L’antagonista, romanzo d’esordio di Edoardo Zambelli, pubblicato da Laurana, è un libro compatto e ben costruito che assomiglia poco a una prima prova, che sembra già un’opera matura. C’è questo narratore-protagonista poco più che trentenne, in crisi dopo un matrimonio finito male, con un lavoro di web content editor per un sito che si occupa di cinema, un’ambizione da scrittore mai seguita, che decide di rompere la sua routine deprimente. Contatta un conoscente, Martino, chiedendogli il permesso di andare nella sua casa al mare, a Torre dell’Orso (siamo in Puglia, provincia di Lecce) per rilassarsi e scrivere un romanzo, e questi dice ok. C’è la preparazione del viaggio in macchina, l’arrivo nel nuovo luogo, l’immagine da cui partire a scrivere – una ragazza su una spiaggia, l’inverno, la pioggia – e il non sapere bene cosa fare del proprio tempo, averne tanto e non saperlo organizzare. Tra sogni e tentativi, una notizia sul giornale: Erika si è suicidata. Chi è Erika? Una ragazza del suo passato universitario al nord, a Gonzaga, con cui aveva avuto una relazione, e che qualche tempo prima gli aveva scritto una mail a cui lui non aveva risposto. Senso di colpa. Decide di partire nel tentativo di capire cosa le sia accaduto. Prima Gonzaga, poi Roma, sulle tracce del sogno di Erika di fare l’attrice, e ritorno. Scoprirà così, forse, quel che desidera, a caro prezzo, il prezzo della consapevolezza. La narrazione di questa indagine è inframezzata dal racconto di quella ragazza che, su una spiaggia d’inverno, sotto la pioggia, fa degli incontri che la portano verso la violenza, una violenza subita e forse voluta, sul limite tra la coscienza e l’incoscienza. Cosa c’è di Erika nel racconto di questa violenza? Cosa significano i sogni che il protagonista fa? Perché tutti gli animali e i personaggi che incontra svelano e nascondono qualcosa su Erika? Chi è l’antagonista del titolo?

In fondo, verrebbe da dire, niente di particolarmente originale, il trentenne in crisi per amore e lavoro e quant’altro è figura ricorrente, ma la bravura di Zambelli è quella di portarci all’interno della sua storia in uno stato di sospensione. Leggi, e ti trovi sospeso.

Se, una volta terminata la lettura de L’antagonista, fossi tornato al frontespizio e avessi notato un sottotitolo, lo stesso sottotitolo di Requiem di Tabucchi, “un’allucinazione”, non mi sarei meravigliato. Questo romanzo ha sì vari elementi in comune con quello dello scrittore toscano (un uomo, una donna, un viaggio, una ricerca, una indagine), ma condivide con quest’ultimo, per me, soprattutto la capacità di immergere chi legge in un paesaggio narrativo dai contorni precisi e al tempo stesso indefiniti, una precisa vaghezza. Sei dentro alle vicende senza riuscire davvero a viverle, come se con occhiali per la realtà virtuale stessi viaggiando attraverso luoghi fantastici, con l’impressione di poter toccare tutto ciò che ti circonda, e poi ti rendessi conto che la versione del gioco che hai è solo dimostrativa, e le funzionalità che ti permetterebbero di interagire in maniera completa non le hai a disposizione. Come riesce l’autore a farlo? Semplice: il protagonista e voce narrante si trova nella stessa situazione. La scrittura crea questo limbo in cui sia chi legge che chi narra è immerso, in cui gli avvenimenti toccano entrambi e li guidano fingendo la loro indipendenza. C’è una sorta di scollamento e al tempo stesso immersione che è tipica dei sogni, e delle allucinazioni.

La prima pagina del romanzo credo sia esemplificativa del modo in cui opera la scrittura di Zambelli: c’è una mosca che si posa sullo schermo della tv e che attira l’attenzione del protagonista, che vi si avvicina,

“Il resto del mondo, come risucchiato in quell’immagine, aveva perso di senso fino quasi a scomparire.

Ero sempre più vicino allo schermo. Completamente assorbito, in procinto – ne ero certo, qualcosa mi diceva che così doveva essere – di ricevere una rivelazione.

Avevo trentatré anni, e una mosca su un televisore sembrava saperne molto più di me sulla mia vita.

Quando fui a pochi centimetri dal televisore, la mosca volò via. Cercai di seguirla con lo sguardo, ma dopo pochi istanti la persi di vista. Eppure avevo capito. Avevo capito cosa quell’immagine voleva suggerirmi. Spensi il televisore. A poco a poco le cose attorno a me ripresero a essere quelle di sempre, pienamente dotate del loro significato. Il divano, la bottiglia di vino ormai vuota sul tavolino, lo stereo, il tappeto sul quale mi trovavo. Tutto era tornato alla normalità. Tutto, tranne me. Un’idea aveva preso ad agitarsi nella mia mente. Dovevo andarmene. Allontanarmi per un po’.

Mi rimisi in piedi. Vidi il mondo cadere prima in avanti, poi rovesciarsi all’indietro. Alla fine, anche se tremolante, lo vidi tornare al suo posto.” (pag. 7-8)

Nel momento in cui si leggerà la fine del romanzo non si potrà che tornare con la mente a queste pagine iniziali, per accorgersi che lo contengono tutto. Mi piace quando alla fine senti questa epifania, rivedi tutta la storia, tutti gli elementi che l’hanno composta andare al loro posto, anche se non è esattamente quello che tu, leggendo, avevi immaginato. O almeno, accade sempre quando un libro (che sia romanzo, raccolta di racconti o poesie o saggi) mi lascia soddisfatto. Lo chiudo e… ecco il puzzle che si compone. Nella bandella di copertina si trova scritto: “L’antagonista di Edoardo Zambelli è, semplicemente, un romanzo sul desiderio di essere uccisi.”. Ma cosa vuol dire desiderare di essere uccisi?

“Non era l’Erika che avevo amato. Era tutto ciò che era venuto dopo. Era la mia vita, mia moglie, il mio romanzo. Tutto. Bloccata per sempre in quello scatto, la mano tesa in cerca di una spiegazione, assomigliava all’immagine di ogni giovinezza perduta.” (pag. 183).