Miranda Rossana

Dissidenza 2.0. Storia di blogger da Cuba alla Siria

Pubblicato il: 15 gennaio 2017

Di questi tempi si fa un gran parlare dell’uso sconsiderato della rete, dei cosiddetti “webeti”, con tutte le diffamazioni che ne conseguono, di proposte di censura governativa più o meno mascherata. In proposito il prof. Gustavo Zagrebelsky, intervistato per il Fattoquotidiano, ha ricordato proprio le cosiddette fake news: “Le bufale del Web sono così dozzinali che chi ha un minimo di conoscenza può facilmente respingerle, perché quella è una comunicazione orizzontale: verità e bugie, spesso anonime o firmate da ignoti, non hanno autorevolezza e si elidono reciprocamente. Invece la somma delle bugie o delle reticenze diffuse dalla stampa e dalle tv sono firmate, dunque più autorevoli, ergo meno smentibili, perché quella è una comunicazione verticale. Occorrerebbe bloccare gli interventi anonimi sul Web, così sarebbe più facile distinguere chi è credibile e chi no. Se poi qualcuno diffama, si creino procedure giudiziarie rapide. La difesa della reputazione delle vittime è inconciliabile con i tempi lunghi. Ma le fake news diffuse per turbare l’ordine pubblico sono già ora materia penale. Per il resto, questa storia della post-verità mi pare un discorso falso: come se, prima, non esistesse e vivessimo nel paradiso della verità” (13 gennaio 2017).

Pregi e difetti di una comunicazione digitale che in ogni caso dovrebbe tenere conto di una frase di Carlos Fuentes, citata proprio nell’introduzione di “Dissidenza 2.0”: “Non esiste libertà ma la ricerca della libertà, ed è quella ricerca che ci fa liberi”. Se nel nostro occidente democratico, o presunto democratico, questo aspetto pare quindi spesso dimenticato – non a caso si torna a parlare di controllo governativo della rete – i blogger che rischiano la pelle e la libertà, in paesi esplicitamente dittatoriali o in regimi dominati da oligarchie mafiose, sembrano invece aver preso alla lettera questo principio di civiltà. Il breve saggio di Rossana Miranda è dedicato a loro; ed anche a Vani Hari che negli Stati Uniti, “sfida le grandi fabbriche di alimenti a favore di cibi più sani”. In particolare parliamo di: “Razan Ghazzawi [che] combatte il regime siriano, mentre Eman al Nafjan affronta le discriminazioni contro le donne in Arabia Saudita. Luis Carlos Díaz avversa la censura e il controllo dell’informazione in Venezuela”. Ed ancora di Hossein Derakhashan, dell’egiziano Nawara Negm, del russo Aleksej Naval’nyj, di Alaa Abd El Fatah, della messicana Lydia Cacho, della Tunisina Lina Ben Mehnni, del cinese Li Chengpeng, blogger “giovani che a volto scoperto danno resistenza in rete”, che “firmano il blog,  senza pseudonimi, e non nascondono la loro storia, nonostante rischino la repressione o abbiano già compromesso la loro libertà” (pp.54).

Voci dissidenti in parte protette proprio dalla loro esposizione mediatica, ma che poi devono fare i conti con una speculare controinformazione, tra l’altro spesso molto ben considerata nel nostro occidente. Rossana Miranda in merito cita un articolo tratto da “Estudios  Comunicación”, che “spiega come i regimi totalitari arcaici nell’ideologia e in alcuni dei loro metodi, sono aggiornati invece nelle nuove forme di comunicazione online, che utilizzano per silenziare le voci più critiche delle dittature” (pp.68).

“Dissidenza 2.0”, di capitolo in capitolo, racconta storie drammatiche, di repressione, nella migliore delle ipotesi di vite precarie, sempre a rischio di gravi ritorsioni: un’analisi di cosa vuol dire fare resistenza grazie all’uso della rete e dell’informazione; ma non certo un’agiografia sempre e comunque di tutti i blogger. Nel capitolo dedicato alla cubana Yoani Sánchez, in Italia e nel mondo odiatissima da tutti gli apologeti di Castro e del regime cubano, Rossana Miranda dà conto dello sfogo del suo ex traduttore ufficiale Gordiano Lupi che, tempo fa, scrisse una lettera aperta spiegando la sua opinione sulla blogger. In ogni caso anche la Cuba di Fidel Castro, e poi di Raúl, non ne esce molto bene. Nella postfazione “Revolucion.cu”, a cura di Orlando Luis Pardo Lazo, nome noto della dissidenza cubana, si contesta l’idea di un regime che è tale semplicemente perché vittima del famigerato embargo: “La censura di internet a Cuba non consiste tanto nel bloccare le pagine o nel filtrarne i contenuti, ma nel limitare al minimo l’accesso al cyberspazio. In questo senso, Cuba è tecnicamente una società pre-digitale. Un paese senza pixel. Un Medioevo marxista dove nessuno ha letto Marx” (pp.122). Di sicuro storie di attivisti  che hanno a che fare con regimi teoricamente molto diversi gli uni dagli altri. Teoricamente. Poi, come ci ricorda ancora Luis Pardo Lazo, è stato proprio Oswaldo Payá, il dissidente che elaborò il Progetto Varela, ovvero la richiesta di referendum sulla libertà di associazione, libertà di parola e di stampa, nel discorso al Premio Sakharov davanti al Parlamento europeo a dire che “le dittature non hanno colore politico, sono solo dittature” (pp.126).

Edizione esaminata e brevi note

Rossana Miranda, è giornalista professionista. Nata a Caracas, lavora nella redazione della rivista Formiche.net e collabora con diverse testate italiane e latinoamericane. Ha lavorato per il quotidiano “El Nacional” e per la tv latinoamericana Telesur a Caracas. Ha pubblicato “Trilofia de la juventud urbana” (Fundarte, 2004) e “Hugo Chavez. Il caudillo pop” (Marsilio, 2007).

Rossana Miranda, “Dissidenza 2.0. Storia di blogger da Cuba alla Siria”, Eir (collana “Report”), 2015, pp. 128. Prefazione di Anna Momigliano. Postfazione di Orlando Luis Pardo Lazo.

 

Luca Menichetti. Lankenauta gennaio 2017