Caponetti Giorgio

La carta della regina

Pubblicato il: 30 marzo 2015

La regina del titolo è una regina vera. Si chiama Adelasia o Adelaide o Azalaïs o Adelasia Incisa del Vasto. E’ vissuta tra la fine dell’XI e gli inizi del XII secolo. Una figura un po’ lontana e dimenticata anche se il suo ruolo, nella storia, è stato quanto meno rilevante. Fu la terza moglie di Ruggero I d’Altavilla, gran conte di Sicilia e Calabria, madre di Ruggero II e quindi bisnonna del celeberrimo Federico II. Sposando Ruggero I, Adelasia lasciò la sua terra d’origine, il Monferrato, e come molti settentrionali del tempo, giunse nella ricca ed ospitale Sicilia. Aiutata dal destino e possedendo un’intelligenza spiccata e vivace fece in modo che il regno di Sicilia giungesse direttamente nelle mani di suo figlio Ruggero ancora bambino. Dal 1101, anno della morte di suo marito, e fino al 1112, anno in cui suo figlio compì 17 anni, fu lei a reggere e governare. E lo fece con estrema diplomazia ed abilità politica. Riuscì ad accogliere greci, arabi, latini, franchi garantendo loro totale rispetto perché Adelasia, con diversi secoli d’anticipo, credeva nell’idea che tutti possano sentirsi membri di una stessa patria perché ogni differenza può divenire motivo confronto e quindi di crescita ed arricchimento.

Un segno tangibile dell’esistenza di Adelasia è legato ad un pezzo di carta. E non parliamo di un pezzo di carta qualunque, ma del documento cartaceo più antico del mondo occidentale. E’ conservato presso la sede “Catena” dell’Archivio Storico di Palermo (ex-convento dei Teatini). Si tratta di un manoscritto, che dovrebbe risalire al 1109, redatto in ebraico e in arabo e firmato, come intuibile, da Adelasia del Vasto. Con questo documento la regina ordinava ai vicecomiti della terra di Castrogiovanni (attualmente Enna) di proteggere il monastero di San Filippo di Demenna, nella valle di San Marco, suo patrimonio personale. E’ evidente che al tempo, quindi almeno un secolo prima dell’arrivo della carta in Italia, in Sicilia veniva utilizzato tale materiale. Si trattava di carta di produzione araba realizzata con cellulosa di fibre di lino e rivestita di amido di frumento. Un supporto delicato e particolarmente deperibile che in questo caso, per qualche fortunata ragione, è giunto fino ai nostri giorni.

Non posso non immaginare che sia stata proprio Adelasia l’ispiratrice del nuovo romanzo di Giorgio Caponetti. Mi piace pensare che il professore/scrittore, che torno a leggere a un paio d’anni di distanza dal suo “Due belle sfere di vetro ambrato”, abbia visto il documento cartaceo custodito a Palermo, sia rimasto ammaliato dalla figura di questa antica regina ed abbia voluto crearle attorno una storia nuova. La storia che racconta, per l’appunto, ne “La carta della regina”, un titolo che, dopo cotanta premessa, risulta piuttosto chiaro.

Il protagonista è sempre lo stesso Alvise che ho incontrato nel romanzo precedente, una figura che devo immaginare essere l’alter ego di Caponetti: esperto di cavalli e di equitazione oltre che insegnante, amante delle belle donne, della buona musica e del buon cibo. Uomo dal carattere forte, ironico e dotato di grande intuito. Ne “La carta della regina” Alvise approda in Sicilia. La ragione è di natura puramente affettiva: deve accompagnare all’altare sua nipote Anna che, dopo aver perso i genitori, non ha che lui. Alvise lascia quindi la sua amatissima Venezia e si reca nella tenuta di Rosario, lo sposo di sua nipote. Lì conosce la famiglia del ragazzo e partecipa alle nozze. Dovrebbe andar via il giorno dopo ma alcuni eventi, persino luttuosi, lo trattengono in Trinacria e lo spingono a prendere coscienza di situazioni poco piacevoli che mettono a rischio il millenario baglio di Brancaforte in cui da secoli vive la famiglia di Rosario.

Caponetti mette a punto una storia capace di mescolare la vicenda di Adelasia con un omicidio di mafia, una vendetta femminile con un falso manoscritto, una montagna di soldi con un burbero artigiano veneziano, una stanza misteriosa con i magnifici profumi di Sicilia. Ne viene fuori un romanzo tutto sommato gradevole anche se, a mio avviso, un po’ troppo proiettato verso l’happy end. Troppo happy, probabilmente. E, per molti versi, persino eccessivamente prevedibile. Lo stile rimane quello lineare e semplice di chi si concentra molto sugli eventi e sugli incastri narrativi e un po’ meno nell’elaborare una forma di scrittura personale , originale, innovativa. “La carta della regina”, per quanto mi riguarda, ha il merito di soffermarsi sull’affascinante figura della regina Adelasia di cui voglio scoprire e conoscere di più ma, in generale, pur essendo un romanzo di facilissima e rapidissima lettura, risulta un po’ troppo “nella media”.

Edizione esaminata e brevi note

Giorgio Caponetti è nato nel 1945 a Torino. Si è laureato presso la facoltà di Lettere e Filosofia. Ha lavorato per diversi anni come copywriter e come direttore creativo firmando importanti campagne pubblicitarie. Ha curato la sceneggiatura e la regia di diversi spot e filmati. Nel 1974 decide di lasciare la città e di trasferirsi nel Monferrato, una scelta che gli consente di perfezionare l’arte dell’equitazione che, ben presto, diviene uno dei suoi impegni personali e professionali più importanti. Si trasferisce nel grossetano dove apre la scuola di equitazione di Poggialto. Cura le regia dell’enciclopedico “Manuale di Equitazione”, collabora con la FISE, con TV, riviste e vari organismi istituzionali. Negli ultimi anni è divenuto titolare della cattedra universitaria di “Gestione delle risorse faunistiche e zootecniche”. Nel 2011 esce il suo primo romanzo, “Quando l’automobile uccise la cavalleria”, seguito da “Due belle sfere di vetro ambrato”, da “Venivano da lontano” e, il più recente, “La carta della regina”, tutti pubblicati da Marcos y Marcos. Caponetti vive e lavora a Tuscania.

Giorgio Caponetti, “La carta della regina“, Marcos Y Marcos, Milano, 2015.

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Pagine Internet su Adelasia: Wikipedia / Stupor Mundi / Il Portale del Sud / Italia Medievale / Sotto la pietra