Sapienza Goliarda

L’università di Rebibbia

Pubblicato il: 19 novembre 2014

L’università di Rebibbia“. È da qui che ha inizio il mio percorso di conoscenza di Goliarda Sapienza. Un libro trovato come al solito per caso nel solito negozio di usati. Edizione Rizzoli 2006 anche se la prima pubblicazione risale al 1983. In copertina un volto di donna che poi si conferma essere quello della stessa autrice che a Rebibbia c’è finita davvero nel 1980 per via di un furto di gioielli a casa di una conoscente. “L’ho fatto per rabbia, per provocazione. Lei era molto ricca, io diventavo sempre più povera. Più diventavo povera più le davo fastidio. Magari mi invitava nei ristoranti più cari, ma mi rifiutava le centomila lire che mi servivano per il mio libro. Le ho rubato i gioielli anche per metterla alla prova, ma ero sicura che mi avrebbe denunciato“. Infatti Goliarda viene denunciata e condotta nel carcere romano di Rebibbia. Un luogo nuovo, un luogo fatto di isolamento e di silenzi coatti ed innaturali. Un luogo che cambia per sempre lo status di chi vi soggiorna anche se per pochi mesi, come è accaduto alla Sapienza. “Quei camminamenti sotterranei parlano di morte e conducono a tombe. Infatti, per la legge dell’uomo un tuo modo di essere è stato cassato, la fedina penale macchiata, le mani insozzate dall’inchiostro per le impronte digitali: quella che eri prima è morta civilmente per sempre“.

Goliarda descrive con minuzia i dettagli, i rumori, le luci, i movimenti e le immagini del suo corpo e dei corpi altrui. Sembra che tutte le sue funzioni vitali siano amplificate, che tutta la sua concentrazione sia rivolta ad afferrare ed assimilare attimi. È chiusa in isolamento in una cella piantata dentro un tutto-chiuso. E non c’è che silenzio. “Desideriamo spesso il silenzio, ma quello della vita è sempre sonoro, anche in campagna, al mare, anche nel chiuso della nostra stanza. Qui dove mi trovo il non rumore è stato ideato per terrorizzare la mente che si sente ricoprire di sabbia come in un sepolcro“. Le portano un pezzo di pane perché hanno trovato solo quello. Poi la notte ed il suo sonno. Il secondo giorno arriva la prima ora d’aria e il contatto con le altre detenute. Sapienza diventa il suo nome perché qualcuno ha ritenuto che Goliarda non potesse esserlo sul serio. È una “signora” perché è diversa: indossa pantaloni eleganti, una camicia di seta e, chiaramente, potrebbe essere un’infame. “Qui il reale è così possente, i dolori di tutti così al limite della resistenza, che basta un atteggiamento di eccessiva serenità per farti apparire fuori posto e sospettabile“.

Goliarda deve imparare in fretta il linguaggio del carcere e i suoi innumerevoli rituali. A darle la prima lezione c’è Giovannella, in isolamento come lei. Giovannella ha solo diciassette anni e si è fatta arrestare per poter abortire in carcere e quando Goliarda le spiega, col suo linguaggio raffinato e profondo, le evoluzioni della propria esistenza, la ragazza incinta le offre un insegnamento importante: “Ma che stai a di’? ‘Na pazza me pari! E chi t’ha chiesto cotica? Guarda che qua solo l’anziane ci hanno diritto a chiede’, io nun so’ ‘n’anziana. Se, Dio ce ne scampi, se mettono in testa che me do l’arie d’anziana, me schizzano fora dall’ambiente, che al limite è pure peggio dell’isolamento… cioè… qua se voi salvarte l’integrità te tocca sta’ zitta e muta…“. A questo primo ammaestramento ne seguono molti altri. Goliarda lascia la prima cella e passa nel braccio delle detenute comuni. Viene assegnata alla cella 23 perché alla 31 di sicuro l’avrebbero fatta a pezzi. Uno spazio di tre metri e mezzo per quattro con tre brande in fila e due facce ostili che la guardano di traverso. Due volti e due anime che Goliarda imparerà a conoscere e capire solo col tempo.

Nell’ora d’aria incontra la corposa Edda che le si avvicina ed inizia a parlarle, un gesto che le garantisce una sorta di arruolamento e certifica il fatto che non è una spiona. Dopo poco arriva Mamma Roma, una maga famosa (“è più facile avvicina’ er papa che la sua personcina“) che somiglia a Marilyn Monroe se solo avesse avuto modo di diventare vecchia. Nei giorni a seguire conosce Marcella, l’eroinomane Teresa Marrò, la gigantesca Annunciazione e la cinese Suzie Wong che prepara tè preziosi e profumatissimi. Poi la zingara Ramona e Ornella e Barbara e Roberta. Un piccolo mondo fatto di nomi, volti, storie, personalità e parole. Goliarda entra in questo cosmo comprendendo ogni sguardo, afferrando ogni particella, rilevando ogni emozione. Impara Rebibbia e da Rebibbia impara. “La differenza di classe vige qui come fuori, insormontabile: il carcere è lo spettro o l’ombra della società che lo produce, è noto“. Il carcere è la misura di ciò che c’è fuori. “L’università di Rebibbia” diventa quindi il diario di un’esperienza personale e radicale, ma anche una riflessione sociologica e morale sul ruolo rivestito dall’istituzione carceraria. L’orrore del sentirsi espulsi dal resto della società non può essere né sanato né consolato dentro una cella. “Il carcere è sempre stato e sempre sarà la febbre che rivela la malattia del corpo sociale: continuare a ignorarlo può portarci a ripetere il comportamento del buon cittadino tedesco che ebbe l’avventura di esistere nel non lontano regime nazista“.

Edizione esaminata e brevi note

Goliarda Sapienza è nata a Catania il 10 maggio del 1924. Sua madre è la sindacalista lombarda Maria Giudice e suo padre è Giuseppe Sapienza, avvocato socialista. Entrambi sono vedovi ed entrambi hanno già dei figli. Goliarda eredita il nome da uno dei figli di Giuseppe ritrovato morto annegato probabilmente per una vendetta mafiosa pochi anni prima della sua nascita. Goliarda mostra doti di ballerina, cantante ed attrice fin da bambina e quando si trasferisce con sua madre a Roma (1943) si iscrive all’Accademia d’Arte Drammatica. Vuole diventare un’attrice ma, ad un certo punto, capisce che gli insegnamenti dell’Accademia sono per lei troppo retrogradi. Non si diploma e, assieme ad altri compagni di studi, fonda una compagnia d’avanguardia. Recita molto in teatro ma lavora anche per il cinema con registi come Luchino Visconti, Alessandro Blasetti e Citto Maselli. L’esordio letterario arriva nel 1967 con “Lettera aperta” dopo un periodo particolarmente doloroso caratterizzato da due tentativi di suicidio. La Sapienza abbandona la carriera attoriale e decide di scrivere. Negli anni a seguire, infatti, pubblica “Il filo di mezzogiorno” (1969), “L’Università di Rebibbia” (1983), “Le certezze del dubbio” (1987) e “L’arte della gioia” (1994). Goliarda Sapienza muore il 30 agosto 1996 senza aver mai conosciuto autentica fama. Il suo valore e la sua arte sono state riconosciute ed apprezzate solo dopo la sua morte con la pubblicazione di alcune opere inedite: “Destino coatto” (2002), “Io, Jean Gabin” (2010), “Il vizio di parlare a me stessa” (2011) e “La mia parte di gioia” (2013).

Goliarda Sapienza, “L’università di Rebibbia”, Rizzoli, Milano, 2006.

Pagine Internet su Goliarda Sapienza: Wikipedia / Intervista a cura di Enzo Biagi(video) / Stampa Alternativa / Enciclopedia Treccani