Hirsi Ali Ayaan

Eretica. Cambiare l’Islam si può

Pubblicato il: 26 giugno 2015

Cambiare l’Islam si può? Una domanda a cui, personalmente, non so rispondere. Ayaan Hirsi Ali, invece, crede che cambiare l’Islam, quello più violento, estremista, intollerante ed illiberale sia possibile. E ritiene di non essere né una folle né una utopista. Secondo l’autrice di “Eretica”, tradotto e pubblicato da Rizzoli, l’Islam deve sottoporsi ad una mutazione radicale se non addirittura epocale che preveda, prima di tutto, la revisione del Corano, l’immutato ed immutabile testo sacro dei musulmani. La Bibbia, che è pur sempre la Bibbia, ha subito nei secoli diverse mutazioni e varie riletture. Perché, chiede giustamente la Hirsi Ali, la stessa cosa non può essere fatta anche per il Corano? Le leggi contenute nel libro sacro dell’Islam, come vuole la tradizione, sono state dettate (non scritte) a Maometto direttamente da Dio attraverso l’angelo Gabriele. Tutto accadeva intorno al 700 d.C. e da allora quelle regole non sono mai mutate così come è rimasto immutato il modo di leggerle. La scrittrice fa notare che gli Occidentali hanno vissuto rivoluzioni religiose e sociali che hanno portato a trattare i propri testi sacri esattamente come e solo dei testi sacri relegati, quindi, esclusivamente alla sfera religiosa. Nel mondo islamico, invece, il Corano è il libro che regola la vita spirituale ma anche quella sociale, politica e personale di ogni individuo. Ed è da qui che bisognerebbe ripartire per riformare l’Islam.

Ayaan propone, all’interno di “Eretica”, di emendare cinque principi essenziali dell’Islam:
1. Lo status semidivino e infallibile di Maometto, insieme alla lettura letterale del Corano, soprattutto delle parti rivelate a Medina.
2. L’investimento nella vita dopo la morte anziché in quella terrena.
3. La sharī’a, corpus di leggi ricavate dal Corano, gli ahadīth e il resto della giurisprudenza islamica.
4. La pratica di autorizzare taluni individui a imporre la legge islamica, ordinando ciò che è giusto e vietando ciò che è sbagliato.
5. L’imperativo di condurre il jihad o guerra santa.

Ad ognuno di questi punti la Hirsi Ali dedica un capitolo di “Eretica” spiegando come e perché sia necessario giungere ad una riforma. Il suo intento è quello di aprire un dibattito serio, responsabile e fecondo sull’Islam. Nonostante le numerose ed ininterrotte avversioni, la scrittrice di origini somale, continua imperterrita il suo percorso di lotta contro gli estremismi e contro le deformanti interpretazioni della legge coranica. “L’ostacolo più grande al cambiamento del mondo musulmano è proprio la soppressione del tipo di pensiero critico che sto tentando qui di perseguire. Non dovesse venirne altro, riterrò il mio libro un successo se contribuirà a dar vita a una discussione seria su questi temi tra i musulmani stessi“.

Molti musulmani, secondo la Hirsi Ali, sono estremamente distanti dal Ventunesimo secolo perché continuano a mantenere vive delle pratiche esplicitate nel libro sacro e che, proprio per questo, erano adatte ad un contesto sociale risalente al 700 d.C.. Quei metodi, quelle indicazioni, quei sistemi non sono più compatibili con il terzo millennio. E fa riferimento, in maniera molto diretta ed esplicita, alle pene corporali inflitte, ieri come oggi, a chi non rispetta i precetti coranici: frustate, mutilazioni, lapidazioni, uccisioni e tutte quelle pratiche violente che contrastano palesemente con i diritti umani riconosciuti da decenni in tutto il mondo. Il Corano è parola fissa ed irremovibile. Pochissimi individui, nel corso del tempo, hanno ritenuto che fosse necessario leggerlo in maniera diversa. La Hirsi Ali, così come altri “riformatori”, pensa che sia questo uno dei problemi più rilevanti da risolvere all’interno del mondo islamico per poter finalmente consentire a tutti, anche agli islamici, di vivere in modo più libero ed emancipato. Ma gli ostacoli sono enormi ed anche noti: “L’innovazione della fede è infatti uno dei peccati più gravi nell’Islam, equiparato all’omicidio e all’apostasia; è perciò del tutto comprensibile che i più autorevoli pensatori religiosi musulmani (gli ‘ulamā) siano concordi nell’affermare che esso è ben più di una semplice religione: è l’unico sistema onnicomprensivo che abbraccia, spiega, integra e regolamenta tutti gli aspetti della vita umana…“.

Ovviamente, come mi aspettavo, la scrittrice dedica spazio anche alla condizione di sottomissione e di inferiorità delle donne. Il Corano non lascia scampo: le donne valgono meno della metà di un uomo. I principi patriarcali diffusi dal libro sacro continuano a mantenere le donne in una posizione di totale subordinazione e soggezione. Una realtà che caratterizza la stragrande maggioranza dei Paesi musulmani e che, come fa notare la Hirsi Ali, nel corso degli ultimi decenni sembra essersi ulteriormente rafforzata. “… non c’è vocabolario, nell’Islam, che possa essere usato per incoraggiare l’emancipazione femminile. Ogni parola pronunciata a favore dei diritti delle donne e delle loro libertà fondamentali non può dunque che essere occidentale. Se combatti per l’accesso all’istruzione o il diritto di voto, o di guidare l’auto, di non essere picchiata o lapidata, il vocabolario cui puoi ricorrere per sostenere le tue argomentazioni viene dall’Occidente, perché i testi islamici e la lingua araba, semplicemente, non hanno termini per indicare quel tipo di diritti e di opportunità“. Le discriminazioni derivanti dalla sharī’a colpiscono ferocemente anche l’omosessualità che viene considerata alla stregua di un reato penale e, quindi, proibita per legge oltre che punibile con pene molto dure.

Il monito che Ayaan Hirsi Ali trasmette a noi occidentali è piuttosto severo: se in Paesi come il Pakistan non esiste alcuna possibilità di cancellare la sharī’a, noi occidentali dobbiamo fare in modo che nel momento in cui i musulmani vivono nelle nostre società rispettino le regole e le leggi del Paese ospite. “In nessun caso, inoltre, i Paesi occidentali devono permettere ai musulmani di costituire enclave autogovernate in cui le donne, o altri cittadini considerati inferiori, siano trattati con metodi che appartengono al Settimo secolo“. Inoltre la scrittrice somala ribadisce, in più occasioni, che nel liberale Occidente si tende sempre a separare l’Islam dal terrorismo, l’elemento religioso dalla violenza. Questo è, a suo avviso, un errore di valutazione molto serio. “Gli assassini dell’IS e di Boko Haram citano gli stessi testi che ogni altro musulmano al mondo considera sacrosanti e, in Occidente, invece di liquidarli con insulsi luoghi comuni sulla religione di pace, dovremmo mettere in discussione, e farne oggetto di dibattito, la sostanza stessa del pensiero e della pratica islamici […] … dovremmo batterci a sostegno dei nostri principi liberali e, in particolare, dire ai musulmani occidentali offesi (e ai liberali loro sostenitori) che non siamo noi a doverci adeguare al loro credo e alla loro sensibilità: sono loro che devono imparare a convivere con la nostra totale dedizione alla libertà di parola“.

Portare l’Islam verso la direzione che vorrebbe la Hirsi Ali, ai miei occhi, non appare affatto semplice. Nonostante questo però il fatto che esista Ayaan Hirsi Ali e molte altre persone che, come lei, stanno “lavorando” per cambiare l’Islam può lasciare spazio a qualche flebile speranza. I mezzi di comunicazione attuali, oltre a divulgare i video delle esecuzioni dell’IS (o Isis che dir si voglia) possono essere utilizzati anche per veicolare messaggi diversi e molto più positivi. Le “primavere arabe”, seppur nel loro ormai assodato fallimento, hanno comunque smosso delle coscienze e aperto gli occhi a molti. È evidente che il rumore mediatico causato dalla presa di Palmira da parte degli uomini del “Califfato” è maggiore rispetto a quello generato dalle parole o dai libri di riformatori o dissidenti come la Hirsi Ali o come Samia Labidi, Afshin Ellian, Naser Khader, Maajid Nawaz, Seyran Ates, Raheel Raza, Wafa Sultan e via dicendo. Il contributo coraggioso di questi individui potrebbe condurre, con il tempo, a divulgare un messaggio “rivoluzionario” per l’Islam. E non mi sento di dire che sia del tutto impossibile.

Edizione esaminata e brevi note

Ayaan Hirsi Ali è nata in Somalia nel 1969. Suo padre, Hirsi Magan, è stato un oppositore al regime di Siad Barre. Proprio a causa dell’attività politica di Magan, Ayaan è obbligata a trasferirsi, assieme alla sua famiglia, in Arabia Saudita, in Etiopia e in Kenya. Costretta ad un matrimonio combinato, la Hirsi Ali, nel 1992, scappa in Olanda. Nel 2002 è eletta nel Parlamento olandese. Nel 2004 lavora alla sceneggiatura di “Submission“, film-denuncia delle dure condizioni di vita delle donne musulmane, diretto da Theo Van Gogh, poi ucciso da un fondamentalista islamico proprio a causa di “Submission”. Da allora Ayaan è costantemente sotto scorta. È stata spinta a lasciare l’Olanda e ora vive e lavora negli Stati Uniti. Nel 2007 ha creato negli USA la AHA, una fondazione che vuole proteggere le donne dai delitti d’onore di matrice religiosa e culturale. Ha pubblicato diversi libri divenuti best seller in tutto il mondo: “Non sottomessa. Contro la segregazione nella società islamica” (Einaudi, 2005); “Infedele” (Rizzoli, 2007); “Nomade” (Rizzoli, 2010) e “Eretica. Cambiare l’Islam si può” (Rizzoli, 2015).

Ayaan Hirsi Ali, “Eretica. Cambiare l’Islam si può”, Rizzoli, Milano, 2015. Traduzione di Irene Annoni. Titolo originale “Heretic” (2015).

Pagine Internet su Ayaan Hirsi Ali: Wikipedia / Twitter / America Enterprise Institute / The Guardian