Durantini Sara

Questo mio corpo

Pubblicato il: 1 Marzo 2026

Confessione, autofiction, romanzo, saggio sociologico, diverse sono le definizioni che si possono dare a Questo mio corpo di Sara Durantini (Dalia edizioni 2025, pagine 134, euro 14,00), con la consapevolezza della limitatezza di ogni possibile catalogazione di un qualcosa (“la cosa” la chiamerà l’autrice) che ha scavato oltre che nell’anima anche nel corpo, corpo che se ne fa testimone, in che modo vedremo. Lo stesso assioma della limitatezza di ogni catalogazione può essere individuato in merito a uno dei punti più dirimenti del libro, quello della libertà e dell’autodeterminazione, per la cui cosa Durantini si serve di un brano tratto da un’opera della filosofa e attivista femminista Judith Butler. Questo il brano: “Se le istanze attraverso le quali otteniamo un riconoscimento sociale solo le stesse mediante le quali siamo regolati e a cui dobbiamo la nostra esistenza sociale, allora dobbiamo affermare che la nostra stessa esistenza equivale a capitolare di fronte alla nostra stessa subordinazione”. Questo brano è riportato a proposito di uno dei temi più impattanti del libro dal punto di vista sociale come di più stretta attualità nel dibattito pubblico, anche se troppo spesso dimenticato, quello del consenso sessuale e della violenza contro le donne, temi che purtroppo ancora oggi non trovano nel nostro paese (ma non solo) la debita attenzione e le adeguate iniziative educative e misure normative, che spesso arrivano con cronico ritardo, si pensi solo che in Italia lo stupro è stato riconosciuto come reato contro la persona solamente nel 1996.

Sono partito dalla fine per parlare di questo libro di Sara Durantini e dal suo aspetto più strettamente sociale e essoterico potremmo dire, per come esso è esplicitato anche nelle pagine dei riferimenti letterari e delle note finali, compresa quella cogente sul tema sopracitato e affrontato dal punto di vista giuridico e legislativo per come si presenta ai giorni nostri. Ma è partendo dall’inizio di questo breve ma intenso volume che è doveroso parlare di letteratura, sia essa fiction, diario privato o libro di memorie, altre possibili definizioni per il libro di Sara Durantini, scrittrice originaria di un piccolo paese della bassa mantovana già nota alle cronache letterarie per essere stata tra l’altro la prima autrice italiana a aver scritto una biografia del Premio Nobel per la Letteratura del 2022 Annie Ernaux dal titolo Annie Ernaux, Ritratto di una vita (deiMerangoli Editrice 2022). Oltre a questo e a altri volumi, ibridi tra il saggio letterario e la fiction narrativa con uno sguardo centrato sulle autrici più amate, soprattutto di scuola francese, tra le quali Duras, Colette, Yourcenar, con le quali intesse un fitto e intenso dialogo, da ricordare il suo Sull’autobiografia in Colette, Marguerite Duras, Annie Ernaux (13lab editore 2021), l’autrice è presente con svariati contributi, articoli e racconti su riviste letterarie e antologie con scritti che sono la testimonianza viva dell’importanza e del faticoso percorso verso il riconoscimento dell’identità femminile tramite la parola letteraria che rompe il silenzio che troppo a lungo le è stato imposto dalla società e dai meccanismi di potere che si servono anche (ma non solo) delle contrapposizioni tra i sessi.

In questo senso l’autofiction, termine forse fin troppo abusato e del quale troppo spesso ne viene fatto un uso solo ombelicale, può essere un grande strumento per scalfire quel “mare di ghiaccio che è dentro di noi” per dirla con Kafka, per essere cura e allo stesso tempo per parlare di temi universali e urgenti. Questo fa il libro di Sara Durantini che in questo senso può essere considerato il sequel ideale della sua precedente prova romanzesca dal titolo Pampaluna (Dalia edizioni 2024). Se in quest’ultimo la narrazione è incentrata sull’infanzia della protagonista nelle sue terre di origine fino alla prima adolescenza, in Questo mio corpo l’orizzonte temporale si sposta sull’adolescenza, sugli anni del liceo e poi degli studi universitari a Parma della “ragazza con il trench”, ove avverrà la scoperta della letteratura e degli autori e soprattutto delle autrici amate. Una scoperta che è una presa di consapevolezza di sé stessa e ricerca tramite di essa della propria voce, per narrare il trauma, termine forte ma significativo per connotare il rapporto con il materno e il vuoto emotivo a esso correlato, la scoperta del proprio corpo e della propria sessualità. “L’incontro” con la parola letteraria della protagonista femminile della narrazione è una sorta di illuminazione, un nuovo modo di vedere il mondo e sé stessi alla ricerca della propria identità: “La scrittura delle donne è in realtà una traduzione dell’ignoto, come un nuovo modo di comunicare, piuttosto che un linguaggio già formato” (Marguerite Duras). La scoperta di tale modalità non prescinde da una precisa sensibilità corporale, una transustanziazione per immagini grafiche (parole) del nostro corpo che rimanda alla favola della  cicala e la formica di La Fontaine, ove se la cicala con il suo canto è il simbolo della libertà e della volatilità dei contenuti, la formica è invece quello del fissare con la sua opera materica e terrena gli stessi in modo solido e indelebile, lo stesso zampettare delle formiche ricorda molto da vicino il battere sui tasti tipico dell’atto di scrivere. Il corpo è l’origine della ferita e si fa scrittura. La classica opposizione cartesiana tra res cogitans e res extensa, tra anima e corpo, nell’immaginifico e implicitamente doloroso percorso di formazione della protagonista è risolta nella scrittura, nella narrazione degli eventi che contemplano il rapporto manipolatorio e il condizionamento psicologico nel rapporto con un compagno di studi, poi nell’incontro con un uomo adulto conosciuto in circostanze del tutto particolari e beffarde in una chat, con il non sapersi tirare indietro a quell’adescamento che precipita la protagonista nell’abisso della colpa e della vergogna, quella del corpo violato, e che rimanda al tema del consenso verso un uomo che ha approfittato della propria superiorità anagrafica “sfruttando quella differenza di età come un’arma silenziosa per piegare la situazione a proprio favore”, fino al rapporto con una compagna di studi verso la quale si palesa una inaspettata attrazione.

La forma della narrazione, un racconto sapientemente e elegantemente alternato tra il ragionato e il passionale parla della vita vista a distanza di anni della “ragazza con il trench”, la protagonista appunto del romanzo negli anni dei suoi studi universitari, una scissione e uno sdoppiamento che è una presa di distanza, quella che tramite la memoria permette l’atto della scrittura, sdoppiamento che è il modo più proprio della scrittura, entrare nella storia di una persona, magari sé stessa ma vista da un altro punto di vista, senza violarla “lasciando che la sua voce risuoni nella mia, che i suoi pensieri si mescolino ai miei, fino a non capire più chi delle due stia vivendo quella scena”.

Nell’esergo del volume è citato un breve brano di Annie Ernaux che rimanda a quello forse più celebre del filosofo stoico Epitteto: “Non è quello che ti succede ma come reagisci che ha importanza”. La protagonista del libro di Sara Durantini (Sara Durantini stessa?) ci dice che la sua reazione è stata quella di scrivere, per narrare “l’indicibile”, “la cosa”,  una testimonianza, personale o meno che sia, ben consci che in ogni forma di scrittura non si prescinde del tutto dall’autofiction, che in ogni caso non cancella quella sostanza sottile che tutti ci unisce e affronta tematiche di importanza universale come quella della violenza sulle donne e sulle tuttora esistenti e resistenti radici residue di una cultura patriarcale dure da recidere. Lo fa con una scrittura “corporale” che testimonia il bisogno innato di essere ascoltati, quindi amati, donne e uomini indifferentemente, perché il corpo vuole essere amato, desiderato, per segnare la ricucitura di una ferita che è quella affettiva, al pari della mente e quindi magari anche solo con un libro che è qualcosa che può rimanere a contrasto della nostra caducità. Infine: Sara Durantini ha portato dalla sua uscita (lo scorso settembre) questo (suo) corpo in giro per fare conoscere il suo libro. Viste le importanti tematiche collettive a esso legate sarebbe bello che a ogni presentazione di Questo mio corpo vi potesse essere sempre una persona di sesso maschile presente in più rispetto alla precedente, e in ogni caso sarebbe bello che più persone possibili, soprattutto di sesso maschile (appunto) lo potessero leggere, sarebbe un segno di “quanto le cose siano cambiate e migliorate”.

 

Edizione esaminata e brevi note

Sara Durantini, nata a San Martino dall’Argine (MN) nel 1984, consegue la laurea magistrale in lettere moderne presso l’Università di Parma; vincitrice dell’edizione 2005-2006 del Premio Tondelli per la sezione inediti con il lungo racconto L’odore del fieno, nel 2007 pubblica il primo romanzo, Nel nome del padre, con la casa editrice Fernandel. Nel 2008 pubblica un racconto inserito nell’antologia Quello che c’è tra di noi, a cura di Sergio Rotino (Manni Editore), nel 2009 partecipa al Dizionario affettivo della lingua italiana, a cura di Matteo B. Bianchi e Giorgio Vasta (Fandango Libri), nel 2011 pubblica un racconto inserito nell’antologia Orbite vuote (Intermezzi Editore). Nel 2019 partecipa all’edizione aggiornata del Nuovo dizionario affettivo della lingua italiana (Fandango Libri) e nello stesso anno partecipa al volume L’unica via è il pensiero (Intermedia Edizioni) a cura del professore Hervé A. Cavallera. Nel 2021 pubblica L’evento della scrittura. Sull’autobiografia in Colette, Marguerite Duras, Annie Ernaux per la casa editrice milanese 13lab. Nel 2022 pubblica Annie Ernaux. Ritratto di una vita per la casa editrice deiMerangoli, prima biografia italiana dedicata alla scrittrice francese Premio Nobel per la Letteratura 2022.

Sara Durantini, Questo mio corpo, Dalia edizioni, 2025