dire “controversi”, presi in esame sono innumerevoli ma, nell’economia di una breve presentazione, possiamo citarne alcuni, quelli che probabilmente vengono più tirati in ballo dai pasdaran della riforma Nordio.
Prendiamo ad esempio l’argomento della figura del pubblico ministero in quanto tale, presa di mira per la sua supposta mancanza di terzietà: “Oggi egli è un magistrato a pieno titolo, chiamato a cercare la verità, quale che sia. La sua funzione non è assimilabile a quella di un avvocato dell’accusa che deve ottenere una condanna a tutti i costi, ma a quella di un garante della legalità, chiamato a esercitare l’azione penale solo se e in quanto ne esistano i presupposti e le condizioni, e in ogni caso senza condizionamenti o discriminazioni […] in questi scenari in qualche modo futuribili, il rischio concreto [Ndr: meglio dire la certezza] è che la politica possa, in qualche modo, indirizzare l’azione penale, scegliendo quali reati perseguire con priorità e quali lasciare in secondo piano” (p.23). Gurrieri non lo afferma esplicitamente ma, visto l’andazzo, non pare affatto peregrina l’idea – altrimenti perché tutta questa tenacia nel voler riformare il PM piuttosto che dedicarsi ad altre più urgenti riforme? – che gli ordini superiori saranno: tralasciare i reati di corruzione, peculato e tutti gli altri reati afferenti ai colletti bianchi.
Poi l’argomento apparentemente tecnico che, con il nuovo articolo 111 C., riformato nel 1999, sia obbligatorio separare le carriere tra giudici e pubblici ministeri: “In realtà, l’art. 111 disciplina il processo, non l’ordinamento della magistratura; stabilisce come si giudica, non come si organizza chi giudica […] La parità costituzionale è tra accusa e difesa, non tra accusa e giudice […] Il pubblico ministero, in quanto soggetto pubblico, è tenuto a cercare la verità dei fatti e anche le prove a discarico, mentre il difensore tutela l’interesse del proprio assistito. Si tratta di ruoli diversi ma complementari, essenziali per l’equilibrio del processo” (p.46).
Inoltre Gurrieri ribadisce una verità sotto gli occhi di tutti, ripetuta in ogni dove dagli oppositori della riforma Nordio. Verità ovviamente soltanto per chi vuole vedere, per chi ragiona sui dati e non per chi si vuole costruire una realtà alternativa: “L’idea che giudici e pubblici ministeri siano troppo vicini perché appartenenti allo stesso ordine non ha fondamento […] I dati parlano chiaro: circa l’1% dei magistrati cambia funzione, e in circa metà dei processi i giudici non accolgono le richieste dei pm” (p.42). A riguardo Gurrieri ha fatto bene a citare sia Falcone che Borsellino, soprattutto di questi tempi tirati in ballo a sproposito.
Così Marcelle Padovani, autrice di “Cose di cosa nostra”: “Per Giovanni, il passaggio di funzioni poteva essere un elemento di crescita, non riteneva necessaria una demarcazione così profonda da portare alla separazione delle carriere e soprattutto non ha mai fatto alcuna battaglia su questo” (p.55). Infine le parole testuali di Paolo Borsellino, pronunciate in un discorso a Marsala nel 1987: “Le ricorrenti tentazioni del potere politico, quali ne siano le motivazioni, di mortificare obiettivamente i magistrati del pm, prefigurandone il distacco dall’ordine giudiziario, anche attraverso il primo passo della definitiva separazione delle carriere non incoraggiano certo i giudici, che tali tutti sentono di essere, a indirizzare verso gli uffici di Procura le loro aspirazioni” (p.57).
In sostanza c’è da sperare che, anche un libro come quello di Pietro Gurrieri, possa aiutare gli elettori a decidere con criterio; e soprattutto smentire certo approccio molto italiano, perfettamente descritto da Cesare Pavese: “L’arte di vivere è l’arte di saper credere alle menzogne”.
Edizione esaminata e brevi note
Pietro Gurrieri, è nato a Vittoria, dove risiede, laureato in Giurisprudenza presso l’Università di Catania, specializzandosi in Economia regionale, è avvocato cassazionista e si occupa di diritto pubblico e amministrativo. Giornalista pubblicista, è direttore del quotidiano giuridico on-line Reti di giustizia. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: La pace in cammino, Ergastolo ostativo, anatomia e limiti di una riforma, Divide et impera.
Pietro Gurrieri, “Contro la riforma Nordio. Vademecum per il referendum sulla separazione delle carriere”, Bonanno, 2026, pp. 128.
Luca Menichetti. Lankenauta febbraio 2026
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