Tosi Luca

Oppure il diavolo

Pubblicato il: 25 Febbraio 2026

“Leggere questo libro è come succhiare lo stecco di un cremino”, ho scritto a Luca Tosi in un commento a caldo mentre ero in treno e avevo appena finito il suo ultimo romanzo “Oppure il diavolo”. Lui ha riso, e chi leggerà il libro capirà perché. Amaro e morbido al punto giusto, come il legnetto di un gelato mangiato con avidità, che poi rimani a succhiarlo provando quei brividi asciutti dell’attrito coi denti, non so se lo fa anche a voi.

A me ha fatto tanto questo breve libro: ci ho sentito dentro la gente che abita quei luoghi al di là del Passo dell’Abetone (io vivo in Toscana, faccio la spola tra Pistoia e Firenze), dove il confine è segnato dalle due piramidi in pietra, lì ferme dal 1871 a celebrare l’apertura della strada verso l'”altro”, voluta da due duchi, quello di Modena e quello di Toscana.

Ci ho sentito dentro l’odore di lago fermo e sudicio, popolato da enormi carpe dallo sguardo fisso e rassegnato come quello degli abitanti di Poggio Berni, a pochi chilometri dal mare Adriatico. Ci ho sentito la cattiveria che sta chiusa a forza nel sopravvivere quotidiano in quel piccolo paese della provincia di Rimini. Ci ho sentito l’amore che non sfocia, nonostante il torrente Marecchia, che al mare ci arriva sì, senza “disturbare” la vita degli abitanti della valle. Ma a che prezzo: è stato deviato, con un’opera di ingegneria monumentale avvenuta nei primi anni del secolo scorso, quella che in dialetto riminese è passata alla storia come il taj de fiòmm. E di dialetto ce n’è tanto in questa storia, la permea dall’inizio alla fine, strascicando le frasi in un modo che resta addosso.

Il Marecchia è un fiume “tagliato”, proprio come Natale, il protagonista, che subisce tagli da quando è nato: il padre muore presto, troppo presto; la madre lo cresce da sola, usandolo come sfogo della sua frustrazione:

«Da piccolo, mia mamma mi ringhiava contro un continuo: “Natale, pataca!” e giù tozze sul coppino, schiaffi e scappellotti a mano aperta, dritto e rovescio come nel tennis. Che razza di nome, Natale. Filippo, o Giacomo, mi sarei voluto chiamare, nomi da maschio, normali, che finiscono con la “o”. E poi, con tutti i giorni che ci stan sul calendario, proprio al compleanno di Gesù, dovevo nascere? Lui, oltre al bue e all’asinello, c’aveva almeno Giuseppe e Maria. Io un babbo non l’ho avuto, e mia mamma è stata tutto meno che una Madonna»

È una madre “intasata di rabbia” quella di Natale, e lui è il  figlio che “era meglio che no”, anche e soprattutto per come sono andate le cose: in un vuoto a perdere, di cui nessuno ha colpa, forse solo il Diavolo. Sì, pensa Natale, è sicuramente lui che si fa sentire, in percentuale variabile, in ognuno di noi, e divide, allontana, a volte si vendica. 

Natale vive i suoi primi trentun anni di questa vita non vita (e Tosi ce la racconta con maestria), un po’ picaresca, un po’ diluita tra vendette subdole, un po’ a desiderare di provare amore, che alla fine mica nessuno gli ha insegnato come si fa, tanto meno sua madre.

«A carezza fatta mi ero alleggerito. Però non è una sensazione sempre buona, la leggerezza: se l’ascolti fino in fondo, ti sibila all’orecchio che non servi granché. Tutto si disfa, te compreso. Forse, se m’ero tenuto stretto ‘sta carezza per trentun anni, era stato per non disfarmi.»

Infatti il “pataca” rimane solo, unico, diverso. Il paese, la gente, il bar, tutto ruota e nulla si sposta, piuttosto si avvita, attorno a lui. Poggio Berni è un coacervo di esistenze “deviate” o costrette in binari artificiali dalla provincia, dai pregiudizi o dai traumi familiari. Natale diventa il “frocio succhiacazzi” per gli “ignoranti sopraffini”, come li definisce sin dalla prima pagina la voce del protagonista:

«Verso gli ignoranti sopraffini ne ho montate di vendette. Li metto al muro nella mia testa ancora adesso, certi momenti…”. “Posso esserlo un cicinin anch’io, cattivo come gli altri. Penso siano Dio e il diavolo che si contendon me.»

Pigini, Balducci, Beltrambini, Tabanelli: sono tutti poveri diavoli, tanto poveri quanto stronzi; Florian Dragoi è un cocainomane prepotente e sicuro di sé; Patrick Lo Svizzero è l’unica luce in mezzo all’inferno, ma che subito si spegne. Solo Cesarino si salva, l’omino del lago e delle canne da pesca, il padre che non c’è mai stato e che via via insegna a Natale un po’ del suo stare al mondo. Il rapporto tra i due commuove e spiega, porta chi legge alla tenerezza e a quel filo di speranza tanto necessario.

«La percentuale di tracce diaboliche in Cesarino dev’esser dello zero virgola»

E così, tra egoismi e rabbie e apnee, Tosi ci porta in poche pagine di una quasi-poesia, verso un epilogo che, forse, è un piccolo squarcio di vita nonostante il Diavolo.

Edizione esaminata e brevi note

Luca Tosi (Cesena, 1990) attualmente vive a Bologna. Ha esordito nel 2022 con Ragazza senza prefazione, finalista al Premio pop. Suoi racconti sono apparsi su antologie e riviste, fra cui «Futura» (newsletter del «Corriere della Sera»), «minima&moralia» e «Snaporaz». Collabora alla selezione dei racconti di «‘tina», rivista diretta da Matteo B. Bianchi. Oppure il diavolo è il suo secondo romanzo.

Luca Tosi, “Oppure il diavolo” Terrarossa Edizioni (categoria “Sperimentali”), pp. 100, 2025

Elena Marrassini. Lankenauta, febbraio 2026