La melodia dei perdenti, opera d’esordio del perugino Simone Pagiotti, è un romanzo che, tramite vari contatti, amicizie, mi è capitato di leggere ancora prima che trovasse un editore, e quando finalmente è stato pubblicato ne sono stato felice. Ambientato tra Perugia e la campagna umbra è un libro che tasta il polso della provincia italiana, della città di piccola-media grandezza che cerca di atteggiarsi come le sorelle maggiori senza riuscire a fare il salto di qualità (se così si vuole dire) e della collina (“…una costante dell’Umbria visto che è tutta una grande collina.” pag. 97), in cui il tempo sembra rallentato e le persone operano una sorta di resistenza silenziosa ai cambiamenti travolgenti che arrivano dall’esterno. Diviso tra città (nella prima parte) e campagna (nella seconda, con sempre più brevi incursioni cittadine), il testo di Pagiotti comincia con il protagonista che, al ritorno da un viaggio londinese regalatogli da Miriam, sua quasi moglie, viene lasciato dalla stessa, facendogli mettere ancora più in dubbio l’intera esistenza che si era costruito fino allora. Se la sua insoddisfazione per la vita e le prospettive provinciali è precedente alla troncatura del rapporto affettivo, è però questa a far crollare definitivamente l’uomo in una spirale depressiva. Seguono ubriacature solitarie, il licenziamento dalla ditta di tendaggi in cui lavora, la ricerca ossessiva di un contatto con la sua ex, il tentativo di dimenticarla tra le braccia di Rosa, una barista che non trova attraente ma che è disponibile, per arrivare infine all’approdo prima momentaneo e poi duraturo alla casa dei nonni, a un’ora da Perugia e a pochi minuti dal paese di Olivello. Se l’odissea cittadina risente un po’ troppo di lasciti dal sapore vagamente bukowskiano e il rischio di cadere in stereotipi in alcuni casi è ben evidente, l’ambientazione contadina riscatta il protagonista e la stessa scrittura. Leggendo di questa nuova vita nei campi sembra che anche l’autore si liberi di preoccupazioni riguardo lo stile e le pagine acquistano un respiro diverso, rilassato e più intenso.

Romanzo che riflette la provincia e i suoi abitanti, tesi verso altrovi di cui l’ambiente circostante può al massimo fornire copie scadenti. La città sembra offrire opportunità per una vita ideale, eppure questa vita ideale è sempre appannaggio di altri (finché non diventiamo noi, gli altri, e ci accorgiamo che l’ideale non è il reale). Ci si chiede allora se il senso stia nelle famose piccole cose, o se non sia il nostro sguardo a dare dimensioni sbagliate a ciò che abbiamo intorno. C’è un attrito tra noi e il mondo che consuma entrambi, in qualche modo.

Storia di riscatto che ondeggia tra le colline umbre, La melodia dei perdenti suona come accettazione di ciò che si è, sguardo lucido del protagonista su di sé e la sua terra.

“La neve stride sotto i miei scarponi. Tutto è perfettamente ovattato. Provo a immaginare la Siberia e Olivello diventa improvvisamente la mia capanna. C’è talmente tanto silenzio che sembra un peccato respirare. Mio nonno come al solito sembra incurante di questo magnifico effetto sotto vuoto, fischietta infreddolito sfamando le bestie.” (pag. 188).