Loewenthal Elena

Una giornata al Monte dei Pegni

Pubblicato il: 19 ottobre 2013

Non credo sia retorico pensare che “Una giornata al Monte dei Pegni” abbia risvolti di stringente attualità. Al Monte dei Pegni si va per lasciare oggetti più o meno preziosi ed avere in cambio denaro. E, in tempi come quelli che stiamo attraversando, sono tante le persone che, per tirare avanti, non possono far altro che cedere qualche piccolo bene ricavando un po’ di soldi. La speranza è più o meno la stessa per tutti: recuperare ciò che si è lasciato sul banco prima che finisca all’asta. La Loewenthal, un giorno, si è seduta tra la gente in coda al Monte dei Pegni. Ha ascoltato, osservato, riflettuto e, alla fine, persino inventato e scritto. Il frutto sono i dieci racconti contenuti in questo libro.

Leggere Elena Loewenthal è sempre interessante. Amo il suo stile. E’ immediato e brillante. Le sue parole scorrono fluide. Sa coinvolgere e stupire, anche quando inventa storie apparentemente minime e comuni come quelle di “Una giornata al Monte dei Pegni”. Al Monte dei Pegni arriva gente di ogni genere, con preoccupazioni ed aspettative di tutti i tipi. Alla scrittrice non è rimasto che guardare, forse carpire qualche dettaglio e immaginare tutto il resto. Sono nati così, secondo me, i personaggi qualsiasi di questo libro. Personaggi qualsiasi come Eva, ad esempio. Lei è dentro la storia di “Pelliccia visone pastello (bottone mancante)“. La pelliccia, in effetti, è esattamente l’oggetto che Eva “che in realtà si chiama Cosima, un nome niente affatto adatto alla sua personcina” porta al Monte dei Pegni. Non è più giovane Eva ma vuole essere ancora bella e seducente, proprio come quando aveva vent’anni. Quella pelliccia è uno dei vari regali ricevuti vari anni addietro dal suo ex amante. Un uomo ricco, e pure sposato, che però l’ha mollata poco dopo la morte della moglie. Ora quella pelliccia può tramutarsi in denaro e quel denaro tramutarsi nell’ennesimo intervento di chirurgia estetica. “Meglio un paio di tette nuove, perché anche queste qui hanno fatto il loro tempo. Mica gliel’aveva detto, però, il chirurgo estetico, che alle tette finte ci vuole il tagliando, ogni tot anni“.

Anche Salvatore, di “Oro a peso (poca roba)“, è un uomo qualsiasi. Un molisano trapiantato al Nord da anni. Lavora al mercato del pesce perché di meglio non ha trovato. E l’odore del pesce se lo porta addosso ovunque vada. Anche al Monte dei Pegni. C’è arrivato su suggerimento di Gemma, una donna che lavora al mercato con lui. L’affitto della soffitta umida e ammuffita in cui Salvatore abita è aumentato: “la padrona vuole cinquanta euro in più, di qui a dieci giorni che poi sarebbero fine mese. Subito, da questo mese, che sennò lei ci mette niente a farci entrare tre rumeni e far uscire lui, dalla sua porta“. Approdare al Monte dei Pegni è una cosa nuova per lui. Anche perché non ha molto da impegnare, a parte una catenina leggera leggera con una Madonnina pallida e sottile che ha da quando è nato. L’impiegata lo guarda e capisce in fretta. Vorrebbe dargli cinquanta euro ma, dopo, arriva a sessanta: “mica può dirgli che la Madonnina gliela paga dieci euro di più perché ha un’aria da povero Cristo come non se ne vedono tutti i giorni nemmeno qui, al Monte dei Pegni“.

Il ragionier Sciuto (“Lotto 52 (15 pezzi) + lotto 51 (27 pezzi)“), invece, non ha proprio l’aria del povero Cristo. No, lui no. A lui serve soltanto del denaro cash per giocare in borsa. Arriva al Monte, lascia sul banco quelli che erano i gioielli di Ada (la moglie che un giorno l’ha lasciato ed è sparita senza dire una parola), prende il denaro e va via con l’aria seccata di chi non ama stare in coda né mescolarsi troppo coi poveracci. Erica (“Anello oro con diamante e diamantini taglio brillante gr. 3,4“) è una moglie e una madre come tante. Con un marito in cassa integrazione e tre bambini piccoli da crescere. Lei fa le pulizie a casa di una signora, quando serve. Al Monte dei Pegni non c’è mai stata. “Erica manco sapeva che esistesse, un posto così, finché Dario non gliel’aveva spiegato per bene. Due, tre volte, perché la faccenda pareva piuttosto complicata. Vai con una cosa, ti danno dei soldi in cambio e anche un foglio. Puoi riprendertela, se hai i soldi più un po’ di più (interessi e altra roba che lei non aveva capito)“. Un po’ si vergogna Erica. Ma che può fare? Non le resta che recuperare nel cassetto, tra i suoi slip e quelli di Dario, il sacchettino rosso con l’anello di fidanzamento. Bello, molto bello. Un regalo prezioso che Dario aveva voluto donarle per fare le cose per bene. Quando lo lascia cadere sul piattino dell’impiegato che deve valutarlo, ad Erica viene da piangere.

Queste sono solo quattro delle storie di vita, immaginata ma verosimile, di “Una giornata al Monte dei Pegni”. Quattro particelle di un universo umano che ruota tutto attorno ad uno stesso luogo. Il Monte dei Pegni diventa così una sorta di convogliatore di esistenze possibili. E gli oggetti, che al Monte vengono lasciati, sono portatori o simboli di tutti i significati che le persone attribuiscono loro. Le cose racchiudono valori, sogni, inquietudini e frammenti di esistenze. Eppure un oggetto dovrebbe rimanere un oggetto e basta. Creato e prodotto per un uso specifico. Ma noi umani siamo fatti di carne ed emozioni. Le cose, per noi, assorbono il tempo, le esperienze, le sofferenze o le speranze di chi le possiede. In fondo le cose non sono affatto mute, passive e pazienti come sembrano. Per questo lasciarle andare non è sempre facile. “Come ci si congeda dalle cose, prima di lasciarle? Meglio l’indifferenza o un brandello di cuore che se ne va?“.

Edizione esaminata e brevi note

Elena Loewenthal è nata a Torino nel 1960. Si è laureata presso l’Università della sua città natale. Lavora spesso come traduttrice dall’ebraico ma è anche una scrittrice. Collabora con il quotidiano “La Stampa” e per “Tuttolibri”. E’ docente di cultura ebraica presso la facoltà di filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Ha tradotto, tra le altre, molte opere di Amos Oz, David Grossman, Meir Shalev, Yoran Kaniuk, Aharon Appelfeld, Yaakov Shabtai, Yehoshua Kenaz, Alona Qimhi, Uri Orlev, David Vogel e Zeruya Shalev. Il suo primo romanzo è “Lo strappo dell’anima” (Frassinelli, 2002) grazie al quale ha ottenuto il Premio Grinzane Cavour. A cui hanno fatto seguito “Attese” (Bompiani, 2004), “Dimenticami” (Bompiani, 2006), “Conta le stelle, se puoi” (Einaudi, 2008 – premio selezione Campiello 2009), “Una giornata al Monte dei Pegni” (Einaudi, 2010 – Premio Chiara 2011), “La vita è una prova d’orchestra” (Einaudi, 2011), “La lenta nevicata dei giorni” (Einaudi, 2013). Ha curato e pubblicato anche dei saggi: “Un’aringa in Paradiso. Enciclopedia della risata ebraica” (Baldini e Castoldi, 1997), “L’ebraismo spiegato ai miei figli” (Bompiani, 2002), “Scrivere di sé” (Einaudi, 2007).

Elena Loewenthal, “Una giornata al Monte dei Pegni“, Einaudi, Torino, 2010.

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