Ben Jelloun Tahar

Fuoco

Pubblicato il: 10 dicembre 2012

Il 17 dicembre 2010 Mohamed Bouazizi, un trentenne tunisino, si è dato fuoco di fronte alla sede del municipio della sua città. Un gesto estremo ed esasperato che ha una valenza simbolica, umana e storica particolarmente rilevante visto che a seguito del suicidio di Mohamed ha preso il via la cosiddetta “Rivoluzione dei gelsomini” che ha rappresentato uno dei momenti fondamentali del più ampio movimento di protesta della “Primavera Araba“.

Ed è proprio la vicenda di Mohamed Bouazizi che Tahar Ben Jelloun ha deciso di narrare in questo brevissimo, toccante e delicato racconto. Perché nonostante lo scrittore marocchino descriva la lacerante afflizione di un ragazzo che sceglie di bruciarsi vivo in segno di protesta contro un sistema e contro un Paese che non sa dare niente a persone come lui, “Fuoco” è un libro scritto con estrema dolcezza e con tutta la sensibilità ed il talento di chi sa raccontare con garbo ed intelligenza un evento così tragico.

Mohamed Bouazizi ha appena perso suo padre. “Lui era il figlio maggiore e ormai, quindi, il responsabile della famiglia. Tre fratelli e due sorelle. Una madre diabetica ma ancora autonoma“. Nonostante sia laureato in Storia, Mohamed non riesce a trovare un lavoro adatto. Preso dallo sconforto e dall’ennesimo fallito tentativo di trovare un impiego decente, prende il suo diploma di Laurea e tutti gli attestati scolastici conseguiti negli anni e li brucia nel lavandino di casa. Non ha altra scelta: deve recuperare il vecchio carretto di suo padre e tornare a vendere frutta lungo le strade. La sua ragazza, Zineb, lavora presso uno studio medico come segretaria. Vorrebbe sposarla “ma senza denaro, senza lavoro, senza un alloggio, impossibile sposarsi. Era infelice, cosa poteva prometterle, lui che non aveva niente da offrirle?“.

Lavorare per Mohamed sembra una corsa ad ostacoli. Ovunque vada, qualsiasi cosa faccia viene costantemente vessato da poliziotti e da vigili. Qualcuno gli propone di diventare un informatore della polizia. Basterebbe questo a garantirgli un po’ di tranquillità, ma l’idea di collaborare con una massa di personaggi violenti e corrotti fino al midollo non lo sfiora nemmeno. Ogni mattina si sveglia presto e cerca di sistemare il suo carretto nel modo migliore eppure ogni volta c’è qualche permesso che manca, qualche zona che non può attraversare, qualche rappresentante dello Stato che lo maltratta, lo insulta o lo picchia. Proprio come capita a chi, come lui, cerca di sopravvivere in un Paese che non offre nulla e che, attraverso la sua polizia e i suoi burocrati, sta marcendo in una miscela fatale fatta di corruzione, sopraffazione ed ingiustizia.

Il culmine si raggiunge quando un paio di agenti in divisa, tra cui una donna, gli confiscano il carretto. “Sì, non hai il diritto di vendere clandestinamente, non hai il permesso, non hai la patente, non paghi le tasse, rubi allo Stato, quindi basta, il tuo carretto è confiscato“. Mohamed viene picchiato e lasciato a terra e quando si riprende cerca immediatamente di tornare in possesso del suo unico mezzo di sostentamento. Va al municipio e chiede di poter parlare con il sindaco o con un suo vice. Ovviamente viene allontanato in maniera sgarbata e minacciosa. Nemmeno l’idea di Zineb di provare a chiedere spiegazioni al commissariato centrale di Polizia dà qualche esito. Nessuno gli rende il suo carretto e nessuno gli dà ascolto.

La mattina del 17 dicembre 2010 Mohamed Bouazizi si fa riempire una bottiglia di benzina e si reca nuovamente in municipio. Ancora una volta nessuno lo riceve e viene scacciato tra insulti e manganellate. Non può nulla contro questo sistema, non ha armi a disposizione per reagire alla pari contro rappresentanti ciechi e sordi di uno Stato altrettanto cieco e sordo. “Non ho armi, ma ho ancora il mio corpo, la mia vita, la mia fottuta vita…“. A questo punto sa cosa fare. Si cosparge di benzina da capo a piedi e con un accendino si dà fuoco. Muore il 4 gennaio 2011. Ed è così che un uomo, da solo, è “diventato la scintilla che infiamma il mondo“.

Edizione esaminata e brevi note

Tahar Ben Jelloun nasce a Fès, in Marocco, nel 1944. Vive la sua adolescenza a Tangeri e studia Filosofia a Rabat. Dopo aver insegnato in alcuni licei del suo Paese, nel 1971, si trasferisce a Parigi, dove tuttora vive. Si laurea in sociologia e inizia, fin dal 1972, la sua collaborazione con importanti testate francesi. E’ autore di poesie, racconti, romanzi e drammi. Con “Notte fatale” ha vinto il prestigioso Premio Goncourt nel 1987. Alcuni suoi articoli sono pubblicati, in Italia, sul quotidiano “La Repubblica”. Tra i suoi libri più famosi: “Creatura di sabbia”, “A occhi bassi”, “Le pareti della solitudine”, “Il razzismo spiegato a mia figlia”.

Tahar Ben Jelloun, “Fuoco“, Bompiani, Milano, 2012. Traduzione di Anna Maria Lorusso. Titolo originale: “Par le feu” (2011).

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