Ferguson Kathleen

Storia di una perpetua

Pubblicato il: 15 luglio 2013

La perpetua più famosa della letteratura italiana è sicuramente la Perpetua de “I promessi sposi”. Una figura tutto sommato collaterale e subalterna. Eppure è proprio in queste figure collaterali e subalterne che può annidarsi un fascino inaspettato, un magnetismo che diversi scrittori e parecchi registi hanno saputo trasformare in opera d’arte. Esattamente come ha fatto Kathleen Ferguson, una scrittrice nata in Irlanda del Nord e in cui sono incappata praticamente per caso. La Ferguson è stata educata secondo ferrei principi cattolici ma, secondo quanto dichiara in un’intervista, ha smesso di credere in Dio quando, ancora bambina, ha perso suo padre. Durante un viaggio presso la contea di Derry, dove è nata, la Ferguson ha trovato l’ispirazione per “Storia di una perpetua”.

L’unica voce narrante del romanzo è quella della perpetua Brigit Keen. Facciamo la sua conoscenza quando è ormai una donna di 55 anni ed è anche arrabbiata. L’incipit è piuttosto schietto, esattamente come Brigit: “La Chiesa Cattolica mi ha fatto da padre, madre e famiglia per più di cinquant’anni. Potete ben immaginare cosa ho provato il giorno che il Vescovo mi ha scaricato in quel modo: come il giornale del giorno prima, che buttava via quando l’aveva finito. Dopo che io avevo dato a Padre Mann quel che molte mogli non danno mai al marito. Trentatré anni ho lavato i calzini a Padre Mann e gli ho rifatto il letto. Trentatré anni sono stata a sudare sulla cucina economica, ho mangiato i suoi avanzi, per giunta da sola in cucina, intanto lui mangiava sulla tovaglia in sala da pranzo. Ma posso prendermela solo con me stessa. Ho aspettato molto più del dovuto a andarmene“.

Brigit inizia così a raccontarci la sua vita. E’ cresciuta a Bethel House, un orfanotrofio gestito da un nugolo di suore che, per atteggiamento ed avidità, mi hanno immediatamente riportato alla mente le atmosfere del film “Magdalene” di Peter Mullan. “Fin dal principio ci facevano sentire che non appartenevamo al mondo esterno. Non ci dicevano niente, ma in un modo o nell’altro ci ficcavano in testa che non eravamo adatte a diventare mogli e madri. Fin dai primi ricordi che ho, c’è quest’idea che il matrimonio era qualcosa di brutto. Il matrimonio andava bene per le altre donne, fuori da Bethel House, e per gli uomini“. Brigit è sempre stata una ragazzina timida, solitaria ed introversa. I suoi silenzi e la sua emarginazione divengono un motivo sufficiente per spingere alcune compagne a prenderla di mira per battute e angherie di ogni tipo e Brigit non è sufficientemente coraggiosa per affrontarle ed opporsi: “Per anni sono stata convinta che, se la gente mi trattava a pesci in faccia, era perché avevo qualcosa di storto. (Ci sono giorni che la penso ancora così, giorni che mi faccio schifo)“.

L’unica possibilità che si presenta a Brigit di uscire da quel mondo è quella di diventare, poco più che adolescente, la perpetua di Padre Mann. La richiesta viene direttamente dal Vescovo e quasi a sorpresa. Per Birgit quella è un’occasione d’oro: può trovare un lavoro decente ed avere un tetto sulla testa. “Rifiutare era senz’altro da ingrati. E dato che venivo da Bethel House, mi sentivo che lo dovevo a qualunque prete me lo avesse chiesto“. Inizia così la sua vita da perpetua. Si occupa di tutto quello che serve a Padre Mann quasi come fosse una moglie o, meglio, una mamma. Per lui nutre un sentimento profondo che si nutre di gelosia, di ricerca di attenzioni, di piccole ripicche e qualche sofferenza. Brigit è legata a Padre Mann da una forma di amore platonico che per trentatre anni la tiene incollata indissolubilmente a lui, anche nel momento in cui l’Alzheimer trascina il prete nella demenza pressoché totale.

I decenni trascorrono, le proteste civili si fanno più preoccupanti in Irlanda eppure per Brigit tutto continua a girare come sempre ha fatto. Il suo piccolo universo è fatto di remissività e di umili servizi, di confessioni e qualche battibecco con chiunque dia fastidio a Padre Mann. Brigit vive sicura all’interno di un meccanismo fatto di pura obbedienza senza sentirsi mai obbligata a scegliere davvero per sé. Almeno fino al momento in cui, con la malattia di Padre Mann, in Vescovo le spiega che non c’è più bisogno di lei. Cosa può mai fare una donna come Brigit? Come può tornare libera se non sa neppure cosa voglia dire?

La Ferguson ha partorito un personaggio decisamente interessante. E lo ha utilizzato per raccontarci, con un linguaggio colorito, diretto ed ironico, una versione del cattolicesimo che, in un paese come l’Irlanda del Nord, in una contea come quella di Derry, riesce a condizionare pesantemente la vita e la testa delle persone. Brigit è una perpetua e, come tale, non può nutrire ambizioni, avere desideri o permettersi di sognare. E’ una creatura pensata per servire. Non ha sesso. Non ha età. Lei lo sa e si limita ad accettarlo senza fare una piega. “Storia di una perpetua” contiene una critica abbastanza dura contro il potere clericale e la sua ottusità, contro il perbenismo e l’ipocrisia di cui si nutre, contro la rassegnazione femminile giudicata naturale e dovuta. Brigit è bigotta e provinciale proprio come le persone che spesso, nel silenzio dei suoi pensieri, disapprova. Solo quando viene rifiutata dal mondo che per più di trent’anni l’ha custodita e assoggettata riesce ad aprire veramente gli occhi e a cercare il suo legittimo riscatto.

Edizione esaminata e brevi note

Kathleen Ferguson è nata a Tamnaherin, nella Contea di Derry (Irlanda del Nord), nel 1958. Terza di sei figli, la Ferguson perde il padre quando ha solo nove anni. Ha frequentato la scuola elementare di Mullabuoy e poi la Thornhill Grammar School di Derry. Si è laureata in Inglese presso l’Università dell’Ulster dove ha lavorato, come insegnante, per qualche anno. Dal 1989 ha deciso di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura. “The Maid’s Tale”, uscito nel 1994 e vincitore dell’Irish Literature Prize for Fiction, è stato pubblicato in Italia con il titolo di “Storia di una perpetua” dalle Edizioni Socrates nel 2001. Kathleen Ferguson è sposata e da diversi anni vive a Roma.

Kathleen Ferguson, “Storia di una perpetua“, Edizioni Socrates, Roma, 2001. Traduzione e prefazione di Roberto Bertoni. Titolo originale: “The Maid’s Tale” (1994).

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