Allen Woody

Amore e guerra

Pubblicato il: 27 novembre 2006

“Amare è soffrire. Se non si vuol soffrire non si deve amare. Però allora si soffre di non amare, pertanto amare è soffrire, non amare è soffrire e soffrire è soffrire. Essere felici è amare, allora essere felici è soffrire, ma soffrire ci rende infelici, pertanto per essere infelici si deve amare o amare e soffrire o soffrire per troppa felicità… io spero che tu abbia preso appunti”.

Dopo aver ottenuto la notorietà, all’inizio dei Settanta, con brillanti commedie dalle venature surreali (Il dittatore dello Stato Libero di Bananas, Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso…, per citare le due più note) costruite su registri satirici e farseschi, con Amore e guerra Woody Allen comincia a proporre un cinema che, senza abbandonare i toni comico-demenziali, si snoda su tematiche più intime, filosofiche, esistenziali. Si moltiplicano le citazioni cinematografiche e i riferimenti letterari, qui presenti in quantità abnorme, tanto da essere proposti in quasi ogni quadro della pellicola. Lo spunto per argomentare sulla propria  personalissima filosofia di vita – di questo sempre si tratta, quando si parla di un autore come Woody Allen – arriva proprio dai capolavori della letteratura russa dell’Ottocento, in particolare da quel Guerra e pace di Lev Tolstoj che, purtroppo, funge ancora una volta da pretesto per dar modo ai distributori italiani di modificare il significato e il senso del titolo di una pellicola straniera. “Love and Death” pertanto si trasforma, nelle mani dei distributori, in Amore e guerra, forse per omaggiare Tolstoj, più probabilmente per miopia divulgativa e scarsa fiducia nell’appeal che avrebbe potuto fornire il titolo originale. Inutile ripetersi su una questione cosi tediosa e fastidiosamente frequente alle nostre latitudini… lasciamo stare la polemica sui titoli e andiamo alla trama del film.

Nella Russia minacciata dall’invasione dell’esercito napoleonico, tutti gli uomini arruolabili vengono sollecitati a partire per difendere la madrepatria. I futuri soldati sono in fermento, animati dall’ideale patriottico e il senso dell’onore; tutti, tranne uno, il nullafacente Boris (Woody Allen), proclamatosi filantropo e pacifista, dal suo stesso ideale impossibilitato a macchiarsi del sangue altrui, pur se nemico e invasore. Guardato con disgusto anche dalla madre, Boris è costretto a partire per la guerra, trovandosi cosi tra le fiamme del conflitto ma tenendosi il più lontano possibile dai corpo a corpo. Per evitare gli scontri si nasconde nella bocca di un cannone, non immaginando che il suo atto di suprema codardia sarà decisivo per le sorti del conflitto in corso: ignaro della pericolosa dimora temporanea scelta, verrà sparato contro le linee nemiche andando a distruggere la base madre dei soldati francesi. La battaglia è vinta, ma Napoleone non recede dal progetto di far sua l’Europa. Tornato a casa, Boris viene insignito delle più alte onorificenze al merito per valor militare, ma il suo unico pensiero è rivedere l’amata cugina Sonja, ora vedova di un commerciante di arringhe prematuramente deceduto e costantemente cornificato dalla donna. Nonostante l’amore inizialmente non contraccambiato, Boris sposa Sonja che lo coinvolge nella folle impresa di attentare alla vita di Napoleone Bonaparte. Convinto dall’ insistenza della moglie, ma affatto persuaso del voler commettere un omicidio, pur se di un uomo considerato tiranno, Boris arriva ad un passo dall’uccidere Napoleone, senza però riuscirvi: la sua fede in un amore universale che non contempli il dar la morte ad un proprio simile lo blocca, ma non lo salva. Forse gli salverà l’anima, tanto più che un angelo gli appare in sogno, la notte che precede la condanna a morte: poche ore prima dell’esecuzione, gli dirà che Napoleone avrà clemenza. Cosi non sarà, tanto che Boris si troverà a danzare con la morte; la stessa morte che un giorno, da bambino, gli si era svelata per avvertire che sarebbe tornata.

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Satira, farsa, commedia antimilitarista, suggestioni filosofiche, metafisiche, cinematografiche e letterarie si mescolano in una delle opere più complesse del geniale regista newyorchese, che costruisce un film che può amare soltanto chi concepisce il cinema come arte a tutto tondo, non proprio per tutti. Sia ben chiaro, la pellicola soffre di un’inusuale impostazione ideologica, nonché di falle nella sceneggiatura, ma è assai convincente nel restituire agli amanti dell’arte totale quelle suggestioni che questi ultimi vanno cercando ovunque, non sempre trovandole. Se è vero che si parte da Tolstoj, è vero anche che questo è solo uno spunto che Allen usa per omaggiare l’intera arte russa degli ultimi due secoli. Eisestein per il cinema, Prokofiev per la musica, Gogol e Dostoevskij – oltre al citato Tolstoj – per la letteratura, tutti presenti in questa singolare pellicola che è costruita soprattutto sui dialoghi. Su questo versante l’ispirazione è Ingmar Bergman, lo è in maniera talmente evidente che Allen sembra ricalcare alcuni famosi dialoghi di opere del maestro svedese, salvo depurarli dai toni drammatici, trasformandoli in paradossali nonsense. I riferimenti evidenti, nello specifico, sono a Persona, mentre la suggestione principe, circolare nella pellicola (la morte, come detto, inopinatamente esclusa dal titolo italiano), è sublimata da Allen attraverso una Morte dalle vesti bianche che fa il verso a quella ambigua e imperscrutabile de Il Settimo Sigillo, evocando beffardamente una sequenza immortale per gli amanti della settima arte (l’ultima scena del capolavoro di Bergman). Per concludere il breve viaggio nelle citazioni del film, è d’obbligo rimarcare l’allegro gioco di parole costruito sui titoli dostoevskijani, allorché in un dialogo serrato entrano in gioco Delitto e castigo, Il sosia, Il giocatore, L’idiota, Umiliati e offesi e probabilmente altri celebri romanzi del grande autore russo che al momento non mi tornano in mente.

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Il gioco di citazione alleniano, comunque, non è affatto fine a se stesso ma perfettamente incastrato in un’idea di cinema che dà vita una storia buffa dalle finalità evidentemente morali, quando non moralistiche. Questa può essere la pecca, ovvero che Allen, sovraccaricando il suo messaggio etico, sovraccarica anche parecchi dialoghi, rendendoli spesso verbosi e qualche volta ai limiti del comprensibile. Le divagazioni metafisiche sono continue e ossessive, spesso fortificate, attraverso l’immagine, da primissimi piani del Nostro che sembra voler tirare oltre misura – arrivando a lambire i fatidici 90 minuti – un lungometraggio costruito comunque su una precisa idea minima, nonostante l’artificio letterario che vuol sorreggerla. Diane Keaton invece è assai convincente, calata in un ruolo che sembra esserle stato cucito addosso tanto da far quasi sfigurare Allen nei numerosi duetti della pellicola. La colonna sonora è briosa, anche se spesso fuori luogo.

Come giudicare un film del genere? Non saprei essere risoluto in merito, e credo non sia giusto esserlo perché, al di là delle pecche che ho tentato di evidenziare, Amore e Guerra è una pellicola di svolta per il cinema alleniano, che abbandona la satira per la satira incontrando universi tematici più ardui e complessi, comunque nelle corde del regista newyorchese. In ogni caso qui ci si diverte, si sorride e si riflette. E poi ci sono le citazioni, le contaminazioni tra le arti, lo sguardo disincantato sul tema di Dio. Morale della favola: vale sempre la pena vedere un film di Woody Allen, anche quando si fa prendere la mano. Come in questo caso.

Federico Magi, novembre 2006.

Edizione esaminata e brevi note

Regia: Woody Allen. Soggetto e sceneggiatura: Woody Allen. Direttore della fotografia: Ghislain Coloquet. Montaggio: Ron Kalish, Ralph Rosenblum. Scenografia: Willy Holt. Costumi: Gladys de Segonzac. Interpreti principali: Woody Allen, Diane Keaton, Harold Gould, James Tolkan, George Adel, Olga-Georges Picot, Jessica Harper, Féodor Atkine, Lloyd Battista, Alfred Lutter III, Henry Czarniak, Jack Lenoir, Zvee Scooler, Despo Diamantidou. Effetti: Kit West. Musica originale: Felix Giglio (Sergei Prokofiev musiche non originali). Titolo originale: “Love and Death”. Origine: Usa, 1975. Durata: 82 minuti.