Chiuppani Beppi

Quando studiavamo in America

Pubblicato il: 10 luglio 2016

All’indomani della pubblicazione di “Medio occidente”, prima opera narrativa di Beppi Chiuppani,  avevamo scritto di “romanzo di pensieri” e poi ancora di ” lunghe frasi apparentemente più consone ad un testo di saggistica”. Intenti e stile che vengono confermati con “Quando studiavamo in America”, esplicitamente un “romanzo – saggio”, che presenta un’ibridazione tra narrativa, saggistica appunto, e Bildungsroman; per certi aspetti con obiettivi ancor più radicali rispetto la precedente fatica letteraria (in tal senso significativi i titoli dei capitoli: Visione, Impulso, Purezza, Struttura, Flusso Sbocco, Affioramento, Ritrovamento, Riapertura). La vicenda, infatti, che si dipana tra digressioni, ricordi di impegnate discussioni tra dottorandi, ripropone un nuovo occidente, un’Italia che questa volta diventa oriente, e un nuovo viaggio della speranza dove la riflessione intellettuale sembra coinvolgere ancor di più i protagonisti del romanzo: un progressivo spostamento ad ovest, di romanzo in romanzo, che quasi ricorda lo schema di Jacques Attali e del suo “Breve storia del futuro”.

E’ Bruno – ma conosciamo il suo nome soltanto a pagina 139 – ch racconta la vita dell’amico e collega Marco, un dottorando originario del Veneto, che si trova a studiare nella prestigiosa università di Chicago, e quindi la parabola che lo vedrà passare da un iniziale entusiasmo ad una meditata delusione e riconsiderazione del sapere accademico. Inizialmente i due amici rimangono ammirati per l’organizzazione dei corsi americani, l’etica rigorosa e lo stakanovismo che sembra la seconda pelle degli studenti che frequentano i corsi di dottorato. Anche il rapporto di Marco con Sajani, una collega americana di origine indiana, con le idee molto chiare sul suo futuro, rispecchia l’idea di rigore e di spietato autocontrollo che si respira in quel mondo accademico. Poi qualcosa cambia e in Marco, probabilmente l’alter ego dello stesso autore, una volta che non ha più sotto gli occhi le falsità architettoniche, l’omologazione e la standardizzazione del campus ed invece si ritrova in un museo circondato dalle opere originali del rinascimento italiano, inizia a risvegliarsi il suo senso critico e, gradualmente, a distaccarsi da Sajani e dalla stessa prospettiva di ottenere tempi rapidi il suo PhD. Le scadenze non si fanno più stringenti e l’attenzione di Marco torna più frequentemente alla sua terra d’origine, una provincia malridotta, abbandonata al malgoverno, al saccheggio, alla corruzione; e torna anche a coloro, in primis l’amica Chiara, che in Italia si arrabattano pur in possesso di un titolo di studio universitario.

“Quando studiavamo in America” diventa così un romanzo-saggio di disillusioni, della scoperta di uno “squallore uniforme che [ndr: Marco] all’inizio credette soltanto accidentale ma col tempo sarebbe arrivato a riconoscere come una delle caratteristiche fondamentali dell’America – della sua America – ritrovandolo fin negli ambienti che cercano di essere più lussuosi e accoglienti” (pp.11). Una disillusione che investe la stessa cultura umanistica, in un sistema che la piega “a scopi del tutto insospettati” (pp.47), malgrado negli Stati Uniti, realizzando quasi le aspirazioni del ’68, l’impostazione gerarchica degli atenei italiani sia sconosciuta, con un professore che siede all’altezza di studenti e dottorandi. Un modo di condurre l’insegnamento apparentemente – e forse realmente – democratico che però, dopo qualche mese, non ingannerà più Marco, ormai annoiato mortalmente dal politically correct, consapevole che nell’occidente americano l’etica professionale assorbiva ogni valore, che rischiava di perdere la propria individualità via via che avanzava la carriera; e, premessa di tutto, che “all’università ogni dibattito si limitava ai loro spazi e il resto non era che riflessione solitaria, […] non era così riuscito a costruire se non pochissimi interessanti scambi intellettuali” (pp.139). Da quel momento uno sguardo ancora più profondo intorno a sé e l’America inizia a mostrare improvvisamente “la sua faccia più rigidamente standardizzata, e proprio dove i professionisti di maggior successo risiedevano. Era la convenzionalizzazione non soltanto dei fini ma anche dei mezzi che teneva saldamente in mano gli ingranaggi sociali” (pp.151).

Un contesto “di persone sole”, altamente idealista e disorientante – almeno per un europeo “orientale” – in cui Marco prova a riconsiderare anche i rapporti di amicizia, se davvero autentici oppure espulsi “dall’universo etico americano”: “Perché l’amicizia, mi disse un giorno, è un rapporto che a differenza delle relazioni professionali o anche amorose esula da ogni calcolo di beneficio e interesse – tanto più in un paese in cui non è certo tramite i tuoi amici che puoi raggiungere vantaggi personali […] Dietro all’impersonalità asettica sta la banalità dell’etica, ed è questo il problema […] in un mondo dove l’ethos delle persone è tanto radicato, dove esse sono tanto profondamente imbevute degli ideali della loro civiltà, si perde il senso dei dilemmi e delle vere scelte. Che in realtà non esistono più. Tutto è già dato in anticipo, E quasi fosse lo stesso senso morale a morire dopo aver tanto completamento trionfato” (pp.176). Una visione dell’esistenza che risulta strettamente legata ad una sorta di tecnicizzazione del sapere umanistico: “qui lo studio delle lettere era brutalmente slegato da ogni più ampia preoccupazione sociale, dipendendo in modo pressoché esclusivo da una serie di pratiche professionali che lo determinavano in ogni suo aspetto”(pp.181). Il senso dell’americanizzazione era questo: una società basata su una completa professionalizzazione sia del sapere che degli individui, che non poteva prescindere dai suoi alti ideali ma che però conduceva ad una “atomizzazione dei singoli, fondamentalmente simili e fondamentalmente separati” (pp. 182).

Così l’illusione di Marco di emanciparsi definitivamente dalla cultura patriarcale e autoritaria presente nell’oriente italiano, viene meno al cospetto di un’America che si era rivelata “non più come la terra dell’azione e della realizzazione di sé, ma invece come quella del conformismo e della perdita di coscienza” (pp.262). Disillusione che si materializza anche nella figura dell’anziano luminare, proprio della Chicago School of economics, prototipo “di quel modello di società che finalmente era apparso a Marco in tutta la sua natura dominatrice, ma anche velleitaria e fallimentare” (pp.251). Il succo del discorso, che probabilmente riporterà Marco in Veneto per salvare il salvabile, è quindi la constatazione di un diverso condizionamento, comunque tale da non fare dell’America il paese sognato della libertà: “qui non si tratta dei ricatti di un relatore [ndr: come in Italia] ma di una complessa rete di rapporti professionali che contribuisce a spingerci in certe direzioni piuttosto che altre, facendoci formulare il nostro pensiero entro binari che non siamo mai noi a stabilire. Si finisce così a sostituire il clientelismo con una specie di imborghesimento autoritario, che è tanto più sconcertante trovare nelle terra che si vuole della libertà” (pp.209). A quel punto il ritorno di un “cervello in fuga”, nei luoghi autentici di un’Italia spesso ingiusta, irrazionale e corrotta, nel racconto di Marco-Beppi diventa il tentativo di un cambiamento radicale, “per ridare vita al paesaggio italiano” e contribuire alla trasformazione del nostro malandato paese “in uno strumento di ripensamento della modernità” (pp.269).

 

Edizione esaminata e brevi note

Beppi Chiuppani, è cresciuto a Bassano del Grappa, si è dedicato alla cultura umanistica europea a Padova, Parigi e Lisbona, e ha indagato le tradizioni letterarie del Medio Oriente al Cairo (American University) e a Damasco (Institut Français d’Études Arabes). Ha quindi ottenuto il dottorato in Letteratura Comparata presso la University of Chicago, dove è stato per anni attento osservatore della società nordamericana. È narratore e saggista. Nel 2014 ha pubblicato per il Sirente il suo primo romanzo, “Medio Occidente”.

Beppi Chiuppani, “Quando studiavamo in America”, Il Sirente (collana “Nuovi percorsi”), Fagnano Alto 2016, pp.274.

Luca Menichetti. Lankenauta, luglio 2016.

Recensione già pubblicata il 10 luglio 2016 su ciao.it e qui parzialmente modificata.