Teller Janne

Niente

Pubblicato il: 5 gennaio 2013

“Intet” è stato pubblicato per la prima volta nel 2000. La sua autrice, Janne Teller, al tempo aveva all’attivo solo un altro romanzo, “Odins ø”. “Intet” è divenuto quasi immediatamente un caso letterario suscitando polemiche e contrasti. In numerose scuole norvegesi o tedesche è stata proibita la sua lettura. Tante librerie europee si sono rifiutate di collocarlo sui loro scaffali. Eppure “Intet” ha ottenuto ovunque un grande successo. In Italia è stato pubblicato la prima volta nel 2004 da Fanucci Editore con il titolo “L’innocenza di Sofie”. Feltrinelli, a dodici anni di distanza dalla prima pubblicazione, ha scelto di realizzare una nuova traduzione, a cura di Maria Valeria D’Avino, e di ripubblicare il libro della Teller restituendogli il titolo originario: “Niente”, “Intet” appunto.

Sono arrivata a “Niente” grazie al suggerimento letterario raccolto dalblog di una persona che di letteratura se ne intende. E sono felice di aver seguito la sua indicazione. “Niente” è un libro che vale davvero la pena leggere. Perché è diverso, perché è spietato, perché è cinico e persino macabro. Un libro che qualcuno classifica “per ragazzi” ma che, probabilmente, hanno amato soprattutto gli adulti. Serve comunque una certa preparazione letteraria ed umana per affrontare “Niente”. E non credo di esagerare.

Non c’è niente che abbia senso, è tanto tempo che lo so. Perciò non vale la pena far niente, lo vedo solo adesso“. A pronunciare questa frase, come un mantra dai toni evidentemente nichilisti, è Pierre Anthon, un ragazzino di soli 13 anni. E dopo aver messo in chiaro il concetto, Pierre Anthon decide di lasciare la scuola per trasferirsi su un albero di susine. Dall’alto dei rami del prugno, il giovanissimo proclama la sua filosofia e ricorda a chiunque, soprattutto ai suoi ex compagni di classe, che nulla ha senso. “Se esistesse qualcosa per cui vale la pena arrabbiarsi, ci sarebbe anche qualcosa per cui essere contenti. E se ci fosse qualcosa per cui essere contenti ci sarebbe qualcosa che ha un senso. Invece non c’è! […] Tra pochi anni sarete tutti morti e dimenticati, sarete niente, perciò tanto vale che cominciate a esercitarvi“.

Agnes, la voce narrante, e gli altri amici della classe 7 A non riescono a rassegnarsi alle parole di Pierre Anthon. Vorrebbero dimostrargli che ha torto. Ma come? Cosa inventarsi per convincere Pierre Anthon che esistono cose piene di senso? Dopo aver provato inutilmente a lapidarlo mentre sentenziava dai rami del susino, i ragazzini capiscono finalmente cosa fare: usare una vecchia segheria abbandonata per comporre la “catasta del significato“. Ognuno di loro rinuncia a qualcosa di molto significativo per depositarlo sulla catasta e, contemporaneamente, sceglie chi avrebbe depositato cosa appena dopo. All’inizio il deposito di significato raccoglie solo vecchi ed innocui oggetti: un pettine rotto, una bambola senza testa, un libro dei salmi senza copertina, la serie completa dei fumetti di “Dungeons & Dragons”, un pallone da football. Ad Agnes viene chiesto di rinunciare ai bellissimi sandali verdi con un po’ di tacco da lei tanto amati. Gradualmente, e senza alcuna pietà, le richieste di oggetti pieni di significato iniziano a divenire sempre più particolari e terribili. Dopo il criceto di Gerda c’è il certificato di adozione di Anna-Li, per arrivare ad una piccola bara appositamente dissepolta e contente il corpo del fratellino di Elise morto a soli due anni, alla testa mozzata di una cagna, al crocifisso della chiesa della città e al dito tranciato e sanguinolento di Jan-Johan.

Presi dalla creazione della “catasta del significato” i ragazzini non si fanno scrupoli di alcun genere puntando costantemente al rialzo spinti per lo più dalla volontà di vendicarsi per essere stati costretti a rinunciare a qualcosa a cui tenevano. Nel piccolo universo della segheria, lontani dagli adulti, impongono con forza e convinzione la loro legge che non prevede né indulgenza né ripensamenti. La vertigine sembra inghiottirli fino a far apparire plausibile e normale gesti e comportamenti quasi criminali. La brutalità chiama altra brutalità e, proprio come ne “Il signore delle mosche” (richiamo quasi ovvio), i ragazzini protagonisti del libro sembrano nutrirsi della loro stessa crudeltà arrivando a raggiungere un livello di barbarie spaventoso. La bravura della Teller sta nell’aver narrato la sua storia proprio come fosse una fiaba macabra contemporanea. Lo stridore tra la leggerezza della scrittura, che riflette la spontaneità con cui Agnes vive la vicenda, e il grado di ferocia che caratterizza le ultime fasi dell’accumulo di “significati“, è il punto di forza di questo romanzo. Una lettura spiazzante, disumana e coinvolgente. Dell’innocenza infantile, come intuibile, nemmeno l’ombra. E, per fortuna, nessuna traccia di morale o moralismi così come il mondo degli adulti che rimane sullo sfondo, pallido e inconsistente.

Edizione esaminata e brevi note

Janne Teller è una scrittrice danese. E’ nata nel 1964 da una famiglia di origine austro-tedesca. La Teller si è laureata in Macroeconomia presso l’Università di Copenaghen. Ha lavorato per l’Unione Europea, per le Nazioni Unite ed ha viaggiato in vari Paesi del mondo. Nel 1995 ha deciso di dedicarsi completamente alla scrittura e di tornare in Danimarca. Nel 1999 esce il suo primo romanzo “L’isola di Odino”, pubblicato nel 2001 in Italia da Iperborea. Successivamente arriva “Intet” (2000), pubblicato per la prima volta in Italia nel 2004 da Fanucci Editore, romanzo che nel 2012 viene tradotto nuovamente e ripubblicato da Feltrinelli con il titolo originale “Niente”.

Janne Teller, “Niente“, Feltrinelli, Milano, 2012. Traduzione di Maria Valeria D’Avino. Titolo originale: “Intet” (2000).

Pagine Internet su Janne Teller: Sito ufficiale / Wikipedia / Intervista(video)