Da Silva Deonísio

Stefan Zweig deve morire

Pubblicato il: 10 giugno 2016

Via dei Banchi Vecchi, Roma. Quasi alla fine della strada c’è una libreria che visito quando posso. Qui ho trovato un libro che non poteva non attirarmi: “Stefan Zweig deve morire”. Il mio amore per Zweig è più o meno noto ed è nota, più o meno a tutti, la vicenda legata alla tragica morte dello scrittore austriaco. La cronaca narra che il corpo di Zweig sia stato rinvenuto la mattina del 23 febbraio del 1942, accanto a quello della seconda moglie Lotte, nell’appartamento di Petrópolis in cui i due vivevano da qualche tempo. Suicidio. Almeno questa è la versione ufficiale che in molti hanno deciso di riconoscere ed accettare. Peccato che ci siano diversi dettagli che non tornano. Peccato che nessuno abbia disposto l’autopsia sui due cadaveri. Peccato che le indagini su un evento tanto tragico siano state chiuse in pochissimo tempo e con pochissimi approfondimenti. E’ per questo che Deonísio da Silva, professore di filologia e scrittore brasiliano, ha deciso di raccontarci, seppur con il beneficio dell’invenzione letteraria, un’ipotesi di delitto.

La prima parte del libro riporta voce e ricordi del celebre scrittore. E’ lui a parlare, è lui a trasmetterci il senso delle sue ultime ore di vita. E tutto sembra logico. Stefan è un esule. Lo è ormai da anni. Nel 1933 i nazisti condannano le sue opere che, come quelle di tanti altri scrittori, finiscono al rogo. L’anno successivo Zweig lascia l’Austria per trasferirsi a Londra. Nel 1941 abbandona definitivamente l’Europa e si sposta in Brasile. Sceglie di vivere con la seconda moglie Charlotte Altmann nella cittadina di Petrópolis. Deonísio da Silva ci restituisce una versione di Zweig molto simile all’immagine che ci si potrebbe fare pensando a un uomo di grande cultura, di grande esperienza e di grande talento prossimo a porre fine alla propria esistenza. Nostalgia, amarezza, frustrazione, impotenza. Zweig è stato cacciato dalla sua patria e pur essendo sempre vissuto da un uomo libero, pur godendo di uno spirito cosmopolita e di una mente aperta, si sente fuori luogo. Costretto a vivere in un Paese, il Brasile, che non comprende fino in fondo e che sta imparando a capire con molta fatica. “Milioni e milioni di giovani perdono la vita sui campi di battaglia, bombe cadono dal cielo in ogni parte, siluri sganciati dai sottomarini affondano navi strapiene, cadaveri per ogni angolo dell’universo e i brasiliani? I brasiliani saltellavano più che ballare, accompagnandosi con quel ritmo che loro chiamano limpa banco, “pulisci sedie”, perché nessuno rimane seduto, ma ci si alza quasi camminando o meglio trotterellando intorno alla sala. Insomma, una marcetta. I brasiliani non vogliono saperne della guerra. In mezzo a tanta carneficina hanno scelto altri temi di cui preoccuparsi. E uno, immaginate un po’, è la mancanza di capelli“.

E’ uno Zweig intimista e pensoso quello tratteggiato dal professor da Silva. Uno Zweig che ripercorre segmenti fondamentali della propria vita ed aspetta che Lotte, distesa sul letto nell’altra stanza, si svegli. Uno Zweig che ha già deciso il giorno della propria morte e lo amministra con immensa consapevolezza. “Oggi mi ucciderò. Aspetto solo che venga la notte […] Sono un ebreo austriaco in giro per il mondo come una foglia al vento o una nave in balia dei venti, che è arrivato in Brasile, dove spero seppelliscano le mie ossa“. Le parole scorrono e ci consegnano quello che pare essere una sorta di testamento spirituale dello scrittore. C’è perfetta coscienza della propria decisione, c’è l’irrimediabilità di un destino, c’è l’arrendevolezza di chi sa di non poter andare oltre due Guerre Mondiali. Deonísio da Silva reinventa uno Zweig che, personalmente, non avevo mai immaginato. E lo fa parlare e pensare come, probabilmente, non ha mai parlato e pensato. Forse lo rende fin troppo “contemporaneo” ma mi rimetto all’opera di uno scrittore e l’accetto per quella che è.

La seconda parte del romanzo, perché pur sempre di romanzo si tratta, è invece focalizzata su quello che è accaduto e su quello che potrebbe persino essere accaduto. L’autore, infatti, ipotizza un complotto in puro stile spy-story. Una congettura piuttosto affascinante, e qui apparentemente quasi dimostrata, che vorrebbe Stefan Zweig ucciso da un gruppetto di nazisti, cacciatori quasi professionisti di giudei fuggiti dal Vecchio Continente. Personaggi lucidi e ben ammaestrati che pianificano in ogni dettaglio la morte dello scrittore. Tutto secondo gli ordini ricevuti. Zweig deve morire. E infatti muore. Una morte che deve passare per suicidio e che, infatti, per suicidio continua ad essere passata. Anche la lettera lasciata da Stefan poco prima di morire ha una spiegazione in questo giallo con finale famoso. Alla fine della lettura non si può non riconoscere il fascino di un’ipotesi che spieghi una morte che, al tempo, è stata spiegata poco o per niente. Tanto che la possibilità che Stefan Zweig e Charlotte Altmann non si siano suicidati ma siano stati suicidati non sembra poi così assurda.

Edizione esaminata e brevi note

Deonìsio Da Silva è nato a Sideropolis, in Brasile, nel 1948. Insegna Filologia presso l’Università di Rio de Janeiro ed è autore di 34 libri: sette romanzi, numerosi saggi e testi per il teatro. In Sudamerica è molto amato ed apprezzato. Nella sua carriera ha conquistato vari riconoscimenti letterari tra cui la decima edizione del Premio Internazionale “Casa de las Americas” la cui giuria era presieduta da Josè Saramago.

Deonísio da Silva, “Stefan Zweig deve morire“, Tullio Pironti Editore, Napoli, 2013. Traduzione di Giovanni Ricciardi.

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