Bolognini Luigi

La squadra spezzata. La Grande Ungheria di Puskás e la Rivoluzione del 1956

Pubblicato il: 27 settembre 2016

Oggi si chiamano Lionel Messi, Cristiano Ronaldo, Zlatan Ibrahimovic o Neymar. Sono gli idoli di milioni di tifosi e, di conseguenza, di miriadi di ragazzini che il calcio continuano ad amarlo, seguirlo, praticarlo magari cullando il sogno di diventare proprio come Messi, Ronaldo, Ibrahimovic o Neymar. E’ così da quando il calcio esiste. Ed è così anche nel libro di Luigi Bolognini, “La squadra spezzata”, sottotitolo: “La Grande Ungheria di Puskás e la Rivoluzione del 1956”. Infatti anche nel romanzo dello scrittore e giornalista sondriese il piccolo Gábor, nato poco prima del 1940, è uno dei tanti bambini di Budapest che adora il calcio. Tifa la Honvéd, una delle squadre cittadine più forti, quella che un tempo si chiamava Kispest. “Poi era arrivato il Partito a decidere il nuovo nome. A Gábor non dispiaceva: honvéd voleva dire soldato, e rendeva egregiamente l’idea di una squadra guerreggiante, sempre all’attacco. Era proprio vero, il Partito non sbagliava mai“. Nel 1949, quando Gábor è solo un bambino, l’ordine calcistico ungherese cambia sottoposto ad uno degli svariati “piani quinquennali” messi a punto per perfezionare quel che doveva essere perfezionato. Ed è così che il Kispest diventa Honvéd, la squadra dell’esercito. Metamorfosi volute dal Partito e destinate a tramutare le squadre di calcio ungheresi in un macchine impeccabili, governate da gerarchie incontrovertibili, amministrate da decisioni inappellabili. Il padre di tale processo è Gusztav Sebes, tra le altre cose, anche CT della nazionale ungherese.

Il Messi ungherese, in quegli anni, ha poco più di venti anni e si chiama Ferenc Puskás. E’ lui il mito che incanta, è lui il giocatore che fa storia. Ovviamente Gábor, come tutti i suoi connazionali, lo venera prima di tutto perché è la star del suo Honvéd, poi perché è il mago del gol della nazionale ungherese. E Bolognini non si risparmia nell’elogiare le imprese di questo autentico “eroe” del calcio. Le ragioni ci sono tutte, guardando i risultati che la “Grande Ungheria di Puskás” ha ottenuto nel corso di pochi anni. Una nazionale denominata “squadra d’oro”, Aranycsapat. “Delle partite Gábor aveva solo le radiocronache di Szepesi su Radio Budapest, i resoconti di Népsport e le fuggenti immagini – settimane dopo – con Filmhíradó. Per gli bastava per sognare, perché quella squadra non perdeva mai“. Gli occhi e le orecchie degli ungheresi si beano nel seguire le imprese di una squadra che non ha rivali, che travolge a suon di gol tutti gli avversari, che fa onore ad un popolo che è costretto, entro i suoi confini, a subire e tacere minacciato costantemente dalla Ávh (Allam Védelmi Hatóság), la polizia segreta. Lo stridore tra l’entusiasmo che circonda i successi della nazionale di calcio e la prostrazione dovuta alla repressione stalinista trapela da numerosi passaggi del libro. Bolognini pur esaltandosi con le strategie di gioco e con le geniali trovate calcistiche di Sebes e dei suoi ragazzi, non dimentica di lasciar filtrare dettagli sul clima politico dell’Ungheria del tempo. Non dimentichiamo: siamo nei primi anni ’50 del secolo scorso.

Gábor, come molti ragazzini, sembra distante da ogni complicanza, segue ciò che gli dice suo padre Lajos: “lo aveva ammonito a tacere e a non dubitare, per non mettere in gioco il principio fondamentale del Partito, come di ogni coscienza collettiva: l’infallibilità. Mai esprimere perplessità, nemmeno tra sé e sé, per evitare rischi“. Gábor ascolta le parole di suo padre, ma per lui esiste pressoché solo il calcio e l’attesa felice che vive prima di ogni partita e la gioia incontenibile che prova ogni volta che la “squadra d’oro” porta a casa una vittoria. E di vittorie la nazionale di Ferenc Puskás ne ha portate a casa parecchie. Nel 1952 conquista la finale alle Olimpiadi di Helsinki: all’Olympiastadium deve vedersela con la Jugoslavia. La collisione ideologica di due Nazioni diversamente comuniste. Il Partito fa sapere che non sono tollerate sconfitte e, soprattutto, che una vittoria è necessaria: serve a “sedare i malumori conseguenti al severo razionamento dei viveri dopo la ristrutturazione economica decisa l’ultimo giorno dell’anno passato“. La vittoria, infatti, arriva ed ad essa ne seguono altre. Clamorosa quella del 1953 in un’amichevole contro la leggendaria Inghilterra. A Wembley si è giocato quello che venne definito il “Match del secolo“. Finisce 6 a 4 per l’Ungheria con il conseguente tripudio popolare per le strade di Budapest. Nel 1954 c’è da disputare la Coppa Rimet, equivalente del Campionato del Mondo, l’Ungheria non fa sconti a nessuno ed, ovviamente, giunge in finale. Sembra tutto già scritto, c’è solo da scendere in campo contro la Germania Ovest, stracciata già durante il primo turno. Eppure, proprio quando nessuno se lo aspetta, giunge l’odiosa sconfitta. La prima dopo una serie infinita di vittorie. L’Ungheria perde 3 a 2 con la beffa di un gol di Puskás al 90′ annullato per fuorigioco.

Con la sconfitta alla finale della Coppa Rimet, tutto sembra precipitare in Ungheria. E anche il libro di Bolognini sembra subire una frattura. Sì, perché da questo momento in poi si apre un libro diverso, un’altra storia. Il salto non è pacato né indolore. Personalmente ho patito lo strappo perché non ho riscontrato l’armonia narrativa necessaria per passare alla fase successiva. Purtroppo la figura del solo giovane Gábor che cresce e cambia non è sufficiente a tenere in piedi una disconnessione tanto rilevante. Uno stacco e via: dal calcio alla rivoluzione. Si ha quasi la sensazione di trovarsi di fronte a due racconti paralleli ma disgiunti che l’autore ha voluto, considerata la Storia, mettere insieme. Si apre quindi una sorta di piccolo altro romanzo che ripercorre i passaggi che hanno condotto il popolo ungherese a ribellarsi prima e ad essere nuovamente soggiogato e massacrato dai carri armati russi poco dopo. Il calcio si perde quasi del tutto, forse resta un appiglio che affiora dalle parole di Sándor, l’amico di Gábor: “… serviva perdere la Rimet per ribellarsi. Per la dittatura non protesta mai nessuno“.

Edizione esaminata e brevi note

Luigi Bolognini è nato a Sondrio nel 1972. E’ un giornalista del quotidiano “La Repubblica” e si occupa soprattutto di sport e spettacolo. Il suo esordio, in campo letterario, giunge nel 2003 con “Gli eroi son tutti giovani e belli”, pubblicato da Limina. Per lo stesso editore, nel 2007, ha pubblicato “La squadra spezzata” (premio Selezione Bancarella Sport nel 2008), ripreso da 66THAND2ND nel 2016.

Luigi Bolognini, “La squadra spezzata. La Grande Ungheria di Puskás e la Rivoluzione del 1956“, 66THAND2ND, Roma, 2014. Prefazione di Gianni Mura. Postfazione di Roberto Beccantini. Prima edizione Limina, 2007.

Pagine Internet su Luigi Bolognini: Repubblica.it / Scheda Mediaset

Pagine Internet su Ferenc Puskás: Wikipedia / Addio a Puskás / Puskás: La leyenda (video)